Addio a Jeanne Moreau

jean-julParlare di Jeanne Moreau è come parlare di Mastroianni e dell’Italia o di Peter Sellers e dell’Inghilterra. Non stiamo parlando di attori, interpreti o registi (e la Moreau lo fu ben tre volte, con due pellicole e un documentario), ma di icone, di simboli talmente connessi con il proprio referente da rendere pressoché perfetto il processo di identificazione. Il suo è lutto nazionale, che riguarda tutti i francesi e che ha scomodato lo stesso Presidente con una breve nota dell’Eliseo. Il suo personaggio è qualcosa che non si limita all’individuo, ma che risale alla memoria collettiva dell’intero paese, a quell’immenso serbatoio di immagini che ha saputo declinare, alle idee e ai ruoli che ha finito per rappresentare. Era lei la protagonista di Ascensore per il patibolo (1958) di Louis Malle, quella che faceva i noir poco dopo che i suoi connazionali avevano inventato la definizione, e che li faceva tanto bene quanto gli americani. jeanneEra lei uno dei volti tra i più noti della Nouvelle Vague, tanto da aver recitato con i registi più importanti, ad aver interpretato film divenuti immortali. Compare ne I quattrocento colpi (1960) di Truffaut, salta ne Le relazioni pericolose (1958) di Roger Vadim, eccola protagonista ne La notte (1961) di Michelangelo Antonioni e di nuovo con Truffaut nel fondamentale Jules e Jim (1962). Poi Joseph Losey, Orson Welles, Luis Buñuel… È davvero incredibile osservare la lista di nomi, facce, personalità con le quali ha lavorato. Il suo nome sta al cinema come le scarpe Adidas allo sport o gli Smartphone alla telefonia. Forse è un po’ merito di quella sua faccia riconoscibile, con gli occhi grandi e un po’ da pesce lesso, i capelli biondi ma che ricordiamo sempre in bianco e nero, quello sguardo penetrante che se non apparteneva a una donna bella, apparteneva a una donna affascinante. Certo le donne affascinanti sono anche belle, ben poche donne belle sono anche affascinanti, e la Moreau era in fin dei conti un po’ entrambe le cose, bella e charmante a seconda del ruolo che le cucivano addosso. jennae2Chissà perché, continua a venirmi in mente la sua ultima interpretazione, Une estonienne à Paris (2012) di Ilmar Raag dove lei, ormai ottantaquattrenne, aveva bisogno di un badante. Ma poi si scopriva che forse era più la badante ad aver bisogno di lei. Sì, in quel film la Moreau siglava inconsapevolmente il proprio testamento, che era quello di una donna anziana ma non troppo acciaccata, che amava la vita, il sesso, il divertimento, e che insegnava alla giovane coprotagonista che bisogna mordere la mela prima che la mela faccia le ragnatele.

Marco Marchetti

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