Cronache da Locarno67: 12 agosto

a blast 2Giornata strana, questa. Muore Robin Williams, suicida, e Roman Polanski comunica alla direzione del festival che non parteciperà all’incontro con il pubblico previsto per il quindici di agosto. Ragioni private, quelle dell’attore, ragioni politiche quelle del regista polacco. O meglio, ragioni penali che si rispecchiano nel politico. Sono però almeno due i film da ricordare, il più importante dei quali è senza dubbio A Blast di Syllas Tzoumerkas con una bellissima Angelikì Papoulia di Kynodontas e un bellissimo Bacco greco di nome Vassilis Doganis. Che dire? Il film non è piaciuto quasi a nessuno, il pubblico si è arrabbiato, la critica l’ha definito ora insensato, ora sgangherato, ora pieno di cose, situazioni e momenti che non spiegano nulla. Eppure A Blast è uno dei migliori film in concorso, e uno dei migliori della rassegna. Non vi preoccupate, non c’è nessuna epidemia di cretinismo da parte di chi il film l’ha visto e non l’ha apprezzato, come si spera non ce ne sia dalla parte di chi scrive. Il discorso è molto simile a quello che si potrebbe fare per l’altrettanto stupefacente (e chiacchierato) Perfidia di Angius, etichettato come deprimente, cupo, privo di luce e speranza, o addirittura come una robetta già vista e abbastanza sfiatata. Il cinema che racconta la crisi, e quindi che racconta l’Italia seppure attraverso gli occhi della Grecia di Tzoumerkas, non può essere totalmente capito, e spesso nemmeno spalleggiato, da chi la crisi tutto sommato non la sente. Quando un italiano si ritrova di fronte allo sfascio morale, sociale ed economico del nostro paese, che è poi lo sfascio dell’intera Europa, subito si chiude a riccio, nell’aspettativa illusoria che un qualche politico possa tirarci fuori dai guai. C’è ancora la speranza, macerata e ruminata nelle bocche degli idealisti, per la quale l’anno prossimo tutto andrà meglio, le previsioni di crescita sono incredibilmente favorevoli…

a blast

A Blast non fa invece sconti a nessuno, prende il pubblico più sofisticato per sfasciarne il grugno, apre le cateratte della disperazione per permettere alla rabbia repressa di tracimare in un unico, grande magma. Proprio come nel più o meno coevo Miss Violence, anche qui ci muoviamo dalle parti del dramma famigliare, dove una donna giovane, bella e arrabbiata picchia tutti e spacca tutto: prima il fidanzato della sorella, fascista brutto e pelato, massacrato a cartoni e a colpi di stampante gettata sul cranio; quindi la madre paralitica, disarcionata dalla sedia a rotelle e sculacciata come una bambina cattiva, con tanto di gonna alzata e mutandoni in bella vista. E quando la nostra protagonista non è impegnata in lunghi e volgarissimi dialoghi con la sorella, ecco che vola a letto con il marito marinaio, facendoci tanto di quel sesso che nemmeno a prendere tre pastiglie di viagra riusciresti a soddisfarla, infine (quando l’amato è per mari) si reca negli internet point guardandosi una miriade di pellicole pornografiche molto spinte, del tutto incurante degli sguardi incuriositi degli avventori. Avete capito il tipo di film? La Papoulia è una dea greca del sesso e della vendetta, una forza della natura dirompente, e A Blast è interamente costruito su questa sua energia ferina, la voracità violenta e sboccata, la mimica potente e l’approccio tutto gestuale alle cose: insulta, schiaffeggia, ride e scimmiotta, e intanto Atene va a fuoco come la Troia di Euripide e le colpe dei padri ricadono sui figli. Ma è più una catabasi che una catarsi.the tribe

L’altro film di cui dicevamo è Plemya (The Tribe) di Myroslav Slaboshpitskiy, giurato del concorso Pardi di domani. Con questa pellicola interamente “parlata” con il linguaggio dei sordomuti, l’impronunciabile regista si è aggiudicato il premio della critica all’ultimo Cannes. La storia è quella di un mondo silenziosissimo, dove gli unici rumori sono i suoni dell’ambiente e gli individui non comunicano se non con le mani e i cenni del volto. All’inizio pensi di trovarti in un riformatorio per disabili, ma poi scopri che è proprio il mondo che non parla e che questi ragazzi di strada non sono altro che la metafora di una Ucraina sfilacciata, avulsa da una contemporaneità storica, lacerata da guerre tribali e fratricide, priva di identità ma del tutto incapace di recuperarne una. La violenza umana, sociale e visiva è più o meno quella del film greco, ragazzotti che si pestano come bistecche, si derubano e si fanno i dispetti, ragazze che si prostituiscono con i camionisti nei parcheggi, giovanissimi papponi che si contendono il mercato dello sfruttamento. Tutti si massacrano tra loro, fanno sesso senza troppe censure, dormono ammassati peggio dei topi e cagano pubblicamente in gabinetti privi di porte. Come gli antichi romani, direte. No, quelli si sedevano e si lavavano, questi usano ancora le turche. Il peggio dello schifo. C’è un tizio schiacciato da un camion, una meretrice a gambe aperte che subisce un aborto da una mammana zozza come una fattucchiera (anche qui senza troppe censure), infine un po’ di teste spappolate tipo cocomero, sangue e cervella ovunque. Un delirio formalmente ineccepibile, potente come un orgasmo, doloroso come un calcio tra i denti.

da Locarno, Marco Marchetti

 

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