Berlinale 2018: i premiati

Conclusione a sorpresa e verdetto abbastanza sconcertante al 68° Festival del cinema di Berlino. L’Orso d’oro è andato a Touch Me Not dell’esordiente romena Adina Pintilie, che ha vinto pure il premio di migliore opera prima. Il film più orso_orocriticato della competizione, che aveva irritato buona parte degli addetti ai lavori, ha invece convinto due giurie, compresa la principale presieduta dal regista tedesco Tom Tykwer. È stata invece una Berlinale delle donne. Oltre alla Pintilie, l’Orso d’argento Gran premio della giuria è andato a Twarz – Mug di Małgorzata Szumowska, già Orso per la regia con Corpi nel 2015.
Doppio premio per Las herederas del paraguaiano Marcelo Martinessi che ha vinto l’Orso d’argento Alfred Bauer e l’Orso per la miglior attrice Ana Brun. Il successo latinoamericano, che invece era nell’aria, è stato completato dal premio per la miglior sceneggiatura ai messicani Manuel Alcala e Alfonso Ruizpalacios per Museo, che il regista Ruizpalacios ha dedicato “a tutti i messicani che nelle difficoltà lasciano da parte le differenze politiche e si risolvono i problemi da soli”, riferendosi al recente terremoto.
Wes Anderson con L’isola dei cani ha ricevuto l’Orso per la miglior regia, ritirato da Bill Murray che è uno dei doppiatori di un’animazione che si farà amare quando a maggio uscirà nelle sale. “Non avrei mai pensato di venire con un festival_di_berlinolavoro come cane e tornare indietro con un orso. Sono un cane berlinese” ha detto l’attore regalando il siparietto più divertente di una premiazione fin troppo lineare.
La prova di Anthony Bajon ne La prière di Cedric Kahn, un film interessante seppur non perfetto e con qualche sottolineatura di troppo sul percorso di recupero di un giovane tossico in una comunità religiosa, è convincente ma non sembrava da Orso per il miglior attore. Soprattutto l’interprete francese sembrava chiuso da Franz Rogowski, protagonista sia di In the Aisles di Thomas Stuber, sia di Tranzit di Christian Petzold.
Per ultimo l’Orso per il contributo tecnico a Elena Okopnaya costumista e scenografa di Dovlatov di Aleksej German jr, anche premio dei lettori del Berliner Morgenpost. Una pellicola potente che avrebbe meritato il premio principale.
Se Figlia mia di Laura Bispuri è stato prevedibilmente ignorato, incomprensibile l’esclusione dai premi di tutti i film tedeschi. Per consuetudine la cinematografia ospitante si porta a casa un premio contentino, spesso all’attrice, a volte meritatamente, altre meno. Stavolta la Germania aveva una squadra forte, con tutti e quattro i titoli che non avrebbero sfigurato nel palmarès, a cominciare da My Brother’s Name is Robert and He is an Idiot di Philip Gröning e In the Aisles. Il presidente tedesco faceva immaginare che si chiudesse il cerchio, invece ha prevalso il politicamente corretto di premiare, in tempi di me-too, cineaste donne. Cosa di cui Berlino non aveva certo bisogno, avendo laureato parecchie registe negli ultimi anni, da Jasmila Zbanic a Claudia Llosa e lo scorso anno l’ungherese Ildiko Enyedi con il bel Corpo e anima.
Peccato perché a perdere è il cinema. Per quel che valgono i premi, certi verdetti li sminuiscono. Il miscuglio di documentario e finzione, con la regista in scena quasi a dirigere, di Touch Me Not, con persone di varie età che hanno problemi con il corpo e il toccare e toccarsi e cercano di superare in qualche modo la difficoltà, finirà con l’essere respingente per gli spettatori. Come se il titolo fosse un invito al pubblico, a non avvicinarsi a un oggetto strano, irrisolto, che irrita e non provoca, insieme ripetitivo e furbamente criptico, che non ha neanche il fascino del morboso.

da Berlino, Nicola Falcinella

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