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Addio a George A. Romero

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“They’re coming to catch you, Barbara…”

Da tempo La notte dei morti viventi è stato liberato dai diritti. Non è più di nessuno, non appartiene ad alcuna industria cinematografica, a nessun gruppo di potere; può essere clonato, rimontato, omaggiato e proiettato senza dover pagare dazio. Non a caso è forse il film più citato all’interno di altri film, come il cuore di una scatola cinese che contiene tante altre scatole, una stratificazione che racchiude un’altra stratificazione sotto la quale, in filigrana, sussulta una specie di seme. Fateci caso quando accendete la televisione e vi sintonizzate su una recente pellicola horror. Osservate gli schermi degli alberghi o nei salotti, quando tra annoiate conversazioni c’è qualche scena morta da riempire con vecchie immagini radiotelevisive; tenete a mente le proiezioni di mezzanotte a cui assistono, tra il divertito e lo spaurito, alcuni ragazzini rannicchiati sotto le coperte. A volte è Terence Fisher, altre Bela Lugosi, ma nella maggior parte dei casi è Night of the Living Dead. They’re coming to catch you, Barbara… Sapreste fare qualche nome? Scommetto di no. Lui è Russell Streiner. Lei Judith O’Dea. E lo zombi, il primo zombi che si aggirava affamato tra le tombe del cimitero di Pittsburgh, era S. William Hinzman. Certo c’è anche il negro, quel negro su cui paradossalmente sono state sprecate fiumane di inchiostro: Duane Jones, che soppesò la sfortuna di morire giovane con quella di aver recitato ancora in qualche oscuro film. Sembra una maledizione per gli attori, ma è sempre George A. Romero che si ricorda. Persino alla grande ovazione che ha accolto la versione restaurata di Zombi a Venezia ’73 la gente applaudiva Dario Argento, il suo regista, e Nicolas Winding Refn che faceva da padrino. Bastavano soltanto loro, come se Zombi fosse un capolavoro in se stesso, prodotto dalla mente di un regista e di uno sceneggiatore, ma che prescindeva dagli attori chiamati a interpretare i suoi protagonisti.

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Tra i suoi personaggi è solo Ken Foree ad essere sopravvissuto all’oblio, e che ritroviamo in insulse particine che qualche regista accetta di donargli a mo’ di consolatorio cameo. Ogni tanto salta fuori come uno spauracchio, ed ecco il pubblico che salta in piedi col dito puntato: ma quello lì è il protagonista di Zombi, non l’avevo nemmeno riconosciuto! Scott H. Reiniger, David Emge e Gaylen Ross sono invece scomparsi dalla faccia della Terra, purtroppo nessuno ne ha mai sentito la mancanza, nessuno di loro ha mai sfruttato la notorietà che il papà degli zombi gli ha procurato. Sono rimasti lì, in un limbo. Un po’ come la Lori Cardille de Il giorno degli zombi, o Richard Liberty (il dottor Logan) o Jospeh Pilato (il capitano Rhodes) o Terry Alexander (John). Il che è anche comprensibile. George A. Romero ha fatto per il cinema quello che Caravaggio ha fatto per l’arte: è stato uno degli ultimi grandi rinnovatori di linguaggio, un visionario capace di portare il realismo alle sue estreme conseguenze. E per quanto lo stesso regista abbia declinato l’offerta di dirigere alcuni episodi di The Walking Dead, è innegabile che la serie di Frank Darabont resti profondamente debitrice del suo cinema. E non parliamo soltanto degli zombi, ma di tutto quello che ne sta a corollario: la paranoia che attanaglia gli uomini in contesti di isolamento e pericolo, la lotta dell’uno contro tutti, l’egoismo, il sospetto, l’intolleranza. Guardate la recentissima serie televisiva The Mist, tratta dall’omonimo romanzo di Stephen King: il centro commerciale, la guerra intestina per il mantenimento del potere, la proprietà e la minaccia oscura che si agita là fuori. E’ solo un esempio fra i mille che si potrebbero portare. E’ il concetto di socialità che Romero ha contribuito a cambiare: è lì che si annida il vero orrore. Ed è per quello che lo ricorderemo sempre: gli zombi sono stati soltanto un veicolo.

Marco Marchetti

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