Berlino 67: un film fiume che non lascia indifferenti

Presentato in “Generations” e menzione speciale della Youth Jury Generation 14plus, Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau (Those Who Make 13900267_824586224345032_8173962133514117544_nRevolution Halfway Only Dig Their Own Graves) di Mathieu Denis e Simon Lavoie Produit, è il film che fino ad ora mi ha lasciato più cose in testa.
Può un film affascinare e repellere contemporaneamente? Questo film lo fa in modo sorprendente già dai titoli di testa: schermo nero per cinque minuti con musica groove, è una scena che si ripeterà in un “’interludio/intervallo” spiazzante. Il titolo del film è una citazione di Saint Just, 1794, piena rivoluzione francese, è la prima di una serie che a intervalli più o meno regolari scandiranno il ritmo del film, tutte a schermo intero con caratteri volutamente godardiani. Il formato dell’immagine cambia continuamente, da panoramico diventa 4:3, l’archivio improvvisamente entra nel film con interviste e spezzoni di altri film, come anche le immagini con pixel enormi girate da telefonini nelle piazze. Il film dura tre ore, tutto spiazza, tutto è oltre ogni livello di sopportazione, la sala stessa applaude entusiasta o scappa schifata.
Ma partiamo dalla trama: il tutto inizia con la fine della ‘Maple Primavera’ 2012, il movimento di protesta degli studenti in Quebec che rifluisce lentamente in nulla dopo settimane di partecipazione, assemblee, solidarietà. Klas Batalo, Ordine Nuovo, Tumulto e Giustizia (questi sono i nomimaxresdefault dei protagonisti…) spinti da un crescente senso di impotenza, di frustrazione e dal desiderio di una nuova vita, formano un gruppo scissionista di avanguardia. La loro ostilità verso l’ordine sociale trova un’espressione politica ambigua con atti di vandalismo, guerriglia urbana, molotov e altro ancora.
Si percepisce fin da subito che la loro rivolta è senza un perché, sembrano spinti più da un volontà provocatoria che da degli ideali. In alcune scene provi empatia per il Potere e questo è abbastanza disturbante, nella scena del tribunale stai più dalla parte del giudice (o in quella della patetica madre) invece che per la odiosa protagonista. I registi tentennano perché sembrano dalla parte di questi confusi rivoluzionari e le ridondanti citazioni, che partono dalla Rivoluzione francese ma che abbracciano Sartre, Camus e molti altri, li vorrebbero far sembrare i degni eredi, ma a poco a poco con le loro azioni sfociano nel grottesco, soprattutto quando si riprendono, quando si mettono in scena. Ed è proprio l’immagine la chiave del film, i due registi usano tutto il potente immaginario plasmato da un secolo di estetica politica e il film diventa presto un collage di scene e frammenti documentari (provenienti da Tunisia, Ucraina, Spagna), che rende tangibile l’isolamento dei protagonisti. I quattro però si esaltano solo nel godere della propria immagine – in una telecamera di sorveglianza, in uno specchio, in un’opera d’arte, in un video in cui ci si scontra con la polizia – nel loro percorso non ci sono ideali, si assiste loro radicalità riversa sempre più verso l’interno, verso se stessi e non verso il mondo che ceux-qui-font-les-revolutions-a-moitie-n-ont-fait-que-se creuser-un-tombeausi vorrebbe cambiare. L’ordine capitalistico che vorrebbero trasformare non lo mettono quasi mai in discussione per davvero, non vogliono neanche portare il loro “messaggio” alle masse, parlano con i loro corpi nudi, sia fisicamente che psicologicamente: accoltellando i padri, abbandonando le madri, si nutrono di una retorica incendiaria fino ad auto-punirsi quando peccano di egoismo. Ed è proprio il corpo che nel mondo di oggi rappresenta in pieno l’immaginario corrotto, perciò lo usano come presunta arte, per prostituirsi in cambio di soldi per sopravvivere; per metà film sono praticamente nudi in scena e non possono che rappresentare la nudità del loro pensiero, non certo l’amore libero che nel 2017 sarebbe di una banalità sconfortante, e infatti solo alla fine uniscono i loro corpi nudi formando così un corpo unico ed uscire dalla loro immagine solitaria.
Credo si tratti di un film profondamente innovativo ma profondamente sbagliato, ma è sicuramente un’esperienza concettuale che non lascia indifferenti.

da Berlino, Claudio Casazza

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