Cinema Babilonia

Il film più celebrato e chiacchierato in questo 2017, diffuso capillarmente in ogni buco di mondo, è una produzione indipendente, nel senso che hbnon dipende dal denaro di nessuna casa cinematografica.
Tanto sperimentale da non avere titolo e sfuggire alle logiche della distribuzione ufficiale, se un titolo dovesse avere, si chiamerebbe Cinema Babilonia, con chiaro riferimento a quel capolavoro di narrativa ibrida, scritto dal cineasta sperimentale Kenneth Anger, che è Hollywood Babilonia, pubblicato negli USA nel 1959 (Adelphi per l’Italia): in pratica cronache grigie, nere, squallide, della comunità di star e starlette dalle origini degli Studios al secondo dopoguerra. Vizi, vizietti, divertissement, consumati ai margini dei set a un passo dalla vita reale, da eroi ed eroine del cinematografo a cominciare dalla grande stagione del muto, che stroncarono carriere ed esistenze. Festini a base di alcol, droghe, sesso; bungalow e camere d’albergo come scenari di orge, giovanissime volenterose sognatrici aspiranti attrici trasformate in oggetti sessuali, ricattate per comparsare sullo sfondo di qualche megaproduzione. E poi le ricadute psicologiche di una fama a volte caduca, di uno splendore effimero e destinato a spegnersi con l’avvento del sonoro o, semplicemente, per l’abuso di sostanze e psicofarmaci. Hollywood come babilonia linguistica di corpi che si fanno personaggi, ma senza vocabolario che possa ritradurli nella realtà.
E di corpi ne caddero e come nei pressi del Sunset Boulevard. Da quello pesante di Roscoe “Fatty” Arbuckle, accusato di un violento stupro, fatale per Virginia Rappe, a quello di William Desmond Taylor, regista Paramount assassinato e invischiato in torbide storie di sesso con Miles Minter e Mabel Normand; da Clara Bow, rovinata dalla pubblicazione di un elenco di amanti, a John Gilbert e Marie Prevost, scomparsi prematuramente dopo gli insuccessi dei loro primi film sonori. Fino alla diva delle dive: Marilyn. Tutto condito da insaporitori di gravidanze inopportune e sommerse, da fiumi di denaro gettati alle ortiche, dalle devianze sessuali di produttori, registi, attori (senza distinzione di genere), da processi prima mediatici e poi, forse, giudiziari, spinti con forza dalle dita velocissime (sui tasti delle macchine da scrivere) di due faine conservatrici come Louella Parsons e Hedda Hopper (la più temibile persecutrice di Chaplin): non semplicemente stampa scandalistica, ma potente ingranaggio tritacarne, capace di influenzare il pubblico e di spegnere interi sistemi solari.
Ecco, quel mondo sfarzoso e decadente, che il lato A dello schermo non mostrava, per arpeggiare con i sogni del pubblico, non è finito con gli anni ’50, se è vero che un secondo volume fu pubblicato nel 1984 e che un terzo non vide la luce – così afferma l’autore – per un focus su Tom Cruise, grande sostenitore di Scientology; quel mondo persiste, mai misterioso per gli addetti ai lavori, e non è confinato a Hollywood, non ha la sola matericità del cinema, ma si infiltra, come liquame fetido, laddove ci sono soldi, fama, potere, dove i rapporti di forza generano occasioni e i compromessi silenziosi sono accettati (che non è sinonimo di leciti).
Unicamente per questo mi domando quanto ancora faremo finta di stupirci davanti a un racconto che itera intrecci usurati, con strutture prevedibili e finali approssimativi. Eric von Stroheim fu più bravo di Kevin Spacey o Dustin HoffmanWeinstein rimane un bastardo e sarà processato. Ma probabilmente il successo di Cinema Babilonia 2017 è proprio nel perenne sadico godimento che il pubblico, in ogni epoca, prova nella dilatazione dello schermo, in questa esperienza di cinema espanso che al centro accende la luce dei divi e ai margini, nel regno della transmedialità li giudica e li condanna anzitempo sulle tracce scivolose dei sentito dire, della delazione o delle accuse gridate dopo anni di omertà (paura, convenienza, complicità? Vai a saperlo).
Ma non c’è proprio qualcosa di meglio?

Alessandro Leone

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