Che fare quando il mondo è in fiamme?

che-fare1In quella continua interconnessione di cose e pensieri che rende il cinema una specie di labirinto multidimensionale, dove non ci sono centri né riferimenti perché tutto rimanda ad altro in un perenne rovesciamento di prospettive, anche l’ultimo lavoro di Roberto Minervini non fa eccezione. Italiano di nascita, ma di gusto europeo e americanissimo di formazione, metodologia e ambizioni, il nostro concepisce un film che già dal titolo, Che fare quando il mondo è in fiamme?, scomoda cose altre, come il più o meno recente documentario Did You Wonder Who Fired the Gun? (2017) di Travis Wilkerson, (quest’ultimo passato all’ultima kermesse locarnese, pure in concorso, e uscitone vergognosamente privo di riconoscimenti). La triade si completa con I’m Not Your Negro (2016) di Raoul Peck, forse il più popolare del gruppo citato, anche se non necessariamente il più incisivo. E infatti il documentario di Minervini, perché di documentario si tratta, condivide più cose con la riflessione di Wilkerson che con quella di Peck, anche se, da italiano, il Minervini intesse e ricama nuove vedute, interpreta e ricostruisce mutando e mescolando i dati a una sensibilità così poco americana, che non si suggestiona, non si sente parte di una cultura che i negri, bene o male, li ha sempre relegati ai margini della società. Ecco, il lavoro di Wilkerson è forse più passionale, personale e viscerale, perché Did You Wonder… scomoda valori universali che partono dal localistico, dal territorio, per farsi metonimia di una condizione collettiva, la negritudine, che però resta sempre sintomatica di un certo sentire statunitense. Invece Minervini segue una strada tutta sua, che forse è persino contraria a quella battuta dal collega, perché lui parte dall’universalistico, la diversità del diverso, del negro, dell’immigrato che non lo è ma che tale è considerato, per affondare e dissezionare il localistico: nel caso specifico la comunità afro di Tremé, quartiere di New Orleans, dove i neri, consapevoli della loro condizione di subordinazione sociale, nutrono odio e rabbia nei confronti dei bianchi.

che-fare2Lo sguardo dell’abilissimo regista galleggia per settimane, mesi, forse anni tra queste strade di periferia, brutte, dimenticate, dove si consumano con quotidiana fatalità i drammi di una generazione di perdenti: droga, solitudine, alcol, non c’è nessuno a Tremé che non sia stato in carcere per qualche reato, che non abbia sperimentato una qualche dipendenza, che non porti ancora il segno di cicatrici inguaribili. Non sappiamo se Pietro Germi abbia influenzato la sua visione del mondo, di sicuro l’ha influenzata inconsciamente, perché osservando il culto del primo piano, che in Che fare quando il mondo è in fiamme? si eleva a valore assoluto, a cifra stilistica sbandierata e a tratti comprensibilmente compiaciuta, viene certo da scomodare l’umanesimo laico di Germi. Lui stava al primo piano come Scola al piano sequenza, l’uno all’Uomo e l’altro all’Ambiente. L’etica dell’individuo incontra l’estetica del bianco e nero, e allora le facce, i volti, le ferite che si scorgono senza esserci ricordano persino le fotografie di Walker Evans, anzi oserò ancora di più: James Nachtwey, il cantore massimo e massimo pornografo del corpo violato. Pur non sapendo quanto Minervini sia artefice e vittima delle situazioni che mette in scena (d’altronde era un po’ lo stesso quesito che ci ponevamo con il suo film precedente, Lousiana – The Other Side, 2015), il risultato è drammatico: la rabbia domina su tutto. Poco importa che si segua la storia della bellissima barista che annaspa tra debiti e violenze allucinanti del passato, poco importano le ronde di un neocostituito e anacronistico Black Panther Party, che pattuglia il territorio nell’illusorio convincimento di potersi sostituire alla polizia: ciascuno è arrabbiato con la cultura bianca, assolutizzata, mostrificata, trasformata in un indefinibile spauracchio che su tutto domina e incombe. La scelta di Minervini è geniale: i bianchi non sono mai inquadrati, e quando lo sono, lo sono fuori fuoco. Sempre. Forse è l’italianità del regista, o comunque la sua non americanità, a dire tante fastidiose verità sul razzismo statunitense, e cioè che oggi il vero atteggiamento razzista appartiene proprio ai negri che pure chiedono giustizia. Non sono tanto le accuse che le discussioni di gruppo, da almanacco freudiano, portano in superficie, con rivendicazioni comprensibili ma confusionarie, o un atteggiamento di generale sospetto nei confronti di chi nero non è: ma è proprio quel primo piano di cui dicevamo, alla Germi, che sottolinea l’impossibilità ad andare avanti, a chiudere i conti con un passato troppo ingombrante per tendersi verso un futuro certo non radioso, ma fatto di speranza, di amore per gli altri, ma soprattutto per se stessi.

Come dire, il negro è chi il negro lo vuole fare, lo vuole essere senza comprendere che tali si è nella misura in cui si spinge l’altro a vederci. La speranza è forse data dai ragazzini che ciondolano per il quartiere, tra rovine e strade polverose che, pur già costretti a confrontarsi con il concetto di razza, per come è veicolata attraverso la semiotica della cultura nera, si rendono testimoni (ancora) innocenti di un orrore dell’età adulta: l’incapacità di perdonare l’uomo bianco e divenire persone migliori.

Marco Marchetti

Che fare quando il mondo è in fiamme?

Regia: Roberto Minervini. Fotografia: Diego Romero. Montaggio: Marie-Hélène Dozo. Origine: Italia/USA/Francia, 2018. Durata: 123′.

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