Berlinale 2018: visioni dal concorso

Dovlatov del russo Aleksej German jr è il meglio delle prime giornate di un concorso del Festival del cinema di Berlino ancora sottotono. Un film raffinato e d’atmosfera su sei giornate, all’inizio di novembre 1971, dello scrittore pietroburghese dovlatovSergei Dovlatov. Vicende personali e sentimentali, tormenti del trentenne che non riusciva a farsi ammettere all’Unione degli scrittori e a farsi pubblicare. Al suo fianco, tra pittori, musicisti e poeti mal visti dal regime sovietico, c’è Joseph Brodskij, riconosciuto nel suo talento ma ostarcizzato tanto dover emigrare in America: una strada che Dovlatov seguirà più tardi. German dipinge letteralmente il contesto variando soprattutto su tanti toni del marrone, realizzando una pellicola meno visionaria e con meno movimenti di macchina vertiginosi rispetto ai precedenti (The Last Train, Garpastum, Paper Soldier, Under Electric Clouds), ma con piani sequenza plastici in mezzo a tanti personaggi. Un film più affollato rispetto ai precedenti e più parlato, per far uscire dalle parole inquietudini e arguzia di un uomo preoccupato, costretto a scrivere di argomenti poco gratificanti per i giornali mentre vorrebbe vedere impressi su carta gli scritti cui tiene maggiormente. Il figlio d’arte sotto le sembianze di Dovlatov racconta anche la vita e la carriera tormentata di suo padre, le sue lotte contro una burocrazia e un’ottusità di regime che condizionarono e limitarono l’attività di uno dei più grandi cineasti sovietici, di cui Aleksej jr. è degno erede. Per lui la possibilità concreta di un premio come pure per il bravo e carismatico interprete Milan Marić, giovane attore serbo già visto in Vlaznost e Dobra zena – A Good Wife.

isolaÈ un buon film L’isola dei cani con il quale Wes Anderson ha inaugurato la 68° Berlinale (uscirà in Italia a maggio). Un’animazione in stop motion come Fantastic Mr. Fox, del quale mantiene lo spirito anche se ha forse qualcosa meno in freschezza. Se il regista americano lo ha minuziosamente ambientato in Giappone (alcune immagini ricordano i quadri del pittore Hokusai e i rimandi al Cane randagio, e non solo, di Akira Kurosawa), il film ha uno spirito europeo, essendo stato realizzato tra Londra, Germania e Polonia. È la storia del dodicenne Atari Kobayashi che va sull’isola dei cani, relegati tra i rifiuti dallo zio sindaco corrotto che odia i quattro zampe, alla ricerca dell’amato Spots. Troverà un gruppo di quadrupedi di diversa origine e personalità con i quali allearsi nella ricerca. Con un cast di doppiatori celebri e le musiche di Alexandre Desplat, Anderson confeziona un film molto nella sua poetica, mantenendo le sue inquadrature frontali, tra fiaba che rasenta l’incubo (non è secondario il fatto che l’isola sembri un grande campo di concentramento), ironia, amicizia, perdenti che si uniscono, sentimenti. E non manca di sottolineare il degrado di un mondo, tra l’immensa discarica e il politico senza scrupoli.

utoyaMolto probabile un premio per il norvegese Utøya 22. juli – U – July 22 di Erik Poppe, sulla strage di 77 giovani compiuta dall’estremista Anders Behring Breivik sull’isola di Oslo nel 2011, mentre era in corso un campo della sezione giovanile del Partito laburista. La macchina da presa segue, in un apparente unico piano sequenza, Kaja (bravissima l’interprete Andrea Berntzen), che sogna di fare la parlamentare e sembra averne tutti i numeri: “se la persona che tutti voterebbero”, le dirà il coetaneo Magnus che pur nella situazione di panico ne resta affascinato. La ragazza cerca di mettersi in salvo e nel frattempo di trovare la sorella Emilia, con la quale aveva avuto una piccola discussione poco prima che Breivik iniziasse a sparare. Tra gli alberi tutti corrono come bestie braccate, inseguite dai cacciatori, non si sa da dove venga il pericolo, chi stia sparando, si diffondono anche voci false, come quella che vorrebbe la polizia che spara sui ragazzi. L’istinto di sopravvivenza contro la responsabilità verso gli altri in una pellicola tesissima, senza musica, solo spari, rumori di passi, fiatoni e la canzone True Colors intonata da Kaja stessa. Una corsa a perdifiato senza perdere di vista la protagonista, che non sa cosa fare e dove ripararsi, ma non dimentica mai Emilia e si sente il terrore puro di quell’ora e mezza scarsa a Utoya.

È il classico film che può ottenere un riconoscimento alla Berlinale Las herederas – The Heiresses esordio del paraguagio Marcelo Martinessi, già premiato alla Mostra di Venezia 2016 per il cortometraggio The Lost Voice“. martinessiAsuncion, una coppia di sorelle sessantenni di famiglia borghese decaduta. Vendono pezzi di argenteria e di mobilio per pagare i debiti. La più vitale Chiquita va in carcere per frode, la più trattenuta Chela, che non ha la patente e ha messo in vendita la vecchia auto ereditata dal padre, si trova a dare un passaggio in macchina a una conoscente e poi a fare la tassista clandestina. Un film di penombre, che guarda attraverso le porte e fa sentire la polvere posatasi su una famiglia che ha perso tutto, mentre una donna smarrisce se stessa. Le implicazioni lesbo sono appena accennate, il regista rimarca forse troppo, vuol far sentire il suo stile, ma l’opera ha un suo fascino.

Interessante ma un po’ schematico è il francese La prière – The Prayer di Cédric Kahn. Thomas è un adolescente tossicodipendente portato in una comunità religiosa. Il gruppo dovrebbe aiutare i singoli a non tornare indietro. Thomas prova a non arrendersi nonostante le difficoltà e le cadute. Nel percorso di crescita forse c’è la fede ma il protagonista si mette in testa di avere anche la vocazione sacerdotale. Hanna Schygulla interpreta la suora fondatrice della comunità, che non parla molto ma dispensa consigli saggi.
Infine, da dimenticare l’americano Damsel di e con David Zellner e Nathan Zellner con Robert Pattinson e Mia Wasikowska. Una sorta di western che vorrebbe essere ironico, ma senza capo né coda. Inspiegabile la presenza in concorso, se non fosse per il cast.

da Berlino, Nicola Falcinella

Aleksej German jr

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