Berlino 2018: proiezioni verso l’Orso d’Oro

Sarà molto probabilmente un Orso europeo quello che sarà consegnato stasera nella cerimonia conclusiva del 68° Festival del cinema di Berlino. Una rassegna che, ancor più che nel recente passato, ha affiancato buoni lavori ad altri di livello basso. Il presidente di giuria, il regista tedesco Tom Tykwer (Lola corre, Profuno, The International, Drei, Aspettando il re), potrebbe premiare un suo connazionale. Tra i 19 film in gara, quattro battono bandiera della nazione ospitante e si sono dimostrati tutti all’altezza.

My brothers name is Robert and he is an idiot

My brothers name is Robert and he is an idiot

Spicca di questi My Brother’s Name is Robert and He is an Idiot di Philip Gröning, noto per Il grande silenzio e La moglie del poliziotto, un’opera forte da prendere o lasciare, che potrebbe non mettere tutti d’accordo. Due gemelli diciottenni sull’orlo dell’incesto parlano di filosofia e prendono tutto un po’ troppo per gioco. Una sorpresa è stata In den Gängen – In the Aisles di Thomas Stuber, delicata commedia amara dal sapore un po’ kaurismakiano tra gli scaffali di un ipermercato. Il suo protagonista Franz Rogowski corre per l’Orso come migliore attore e ha due carte da giocare: è anche interprete principale del labirintico Tranzit di Christian Petzold, che con la fantapolitica si perde in citazioni. Ha un suo fascino e una sua tenerezza 3 Tage in Quiberon – 3 Days in Quiberon di Emily Atef con Marie Bäumer nella parte di Romi Schneider, che cerca di fare ordine in una vita scombinata, segnata dal successo di Sissi e dall’ingombrante presenza materna. Denis Lavant (Holy Motors e gli altri film di Leos Carax) porta una raffica di vento nei panni di un poeta. La Bäumer può puntare all’Orso per la migliore attrice e ha come maggiore avversaria la debuttante norvegese Andrea Berntzen, che si porta sulle spalle il tesissimo Utøya 22 luglio di Erik Poppe. Quest’ultimo, che in un unico piano sequenza ricostruisce l’attacco dell’estremista di destra Anders Behring Breivik al campo dei giovani laburisti sull’isola vicino a Oslo, è stato la grande rivelazione e ha parecchie possibilità per il premio maggiore. La protagonista Kaja cerca di mettersi in salvo e contemporaneamente è preoccupata per la sorella Emilia, con la quale aveva avuto una discussione prima che si scatenasse il terrore: istinto di sopravvivenza controdovlatov senso di responsabilità per gli altri, una storia che non lascia tirare il fiato, commuove e fa pensare.
Ha chance di premio anche Dovlatov di Aleksej German jr e così pure il suo protagonista Milan Marić, nei panni dello scrittore pietroburghese. E non va dimenticato tra i papabili l’animazione L’isola dei cani di Wes Anderson, che ha inaugurato la Berlinale.
Per una volta ha ricevuto un’accoglienza sotto tono Lav Diaz con il musical Season of the Devil. Un’opera di quattro ore tutta cantata (le canzoni originali sono scritte dallo stesso regista), canto di lotta e di libertà nelle Filippine del 1979, con le squadre paramilitari create dal dittatore Marcos in funzione anticomusta angariavano e uccidevano la popolazione.
Da non trascurare una possibile sorpresa dall’America latina, soprattutto con Museo del messicano Alonso Ruizpalacios (noto per Gueros) con Gael García Bernal. Una sorta di thriller legato a un furto, da parte di buoni a nulla, nel museo archeologico di Città del Messico che diventa riflessione sulla storia, l’identità, le radici, la colonizzazione, il rispetto dei nativi e anche il ruolo dei musei e dell’arte. Discreto, con le sue atmosfere ombrose e la borghesia in disfacimento che vende gli oggetti di valore a uno a uno, è Las herederas – The Heiresses, esordio del paraguagio Marcelo Martinessi.
Sembra fuori dai premi, almeno dai principali, l’italiano Figlia mia di Laura Bispuri con Valeria Golino e Alba Rohrwacher.

 da Berlino, Nicola Falcinella

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