Cronache da Locarno67: 13 agosto

Cavalo-Dinheiro-1L’evento più atteso della giornata, già anticipato ieri in sala giornalisti, è stato senza dubbio la proiezione di Cavalo Dinhero (Horse Money, titolo internazionale). Sembra che il nostro Chatrian abbia “acquistato” la pellicola ancora in lavorazione, visto che lo stesso regista portoghese Pedro Costa ha dichiarato non solo di non aver visionato il film completo, ma che montaggio e missaggio sono stati frettolosamente ultimati nelle scorse settimane. Insomma, una bella sorpresa per il pubblico che forse per la prima volta, o almeno in una delle pochissime occasioni, ha potuto fruire di un’opera cinematografica ancora priva del giudizio definitivo del suo creatore. Cavalo Dinheiro è in linea con i precedenti lavori del regista, come No quarto da Vanda e Sweet Exorcism, tanto da riprenderne non solo il personaggio protagonista di Ventura, ma addirittura il dialogo in ascensore tra lo stesso Ventura e un soldato color fosforescente in odore di telepatia. Sì, Costa assembla della roba veramente strana, intellettualoide, verbosa quanto si vuole ma comunque formalmente ineccepibile: all’inizio c’è un nero catatonico che cammina nel buio in una specie di tortuosa segreta medievale, pietra alle pareti e illuminazione espressionista. Poi ci spostiamo in una camera di ospedale, piena di neri catatonici in preda ai tremori e che raccontano le loro terribili biografie. Siamo a Fontainhas, Capo Verde, o forse no. Forse è un limbo grigiastro, quello in cui è ambientato questo film indefinibile, senza trama, senza storia, fatto da un insieme di racconti corali, stralci di dialoghi, letture di certificati di nascita e di morte, gente che sembra morta ma che forse non lo è. Le immagini sono potenti, ipnotiche, dialoghi sconnessi e appena sussurrati. Le tenebre dominano su tutto. Che questo metaforico ospedale sia il purgatorio? Uno spazio senza spazio in un tempo senza tempo, alla Tarkovskij, dove le coordinate del passato collidono con il presente e il presente si mescola tra incrostazioni dolorose ma indelebili di memoria storica. Solo per intenditori, formalisti, estimatori di Derek Jarman e tutta quella fetta di pubblico che preferisce lasciarsi cullare dalle immagini anziché farsi stordire dalla narrazione.listen up

Due i film americani, rispettivamente nel Concorso Internazionale e nel Concorso cineasti del presente. Entrambi identici o quasi, come tutti i film da Sundance, costruiti allo stesso modo, montati allo stesso modo, recitati, pensati e dialogati allo stesso modo, l’uno appena un po’ più complesso nell’approccio, l’altro decisamente più lassativo nelle forme. Non è una critica per carità. In Listen Up Philip di Alex Ross Perry c’è tanta borghesia statunitense, con questo scrittore da chissà quante copie vendute che molla la fidanzata per rifugiarsi nella casa di campagna del suo vecchio mentore, scrittore come lui, e come lui saccente, cattivo e arrogante. La macchina di Perry è leggera più di una farfalla, svolazza sull’egocentrismo di lui, si allontana per riprendere il dolore di lei (e la rinascita che ne consegue, appena si rende conto di quanto è stata scema nel corrergli dietro), quindi si intrufola nella vita dell’insegnante, egocentrico all’inverosimile, tronfio e trombone. Il senso è che chi è buono è buono e chi stronzo è stronzo, il successo ci rende incredibilmente avidi, l’ambiente accademico americano non è migliore di quello italiano, e insomma trovateci voi quel che volete. christmasChristmas Again di Charles Poekel è invece l’ennesima storiella natalizia a base di baci, abbracci e prozac. C’è un tizio che vende alberi di Natale, la gente li compra ma lui è triste perché è appena stato scaricata dalla compagna e dorme in una roulotte. Una sera dà ospitalità a una ragazza che da quel giorno gli porta le torte (!). Tra i due sboccia del tenero, e nel caso lo spettatore non lo capisca da solo, il bravo regista inquadra un fiorellino messo ammollo che quando i due si baciano fa spuntare i petali. Musica natalizia in sottofondo, famiglie contente, tanta allegria. Sarebbe stato bello prendere la tizia di A Blast e farla interagire socialmente con questa masnada di decerebrati… Chissà dove sarebbe finito l’albero di Natale.alive_foto_07

Diverso discorso per Alive di Park Jungbum, tre ore giuste giuste di pellicola sudcoreana. Il nostro ha il senso (coreano) del ritmo, personaggi azzeccati, ambienti sordidi e al limite dello sfacelo umano e morale, e il film riesce perciò a donare l’affresco sociale di un paese contraddittorio ma fremente per i cambianti che, pur dolorosamente e stentoreamente, stanno prendendo piede. Ricorda un po’ Il tocco del peccato di Jia Zhangke, ma con poca violenza dalla sua. Qui c’è un operaio in un’azienda di pasta di soia: il capo è super ricco, la figlia super viziata (convince il padre a comprarle una televisione da trentamila dollari), gli operai super poveri. Una matta sta con un cretino e insieme riescono a combinare disastri in un modo che nemmeno un bambino scemo riuscirebbe. La produzione è compromessa, il capo si arrabbia e succede di tutto.

da Locarno, Marco Marchetti

 

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