BlacKkKlansman

blackkklansman-1Proviamo un esercizio arbitrario. Togliamo a BlacKkKlansman la postfazione, ovvero le immagini della tragedia di Charlottesville, agosto 2017, quando un suprematista bianco scagliò la propria auto su un gruppo di persone che contestava la manifestazione di gruppi di estrema destra, neonazisti, alt-right, neo-Confederati, affiliati del Ku Klux Klan, uccidendo una donna e ferendo altre 19 persone. C’è il film, quello ereditato da Spike Lee da Jordan Peele, regista di Scappa – Get Out, su una sceneggiatura firmata da David Rabinowitz, Charlie Wachtel e Kevin Wilmott, quasi un’opera commissionata, come fu ai tempi di Inside ManBlacKkKlansman racconta la storia vera di Ron Stallworth (John David Washington), primo poliziotto afroamericano di Colorado Springs che, fingendosi un razzista estremista, si infiltra tra le fila del Ku Klux Klan per interposta persona, il collega ebreo Flip Zimmerman (Adam Driver). Ron, dopo aver intrecciato un legame confidenziale telefonico con l’ideologo David Duke (Topher Grace), viene iniziato dal Gran Maestro. Qualcuno però all’interno sospetta che Flip/Ron non sia chi dice di essere. Mentre la comunità afroamericana si organizza intorno ai loro leader, alcuni membri del KKK organizzano un attentato dimostrativo.

blackkkLa vicenda è raccontata in perfetto stile Lee, ondeggia tra dramma e commedia fin quasi alla parodia, anzi, fino alla parodia, soprattutto quando descrive gli affiliati del Ku Klux Klan, teste calde, bigotti, ultraconservatori, cattolici, idioti veri e propri, tutti mescolati insieme, legati da una sottocultura che ha origini lontane e fa appello alla superiorità di razza in nome di Dio e di chissà quale altro idolo. Sicuramente la bandiera sventolata fieramente che, si sa, non è sporca di sangue ma fradicia, tanto gli Stati Uniti sono nati da un genocidio. Con esemplare ironia Spike Lee, nonostante un copione già scritto, fissa le coordinate del suo film in maniera personale, segmentando il monologo iniziale, pre-suprematista potremmo dire, con immagini che sembrano senza tempo, tanto sono attuali. Viene da chiedersi quale percorso di autoscienza abbia intrapreso l’America negli ultimi 45 anni, se siamo arrivati a Trump dopo Obama. Il salto indietro è ancora più vertiginoso: si capitombola fino a David Wark Griffith, uno dei papà del cinema, erroneamente creduto un precursore del montaggio alternato, che nel 1915 ricostruiva la storia della Confederazione con il cruciale Nascita di una nazione, film magnifico e orribile, saggio di regia e al tempo stesso manifesto della più becera affermazione propagandistica dell’uomo bianco, a tutto svantaggio dei neri ridicolizzati e ridotti a idioti scimmioni da educare.
Ecco, Lee riserva adesso lo stesso trattamento alla comunità razzista bianca, spingendo così tanto sul macchiettismo da togliere invece drammaticità a quell’inconcepibile ignoranza. Non di banalità dovremmo parlare, ma di aberrazione. Caricaturizzare rischia dunque di congelare la portata infinitamente tragica delle azioni del KKK, in realtà una macchina di morte spesso coperta dalla connivenza delle istituzioni, specie negli stati del sud.
Per questo diventa indispensabile per il regista riportare a ridosso dei titoli di coda l’attenzione sul presente, come un cazzotto sui denti, per tornare ancora una volta, con immagini non-fiction di Charlottesville, a smascherare il male (di cui l’odierna amministrazione è parte), a denunciare i responsabili diretti e indiretti (ancora una volta l’inquilino della Casa Bianca), a sottoscrivere un impegno a battersi per debellare le metastasi di un paese che per trovare pace dovrebbe fare i conti con la propria storia nera (nera, in tutti i sensi).
Le lotte della comunità afroamericana con cui Ron familiarizza – lui che sembra un figlio nero a cui hanno appena detto di essere ormai uomo – sono direttamente connesse con la rabbia esplosiva nel capolavoro Fa la cosa giusta, o meglio fanno da ponte tra quel film e Malcolm X.

Fuori dalla commedia, Lee si fa commovente (finalmente) nel cameo di Harry Belafonte, ovvero il vecchio Jerome Turner, quando rievoca un linciaggio di 100 anni fa, orientato proprio dal film di Griffith. Se il cinema dunque ha potuto ispirare le masse fino a rafforzare la cultura suprematista bianca (e mettiamoci anche Via col vento e un buon numero di film western), sarà per questo che Lee, nonostante un omaggio divertente alla black exploitation, non ama la cultura nera pop, ma tendenzialmente ha sempre identificato nel problema razziale degli afroamericani un tarlo che ha coinvolto altre minoranze (irlandesi e italoamericani, ad esempio). C’è da chiedersi se oggi sia ancora possibile arrivare alle coscienze con un film, in un processo contrario di ritorno alla ragione. Michael Moore direbbe di no. Forse anche Spike Lee.

Vera Mandusich

BlacKkKlansman

Regia: Spike Lee. Sceneggiatura: David Rabinowitz, Charlie Wachtel, Kevin Willmott, Spike Lee. Fotografia: Chayse Irvin. Montaggio: Barry Alexander Brown. Musiche: Terence Blanchard. Interpreti: John David Washington, Adam Driver, Topher Grace, Corey Hawkins, Laura Harrier, Ryan Eggold, Ashlie Atkinson, Michael Buscemi, Harry Belafonte, Alec Baldwin. Origine: Usa, 2018. Durata: 128′.

Commenti

commenti