Cronache da Locarno67: 6-7 agosto

locarno 1Si chiudono con un bilancio positivo i primi due giorni di questo Locarno 67. La grande rivelazione è stata senza dubbio, com’era d’altronde lecito aspettarsi, il tanto chiacchierato film filippino di Lav Diaz, uno che ha abituato le platee di Venezia a pellicole della durata superiore alle cinque ore. Non fa eccezione questo Mula Sa Kung Ano Ang Noon (From What is Before) che si attesta sui 338 minuti: grandi mormorii di disappunto nella sala riservata alle anteprime stampa, momenti di angoscia interiore, spettatori assediati da dubbi e tremiti, il personale che serviva bottigliette d’acqua e panini all’ingresso avvisando gentilmente l’utenza della pericolosità di quanto stava per essere proiettato. Eppure, nonostante le drastiche previsioni e le pur numerose defezioni di metà proiezione, il film di Diaz sembra avere incassato parecchi consensi, rivelandosi uno dei papabilissimi del palmares locarnese: bianco e nero contrastato, pochi grigi e molte zone d’ombra, lunghi silenzi, la pioggia, il fiume, il rumore della foresta scossa dall’acqua e dal vento. Siamo nelle Filippine dei primi settanta, quando il dittatore Fernand Marcos proclama la legge marziale. In realtà lo sfondo storico è un pretesto per intavolare una dissertazione antropologica su un piccolo villaggio sperduto tra le colline, un borgo poverissimo abitato da contadini, bovari e pescatori, e attraversato da funerei presagi che anticipano e preludono in qualche modo alla tragedia della dittatura: qualcuno massacra le vacche al pascolo, il cadavere di un uomo viene rinvenuto nel mezzo di una strada, morso al collo da chissà cosa (un animale feroce? un demone?), una ragazzina schizofrenica girovaga nuda di notte per la spiaggia, implorata da molti come taumaturga, indemoniata per altri, bisognosa di preghiere ed esorcismi per il parroco locale. Il Male serpeggia per queste strade limacciose, spingendo l’uomo alla violenza e al sopruso… Le quasi sei ore del film scorrono come l’acqua dei suoi fiumi, colpiscono con la stessa forza brutale della natura che rappresenta, maestosa e impietosa, pullulante di spiriti e morte.locarno 2

Decisamente più leggero Lucy di Luc Besson, un antipasto che ha inaugurato la serata d’apertura del festival con i suoi colori, la fotografia sgargiante, il montaggio pazzoide che lascia presagire una pellicola in salsa pop per poi virare alla fantascienza più sboccata. Scarlett Johansson si riconferma l’attrice più sexy del panorama cinematografico occidentale, seconda forse solo a Naomi Watts, e il regista di Nikita fa le cose in grande pastrocchiando tutto quello che poteva essere pastrocchiato: immaginate una droga che conferisce super poteri a chi ne fa uso (e abuso), immaginate il monolito kubrickiano sotto forma di chiavetta USB, immaginate quindi Scarlett Johansson travestita da Milla Jovovic di Resident Evil che che inscena la parodia della creazione di Adamo allungando il dito verso una scimmia brutta e puzzolente; condite il tutto con Morgan Freeman che presenta il Morgan Freeman Science Show e vi sarete fatti un’idea. Lucy è divertente, sboccato, scioccamente cafone e proprio per questo alla fine imperdibile.

Non male il cortometraggio Thirst di Rachel McDonald con Melanie Griffith nella parte di un’alcolizzata che trova compassione e redenzione nelle amorevoli attenzioni di un barista. Il finale è terribile, ma la Griffith funziona come una splendida diva ormai consunta dal vizio. Il che è quanto basta per avere il nostro pieno consenso. Tra le altre sorprese del festival è impossibile non citare La Sapienza di Eugène Green, coproduzione italo-francese, finanziata tra le varie da Torino Film Commision e Rai. Un viaggio, chiaramente ispirato al Viaggio in Italia di Rossellini, di due coniugi, architetto lui, psicoterapeuta lei, che troveranno il modo di risolvere i loro conflitti attraversando la penisola da Stresa a Roma. Lo spazio mentale diviene metafora di quello architettonico, o forse il contrario, da Bernini a Borromini, dalla torinese Chiesa di San Lorenzo del Guarini (con tanto di ripresa sulla famigerata faccia del diavolo presente nella cupola) all’eleganza papalina della Roma barocca. Cene a lume di candela in sontuosi interni caravaggeschi, sembra La grande bellezza ma in realtà è Brecht a dettare il ritmo delle danze. Un consiglio: lasciate la sala quando fa il suo ingresso l’iracheno.

locarno 3Altra perla per i “nocturniani” più esigenti: Fils de… , sezione Signs of Life. Il film di HPG, pornografo francese, si colloca a metà strada tra il documentario e la fiction, in un limbo che non è proprio mockumentary ma ci manca poco. Camera a mano, riprese POV, luce naturale e tutto l’armamentario della situazione, il nostro HPG indaga il rapporto con la moglie e i due figli piccoli, la crisi di mezza età, il desiderio di continuare la carriera nel cinema a luci rosse e gli atteggiamenti indispettiti della moglie preoccupata dall’educazione dei pargoletti… Scene di sesso (censurate, ma spinte) con una nera obesa, due vecchie dalle tette rifatte e due gay che si sodomizzano… non ci si fa mancare nulla.

Le delusioni sono le seguenti: La princesa de Francia di Matias Pineiro, argentino, un filmaccio pensato da un giovane che gira come un vecchio, una storia contorta ispirata a Pene d’amor perdute di Shakespeare ma che mescola di tutto in un biberone stratificato, addensato e simbolizzato all’inverosimile. Il calcio, l’opera lirica, il teatro, il museo, la musica… e soprattutto tante, troppe chiacchiere. Si perde il filo per cadere in un mostruoso gioco a incastro dove tutto ha un significato che si confonde però nell’affabulazione più aleatoria. In seconda posizione Songs From the North di Soon-Mi Yo, un documentario diretto da una sudcoreana che racconta il nord del paese attraverso film e filmati d’epoca. Il risultato è la solita recita scolastica non diversa dal coevo Sosialismi di Peter von Bagh, presentato al Cinema ritrovato di Bologna e in programma qui a Locarno nei prossimi giorni.

da Locarno, Marco Marchetti

Cineasti del presente

Del deludente La Princesa de Francia ha già riportato Marco. Peccato, perché dopo un incipit davvero notevole, composto da un piano sequenza ricco di elementi interessanti ed originali, il film si perde in una verbosità eccessiva e in un intellettualismo fine a se stesso. Dovrebbe essere una riflessione sull’amore e sui legami sentimentali ma si risolve in un compiaciuto esercizio di stile che lascia IMG_1998il tempo che trova.
Del concorso Cineasti del Presente abbiamo visto due film che in modi e intensità diverse ci sono piaciuti. Il primo è il taiwanese Exit in cui una donna, chiusa in una vita che non riesce più a vivere, triste e scoraggiata per la sua condizione di solitudine, cerca una via d’uscita. Le occasioni non mancano, una vestita con le note del tango, lezioni a cui assiste e in cui trova passione e bellezza, l’altra nel corpo di un uomo che giace in un letto di ospedale, di fronte a quello in cui è ricoverata la madre di lei. Occasioni che in un modo o nell’altro non vengono colte, chiudendo la donna nel suo mondo in modo ancora più asfissiante, salvo il finale che apre qualche speranza. Il film ha un ritmo lento, una lentezza che potrebbe essere funzionale a descrivere la monotonia della vita della protagonista. Il tocco del regista è presente, consistente e autoriale.
Il secondo film è il francese Frère et soeur, un documentario che racconta in modo ironico, sapiente e poetico il mondo dei bambini. In particolare quello tra una ragazzina di 8 anni e il fratello di 5 anni. I litigi, i capricci, i giochi insieme, i sogni strampalati, le fantasie anarchiche di due bambini che non devono fare altro che essere felici e scoprire il mondo. Davvero un documentario ben fatto, dolce e delicato come capita poche volte, capace di descrivere situazioni e sentimenti con semplicità e passione.

da Locarno, Alessandro Barbero

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