Cannes 70 e il cinema d’autore: Gitai, Varda, Cantet

“As an architect I prefer people who build bridges instead of people who burn bridges”. Con questa frase il regista e architetto Amos Gitai ha presentato oggi pomeriggio, 22 maggio 2017, il suo West of the Jordan River al Festival di Cannes al Théâtre La Croisette. Il film, più che un

Amos Gitai

Amos Gitai

documentario sulla questione palestinese, è un diario di viaggio di un uomo che vuole mostrare la drammatica situazione ancora presente in Israele. Amos Gitai tra il 1994 e il 2016 ha raccolto diverse interviste e testimonianze di autorità politiche, giornalisti, ma specialmente di persone comuni di entrambe le parti coinvolte nel conflitto, senza distinzione di età, sesso, religione e nazionalità. La speranza del regista, così come quella di molti degli intervistati, è di trovare un punto di incontro e di porre fine alle ostilità per costruire un futuro per le generazioni di domani. Tuttavia non mancano opinioni conservatrici di uomini ostinati a far valere ciascuno i propri diritti. Di qualunque genere siano le opinioni, il regista le rispetta e le riporta fedelmente; la sua presenza, infatti, è costante in tutto il film, segno di una partecipazione fisica ed emotiva e di sostegno nei confronti di chi, per la violenza della guerra, ha perso i propri cari. Montaggio e fotografia sono semplici e spontanei ed il loro vero scopo non è l’estetica, ma la trasmissione di un messaggio: “Salam”, pace. Di forte impatto è la conclusione, uno schermo nero accompagnato da rumori di spari e grida che rappresenta l’attuale situazione. La riconciliazione, però, è possibile: infatti le scene finali del film tra giochi, danze e musica portano una luce di speranza.

Visages Villages, film della Selezione Ufficiale fuori concorso del Festival di Cannes 2017, è un documentario girato, messo in scena e interpretato dalla cineasta francese Agnès Varda e dal celebre fotografo JR. I due personaggi, in virtù di un reciproco apprezzamento artistico, si imbarcano insieme in un viaggio senza itinerari attraverso la campagna francese, in cerca di volti e storie da raccontare per mezzo della fotografia. In ogni tappa del loro viaggio affiggono su muri, capannoni, case e, addirittura, vagoni tranviari, gigantografie dei loro soggetti, selezionati tra gli abitanti del luogo. In un villaggio fantasma di minatori vengono incollate sui muri foto degli ex abitanti: abilità fotografica e esperienza registica si uniscono per riportare in vita le case in rovina e suscitare emozioni e ricordi nei cittadini. Nel

Insieme a Agnés Varda

Insieme a Agnés Varda

corso del film, fra occhi, donne, dita dei piedi e baguette emerge la volontà dei due registi di lasciare spazio all’immaginazione della gente, sottolineandone la forza espressiva e liberatrice. Lo scopo dei due protagonisti con queste installazioni, alle volte quasi provocatorie, è dunque raccontare, ma anche raccontarsi. Dai dialoghi emerge il contrasto tra la travolgente giovinezza di JR e la vita ormai quasi al tramonto di Agnès. L’opposizione è però mitigata da un forte sentimento di amicizia che utilizza l’arte come mezzo di incontro generazionale riuscendo a superare anche la barriera dell’età. Interessante inoltre il parallelismo tra l’amicizia della cineasta col regista Godard e quella con il fotografo, due relazioni accomunate, oltre che da affinità artistica, anche dalla curiosa abitudine dei due uomini di portare sempre gli occhiali da sole. Centrale è infatti il tema della vista, canale primario per stimolare l’immaginazione. Gli occhi di Agnès, col loro sguardo attento sul mondo, diventano gli occhi dello spettatore, che impara a cogliere in questo strambo percorso la bellezza e la leggerezza delle cose, osservando l’arte nella poesia della natura. Tutto ciò è evidenziato dalla fotografia che mostra grande attenzione alla resa estetica dei paesaggi; ad esempio, nella scena della scogliera un bunker tedesco, caduto dal precipizio, si installa sulla costa come un’opera d’arte.

Antoine è protagonista dell’ultimo film di Laurent Cantet, in concorso nella sezione Un Certain Regard. La sua vita monotona, trascorsa tra video-giochi, video in rete e musica, subisce una svolta, quando si unisce ad un workshop di scrittura di un romanzo thriller. Le complicate dinamiche del gruppo fanno emergere problematiche relative ad una mentalità xenofoba post attentati in Antoine. Una strada di violenza risulta l’unica possibilità rimastagli, violenza impassibile anche di fronte ai ripetuti, ma vani aiuti dell’insegnante. La vicenda si trascina lentamente fino ad un finale che appare piuttosto debole. Antoine, privo di qualsiasi vita affettiva o relazione reale, si identifica negli eroi dei mondi virtuali, affascinato dalle armi e dalla violenza. Se da una parte i personaggi secondari rimangono incatenati a degli stereotipi, dall’altra il protagonista mostra un cambiamento, soprattutto nella redenzione finale.
L’Atelier soffre dei tipici vizi di forma del cinema francese degli ultimi anni. Dialoghi lunghi ed estenuanti, nessuna musica extradiegetica e un certo ideale di cinema verité, che, nonostante i pretestuosi riferimenti agli attentati e al clima di terrore che vive la Francia post Charlie Hebdo, rimane inevitabilmente ancorato al passato. Visto in lingua originale non è risultato facilmente comprensibile a causa dell’accento spiccatamente meridionale e dello slang giovanile.
In definitiva è un film scisso senza una direzione e una sua ragione d’essere.

 Garçons de Cannes 2017

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