Carlo Giuliani. Lo schermo horror nella semplicità di un cerchio

IL CERCHIO CHE INDAGA

Ci siamo in pieno. Il cinema l’abbiamo diviso in generi, come si è fatto per altre forme di racconto. Giustamente. Anche solo per constatare come possa essere difficile in certi casi inserire un’opera in categorie predefinite.

La televisione, che utilizza svariate forme di racconto, non ci permette con facilità la stessa operazione. Tanto da dover decifrare nuove categorie o allargare quelle conosciute per ospitare materiale narrativo, che ne sposa i caratteri in maniera inconsueta. Giusto per buttare lì che forse esiste una tv dell’orrore, quella che adesca i personaggi dalle strade della cronaca e li eleva a fiction, istanze narranti doppiamente: nel privato prima, nella collettività catodica dopo. È la tv della “solidarietà” e dell’umana “condivisione”; che chiama a raccolta milioni di uditori, ora giudici ora confessori, o semplicemente spettatori senza partito, che accolgono quel che neanche con il contatto diretto a volte si può raccogliere: il dolore lacerante di una perdita.

La sig.ra Franzoni, ad esempio, in linea perfetta con il reality show, ha varcato la soglia che divide umanità da mostruosità inorridendo noi, che vorremmo aggrapparci con le unghie a un senso di eticità, con la messa in onda, e dunque in scena, di un dolore che dovrebbe essere privato. Nel senso di profondamente vissuto, condiviso nello spazio stretto dell’intimità familiare, nel silenzio del proprio Libero Corpo.

Invece tocca prendere atto di come anche il dolore è stato venduto dal patologico desiderio di comparire; il corpo, schiavo dell’ascolto, davanti all’occhio meccanico per avvalorare la propria esistenza, darle credito nell’istante in cui si cerca approvazione popolare. A costo di imbastardire lo sgomento sincero causato da una perdita (perché tanto imbastardisce il passaggio tv, che quel dolore immenso rischia di passare inosservato; e rischia, lo sgomento, di apparire neanche così sincero).

IL CERCHIO CHE UCCIDE

Il 25 luglio 2002, sulla terza rete nazionale prima della mezzanotte, è passato il film documentario di Cristina Comencini Carlo Giuliani ragazzo. Il film di montaggio che vorrebbe ripercorrere l’ultimo giorno di Carlo, attraverso il racconto della madre, intervallato da poesie dello stesso Carlo e spezzoni della guerriglia urbana, diventa invece il racconto di un dolore materno.

Procediamo con ordine. Premettiamo che abbiamo già avuto modo di vedere diversi montaggi sui tragici eventi di Genova (da Blob a Genova. Per noi. coordinato da Citto Maselli) e altro probabilmente vedremo ancora, data la presenza al G8 di numerosi cineasti. Premettiamo che queste immagini, pur prendendo una posizione precisa, non pretendono di fornire risposte (speriamo riesca a farlo la magistratura a cui tocca l’ingrato compito di smontare presunte false piste). Premettiamo infine che il lavoro della Comencini ha avuto un primo passaggio nelle sale cinematografiche di tutta Italia, che non nasce dunque come film tv.

Fatte le giuste premesse diciamo subito che la struttura di Carlo Giuliano ragazzo è apparentemente semplice e didascalica: le immagini, che a un solo anno di distanza parrebbero già di repertorio,  commentano il racconto della Sig.ra Giuliani. Sig.ra Giuliani che la regista (sempre fuori campo) ha sottoposto a lunga intervista, inquadrata in primo piano, leggermente di tre quarti, volto che nel corso della visione ci diventa via via più familiare.

Per inciso i Giuliani hanno fin dall’inizio preferito chiudersi nel riserbo più assoluto, rilasciando a caldo poche dichiarazioni: nulla in confronto ai giudizi che i nostri organi di informazione si affrettavano a dare sul figlio appena deceduto, “obbligati” a fornire un profilo tanto più stereotipato, quanto identificabile da una massa di telespettatori che per natura pretende risposte.

L’obiettivo della regista è però quello di raccontare la triste fine di un ragazzo qualsiasi che si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per fare questo ha bisogno di ricostruire la vicenda appoggiandosi a chi più di altri conosceva Carlo ed è informata di ciò che accadde prima, e quel che è accaduto poi: la madre.

Ne viene fuori un ritratto di Carlo definito e più veritiero, ma anche la figura di una donna decisa, nella ricerca di giustizia, dignitosa, soprattutto nel non confondere il racconto degli eventi con il racconto di un dolore personale non comunicabile.

Eppure il dolore lo percepiamo ed entra in noi. Come spettatori cinematografici, in quanto il grande schermo e il buio amplificano le emozioni (e la rabbia); ma anche come spettatori televisivi, agghiacciati da una lacrima che non arriva e non arriverà, dalla mano che la Sig.ra Giuliania volte non fa a tempo a nascondere e che invece trema davanti all’obiettivo. È il dolore a cui ci avviciniamo lentamente attraverso la suggestione del montaggio che di quel racconto celato fa emergere i dati visivi: immagini di una moltitudine di gente senza nome da cui ad un certo punto si stacca una sagoma. È Carlo incorniciato in uno stop frame terribile.

Il racconto della madre, gli spostamenti di Carlo, i suoi cambi di direzioni, le sue scelte tutte cruciali, ad un certo punto incrociano l’immagine del figlio. Da quel momento in poi nulla cambia nel tono della Sig.ra Giuliani, ma tutto muta nella percezione che noi abbiamo di quel punto sullo schermo. Carlo diventa il dolore vero della madre. Le immagini lo hanno scovato e ne hanno ripresi gli ultimi istanti: con lo scotch al braccio, con la canottiera bianca, con il volto scoperto o con il passamontagna. In mezzo alla folla esiste un nome e un cognome identificato da un cerchio rosso che lo distingue e lo costringe ad essere protagonista.

L’orrore è nel fatto che noi come spettatori conosciamo ciò che sta per avvenire, mentre le immagini ci riportano in vita un individuo che in quel fuori tempo ancora non sospettava nulla. Ancora di più entriamo così in empatia con la donna, con il desiderio di lei di fermare l’immagine, spingendo Carlo in un altrove, fuori dal circolino rosso che, tanto per l’innamorato che per il condannato, sa tanto di ineluttabilità.

È il cerchio che risolve una presenza dal nulla, che sagoma su uno sfondo, che – come fosse un mirino di cecchino – seleziona uno tra tanti e gli impone un destino. Per Carlo non si tratta di un cammino verso la vita, ma verso una fine al ralenty della moviola.

Rivedendo una strada già percorsa (la nostra o quella di altri), si gioisce nel bene, ma si prova sgomento e orrore nella tragedia, nella ricerca di un senso che proprio non può essere rimozione e non vuole essere elaborazione.

IL CERCHIO DELLA FINZIONE

A questo punto varrebbe la pena ricordare che le immagini appartengono ad un mezzo che per natura racconta freddamente; ad un occhio – umano – che per natura interpreta; ad un processo – il montaggio – che per natura spezzetta, toglie e aggiunge senso. Per dire che, sela Comencini, con discrezione, riesce a suggerire allo spettatore il modo per tentare una sintonia conla Sig.ra Giuliani, tutto quel che abitualmente passa davanti al cerchio dell’obiettivo e arriva diritto in casa, è appeso al limite di una verità psicologica chela Tv(quando si tratta di raccontare un dramma), non sarà mai in grado di definire.

Per ritornare al nostro esempio d’apertura, alla Sig.ra Franzoni è “stato offerto” un palcoscenico su un pubblico abituato a fritti misti di lacrime e risate usa e getta, che la realtà la finge e basta, con l’ausilio del linguaggio audiovisivo. Un luogo dove ogni passaggio di eventi e individui non attesta l’estrapolazione da una massa insignificante, il privilegio del cerchio rosso, ma la mortificazione di una morte per asfissia ai primi consigli per gli acquisti.

Alessandro Leone

(Pubblicato sul n°20 della versione cartacea, dicembre 2002)

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