Bowling for Columbine di Michael Moore

Roma, Cinema Quattro Fontane, tardo pomeriggio di un giorno qualsiasi, sullo schermo scorre l’ultima sequenza di Bowling a Columbine, il film-evento dell’ultimo Festival di Cannes, premiato dalla giuria ed osannato dal pubblico: un modello del genere “documentarismo militante” di grande spessore ed impatto emotivo, una “palla da bowling” che rotola feroce contro le coscienze assopite della middle class americana. La voce off, sarcastico e sferzante controcanto ma anche efficace raccordo di materiali visivi di origine differente, recita: “…non è proprio un bel momento, questo, per essere americani…”. Il “nipotino” della Fallaci due poltrone davanti alla mia raccoglie tutta la sua “rabbia” e il suo “orgoglio”, emette l’ultima selvaggia sbuffata e se ne esce nervosamente dalla sala. Nel frattempo, sempre sullo schermo, Michael Moore, autore ed attore del film, un enorme e corpulento omone dalle movenze non proprio atletiche, berretto con visiera calata su due neri occhiali da nerds, barba ispida e incolta ad incorniciare una paffuta e gioviale espressione da campagnolo americano, ha appena finito di scagliare la sua personalissima palla da bowling contro le varie e molteplici voci-birilli di quell’America dal linguaggio bellico e dal grilletto facile, che ogni anno sparge fiumi di sangue per le proprie candide ed ordinate streets and avenue. Seguono i titoli di coda e la versione rock di What a wonderful life. Lo studente no global due poltrone a est rispetto alla mia esclama: “Questo è il film che ho sempre sognato girare”. E come dargli torto! Bowling a Columbine è il documentario che tutti avremmo voluto girare. Macchina in spalla e non un’inquadratura fuori posto; uso di un montaggio delle attrazione e delle emozioni impeccabile (la sequenza che raccorda i “crimini” commessi negli ultimi quarant’anni dal potere americano alla vendita più o meno clandestina di armi all’ “amico” Bin Laden e allo sciagurato attentato dell’11 Settembre, è tecnicamente perfetta); video-interviste che lasciano il segno per la lucidità con la quale analizzano alla radice la problematica di fondo e per la loro carica spesso corrosiva e dirompente. Ne è un esempio quella, quasi estorta, a Charlton Heston nella sua villa di Beverly Hills: Moore si trova di fronte a uno dei membri più rappresentativi della National Rifle Association (Nra), “organizzazione già creata nel secolo scorso il cui principio di fondo si basa sul concetto che il possesso delle armi da fuoco sia un’esclusiva dei cittadini bianchi”[1]; il Charlton Heston indimenticato di Ben Hur è nel film il leader che si reca a Flint (città natale di Moore), nel Michigan, subito dopo il massacro alla Columbine High School a gridare alla sua gente, radunata in appassionata acclamazione, che “… il suo fucile, non glielo avrebbero levato mai, dalle sue fredde mani”. Il Charlton Heston di El Cid è però oggi, nella realtà, il malato di Alzhaimer che vede scivolare inesorabilmente la propria esistenza e le proprie funzioni cognitive nel “buco nero” dell’oblio; una stanca ombra del passato che saluta, ringrazia e si congeda dai propri fedeli fans prima che la malattia gli impedisca definitivamente di farlo (e allora sarebbe bene che ora qualcuno glielo togliesse dalle “gelide mani” il suo fucile!).

Ed è proprio da Flint, dalla Columbine High School che prende le mosse l’indagine documentaristica di questo indipendente regista americano, conosciuto e apprezzato per il proprio coraggio dai cinefili americani ed europei fin dalla sua opera prima, Roger & me (1989), in cui Moore, in una sequenza difficile da dimenticare, intervista il presidente della General Motors, Roger Smith (è auspicabile che gli operai di Arese e Termini Imerese non vedano mai questo film, considerato il non trascurabile fatto che, ora, la General Motors è partner in affari della Fiat!), che aveva tre anni prima provveduto a licenziare 30.000 dei 150.000 lavoratori dello stabilimento di Flint (che come a chiudere il cerchio è anche la città della Columbine High School, per l’appunto!).

In questa pulita e ordinata cittadina del Michigan il 20 aprile 1999 due adolescenti bianchi, dopo un’allegra partita a bowling e prima di suicidarsi, penetrano nella Columbine e, armati fino ai denti, massacrano 13 studenti ferendone gravemente almeno altrettanti.

Da qui inizia la dura requisitoria di Moore; da questo tragico e, apparentemente inspiegabile, episodio ha origine il duro atto d’accusa nei confronti del “sistema America” e delle sue contraddizioni. Un “sistema” che produce circa 12.000 morti all’anno a causa delle armi da fuoco ma, nel quale, allo stesso tempo, i cittadini, in preda ad una spasmodica corsa privata all’armamento, detengono più armi che non televisori; un “sistema” che vende ai propri “clienti” pistole, fucili e ogni genere di munizioni nelle più grandi catene di supermercati ma che poi si costerna e si indigna perché un bambino di sei anni entra nella propria classe e uccide a revolverate una coetanea; lo stesso “sistema” primo produttore di armi nel mondo, teorizzatore dell’azione di guerra come strumento “preventivo”, colpisce e demonizza come unico ma indiretto responsabile di questa funebre contabilità di morte, Marilyn Manson: il perfetto capro espiatorio, funzionale lavacro delle coscienze di una società scossa e colpita al cuore. Un “sistema” che si nutre di paura, la principale causa, secondo Moore, di questo drammatico bagno di sangue. Quella paura che il “potere”, per mezzo del “libero” apparato massmediatico, instilla per piccole dosi nell’animo di un popolo, questa volta sì, del tutto inerme. Dalla paura per i più innocui gesti quotidiani (persino affrontare una “scala mobile” può mettere a repentaglio la propria incolumità) a quella storica e atavica nei confronti del “diverso”, si chiami Geronimo piuttosto che Abdul poco importa: fondamentale è eliminarlo prima che lui faccia altrettanto con te (quest’ultima “paura” è illustrata da un originale cortometraggio di animazione sullo stile South Park e, tra le altre cose, anche i geniali autori di questa fortunata serie televisiva sono originari di Flint!).  Una tesi, quella della paura, che trova conferme anche all’interno di analisi più specificamente politiche dell’attuale situazione americana, se è vero che il politologo francese Jean Daniel, in un editoriale pubblicato su la Repubblica del 9 novembre 2002, rispetto all’esito vittorioso per Bush ed il suo partito nelle consultazioni di medio-termine, ha intitolato il suo intervento “Quando è la paura a vincere nelle urne”, sottolineando nel seguito dell’articolo come “… i deputati eletti… abbiano rappresentato ed espresso l’opinione maggioritaria di elettori dominati dalla paura…”. Gli stessi elettori (il 40% circa degli aventi diritto di voto) che Moore riprende mentre nascondono la pistola sotto il cuscino e i cui figli fanno strage di coetanei in un pulito e ordinato college di provincia.

Gianluca Casadei

(Pubblicato sul n°20 della versione cartacea, dicembre 2002)



[1] Cineforum nr. 416, luglio 2002

Bowling for Columbine di Michael Moore, 9.7 out of 10 based on 3 ratings

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