Cronache da Locarno68: 13 agosto

loc2Ci avviciniamo ormai alla conclusione del festival: stremati, accaldati ma con l’invidiabile audacia di chi non scende a compromessi e si delizia con visioni estreme. Due in particolare attirano la nostra attenzione di cinefili masochisti e impenitenti. Sì, masochisti perché il cinema è innanzitutto dolore, sottomissione, accoglimento dello spettacolo autoriale e spesso autoreferenziale; impenitenti perché godiamo di questo dolore, che ci rende più forti, puri e intellettualmente preparati. The Sky Trembles and the Earth is Afraid and the Eyes Are Not Brothers è la prima esperienza forte della giornata. Il regista è Ben Rivers, inglese, uno che era stato ospitato al festival un paio d’anni fa con un interessantissimo fuori concorso dal titolo altrettanto enigmatico: A Spell to Ward Off the Darkness. Qui il protagonista è il deserto marocchino: spazi immensi, luce e sabbia, vento e rocce e neve, una troupe che visita i luoghi delle grandi produzioni cinematografiche del passato. Cinema e metacinema, realtà e immaginazione, rappresentazione e supposizione. Rivers ha tante corde al suo arco, è un bravo regista, un ottimo mestierante e un fine intenditore. Il suo film è certo meno radicale del precedente A Spell…, e non di rado cade in un compiacimento un po’ fine a se stesso, ma resta comunque una visione (delle cose, del cinema, della natura) ponderata e ragionata. Purtroppo dopo un po’ ci si addormenta. Ma perché i personaggi continuano a urlare le battute? Non è piacevole andare al cinema alle nove di mattino per sentirsi frastornati da un magrebino che sacramenta nella sua incomprensibile lingua. È anche vero però che in A Spell… c’era un finlandese che si infilava un dito nel sedere per poi andare a strimpellare metal in Norvegia. O era un estone? In ogni caso Rivers ha fatto un passo avanti, benché ci si divertisse di più ad ascoltare il metal.

loc1Seconda prova di forza: il giapponese Happy Hour di Ryusuke Hamaguchi. Cinque ore e venti di proiezione no-stop: l’anno scorso i filippini di Lav Diaz, quest’anno i nipponici. Il film è capolavoro di costruzione drammaturgica che, paradossalmente, narra le storie ordinarie di quattro amiche alle prese con divorzi o separazioni. Un giorno una di loro scompare, e comincia così un viaggio di introspezione che non ha nulla da invidiare al miglior Antonioni. Hamaguchi è attento ai particolari, alle cose non dette, ai piccoli gesti che in questa pellicola raggiungono una leggiadria insolita per un tema così pesante. Come sempre i giapponesi immergono i loro personaggi in un’atmosfera zen, dove tutto è rarefatto, all’apparenza tranquillo, nessuno alza la voce e quando si deve esprimere un’opinione lo si fa con tutta la dovuta educazione del caso. Eppure, dietro questo facciata di deferenza e gentilezza, oltre la rigida cortina delle buone maniere, ecco che si muovono gli spettri di una quotidianità problematica. È la mancanza di comunicazione ciò su cui l’abile regista desidera concentrarsi, il modo in cui le nostre aspettative non trovano corrispondenza nelle capacità ricettive dell’altro. Ovvio, questo approccio al cinema non è certo nuovo, tanto che Happy Hour ricorda un po’ Il regno di inverno di Nuri Bilge Ceylan, o comunque un certo tipo di cinema impegnato. Il punto di forza è infatti la sua “fluvialità”: se Hamaguchi avesse contenuto il proprio lavoro in un metraggio non superiore alle due ore, esso avrebbe perso ogni significato, trasformandosi in una storia come se ne sono narrate tante. La lunghezza mette invece lo spettatore nella condizione di prestare attenzione al dettaglio, alle circostanze, alle sfumature: sapendo infatti che il film finirà soltanto dopo diverse ore, egli è giocoforza spinto a concentrarsi per almeno tre o quattro di esse. È fisiologico, stateci attenti.

Da Locarno, Marco Marchetti

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