Berlinale 2015: dall’est Europa al Cile di Guzman

Nel più bel concorso della Berlinale degli ultimi anni, sono arrivati due potenti film storici dall’Europa dell’est. Pod electricheskimi oblakami (Under Electric Clouds) conferma il grande talento di Aleksej German jr., figlio d’arte al quarto lungometraggio. Siamo nel 2017, c’è aria di una nuova guerra, la globalizzazione ha diviso più che unito. Una struttura a capitoli collegati tra loro, si dipana a partire dal cantiere per la costruzione di un grattacielo sulla riva di un fiume rimasto incompiuto alla morte di un ricco oligarca che aveva qualcosa da farsi perdonare. Gli undereredi non sanno che fare, gli architetti progettisti sono ambiziosi e pieni di dubbi. German realizza un film sul ciclo della vita e degli errori, dove il passato e il presente, la realtà e la finzione si mescolano in una babele linguistica: si parlano russo, kirghiso, inglese, giapponese e cinese, più varie “lingue straniere” (si colgono farsi e italiano). Un’opera molto felliniana, piena di echi di Otto e mezzo, tutta incubi, sogni e visioni: ci sono un robottino, la statua del cavallo che si muove e tanti simboli dentro una costruzione complessa suddivisa in sette capitoli. Un luogo assurdo, dove i personaggi si muovono quasi senza un senso, smarriti tra statue di Lenin che indicano il nulla e ponti di strade non finite. Ci sono i danni della storia e la perdita della memoria collettiva: chi preferisce gli elfi agli ebrei, la ragazza che non conosce le cose fondamentali della storia sovietica e vuole ridimensionare i crimini staliniani. Procedendo per associazioni e rimandi (un architetto ha sul volto una voglia alla Gorbacev), il regista di Garpastum e Paper Soldier (premiato alla Mostra di Venezia) realizza un’opera filosofica sulla dissoluzione dell’Urss, il presente e il prossimo futuro cupo per quelle terre: quasi ironico che si tratti di una coproduzione con l’Ucraina. Emerge lo stato spirituale, per nulla buono, di un paese caotico, stanco e impaurito, ma dentro sequenze di straordinaria bellezza.

Un potente affresco storico della Romania è anche Aferim! di Radu Jude, terzo film dopo The Happiest Girl in the World (2009) e Everybody in Our Family (2012). Un paese attraversato da tanti popoli e intimamente razzista verso ebrei e rom (chiamati comunemente “corvi”). È avventura picaresca nella Valacchia del 1835, al tempo occupata dai russi con i loro boiardi. Un film che fonde la nuova scuola del cinema con il cinema classico romeno, alla tradizione dei film di Stere Gulea, nel racconto di un gendarme, Constadin, in viaggio a cavallo con il figlio Ionita alla ricerca di un giovane zingaro schiavo, accusato di essere l’amante della moglie del padrone. Una ricerca perigliosa e incerta che li porta a bottonnumerosi incontri, dalle famiglie di contadini ai piccoli boss locali, al pope ortodosso protagonista di una scena bellissima nella quale assegna un difetto a tutti i popoli dagli Urali all’Atlantico.

Molto bello anche El boton de nacar (Il bottone di perla) di Patricio Guzman. Il grande regista cileno (La battaglia del Cile, Il caso Pinochet, Nostalgia de la luz) parte da un cristallo di quarzo contenente una goccia d’acqua trovato nel deserto di Atacamaca per un’escursione ragionata nella storia del suo paese accompagnata dalla sua voce calma. Il Cile è un paese lungo (4.300 chilometri di coste) con tanta acqua, ma che non sente forte il legame con il mare. Vivono invece sull’acqua e di acqua le cinque tribù indigene del sud colonizzate e sterminate dal 1883 in poi. Ora non restano che poche decine di loro, che Guzman filma e fa parlare. Dall’universo alla natura, dai ricordi personali alle vicende di una nazione tormentata, il regista procede per associazioni visive e mentali. Un compagno di scuola di Guzman annegò e sparì in mare e non fu più ritrovato: guzman“Il primo desaparecido della mia vita” – commenta amaro. Anni dopo lo stesso mare restituì il corpo di una donna buttata nell’oceano e destinata a scomparire nel nulla, ma legata male dai suoi assassini e riaffiorata al contrario delle migliaia che avevano avuto la stessa sorte. Tra le isole degli indigeni, capaci di navigare con le loro piccole canoe durante le tempeste, anche quella di Dawson che durante la dittatura Pinochet fu usata come campo di detenzione per molti membri del governo Allende e i suoi sostenitori. C’è la storia di Button, l’indio portato a Londra a fine ‘800 per essere civilizzato e riportato indietro. Si passa poi al grande osservatorio astronomico nel deserto di Atacama da dove si vede l’acqua nello spazio. Corpi celesti lontanissimi dove potrebbero trovare riposo le anime dei morti, quasi obbedendo alle credenze religiose degli indigeni (anche se nella loro lingua non esiste una parola per indicare “Dio”). Un film di spiritualità e memoria, di immagini spettacolari e di grazia, dove un bottone è l’unico resto di un desaparecido, ma dove ci sono grandi registi alla Guzman che non si stancano di parlarne trovando sempre modi diverse e letture profonde.

da Berlino, Nicola Falcinella

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