Cronache da Locarno68: 5-6 agosto

locar1Gli ultimi due anni di festival erano stati introdotti da film belli tosti, sboccati, tamarri. Qualcuno ricorderà l’adrenalinico Cani sciolti (2013) con Denzel Washington, e più recentemente il fantascientifico Lucy (2014) di Luc Besson. Forse non capolavori, ma di sicuro pellicole capaci di prenderti alla gola e trascinarti fino alla fine del metraggio senza sbadigli o assopimenti. Questa volta Carlo Chatrian, per la terza volta al timone della kermesse, ha sbaragliato le carte, regalando al pubblico un’inaspettata virata alla commedia. Commedia sofisticata, alla Lubitsch? Macché. Commedia pazzerella, alla Hawks? Ma va’ là. Stiamo parlando di Ricky and the Flash (Dove eravamo rimasti nella traduzione italiana) di un redivivo Jonathan Demme, quello de Il silenzio degli innocenti. Basti dire che la protagonista è quell’arzilla sessantaseienne di Maryl Streep che, truccata come un’adolescente e con le zampe di gallina mascherate sotto stratificazioni calcaree di cerone, strimpella la chitarra in qualche sperduto locale di L.A.. Canta, balla e sogna di diventare una rock-star della terza età, peccato che nessuno le abbia detto che è ormai ora di andare in pensione. Poi c’è l’ex marito (Kevin Kline), che vive in una lussuosa villa in un lussuoso quartiere privato, ha i vigilantes che gli locar1 bisparano le spalle quando riceve visite, e nonostante sia costantemente circondato da cose inutili, finisce pure per starci simpatico. La Streep lo va a trovare per prendersi cura di sua figlia, che ha appena tentato il suicidio in seguito alla separazione dal marito. Il bello è che l’attrice che interpreta la figlia è proprio sua figlia, Mamie Gummer, da non confondersi con l’altra figlia Grace, attrice pure lei e sua quasi gemella. Attrice si fa per dire, visto che per tutto il tempo la figlia d’arte se ne sta impalata come uno stoccafisso, nessuna espressione particolare, una faccia come il culo, e qualche parolaccia messa lì per divertire il pubblico. Peccato, perché il film partiva bene, come una commedia Sundance alla Alexander Payne, meno poesia ma una certa intensità di dialogo. Poi la pietanza si raffredda, fa la muffa ed è da buttare via. Pian piano, come un una pellicola della paura, la Streep comincia a perdere lo stucco, che si stacca, cade a pezzi, si sgretola per ogni scena. È uno stillicidio. Ed ecco che appaiono le grinze, le rughe, le borse sotto gli occhi. L’orrore si svela, il raccapriccio prende corpo. Ma non vi preoccupate, perché Demme cerca di recuperare facendole cantare Bad Romance davanti a una platea di ciccioni con il cappello da cowboy (c’è pure il barista frocio, nell’angolo a sinistra: fateci caso). Poi qualche litigio, tutti che s’accapigliano e fanno la pace, e per finire un bel matrimonio dove si danno pacche sulle spalle. Tipo Ti presento i miei, ma più triste. Zucchero, miele e ancora zucchero. La scena cult? La Streep con un vestito da damigella che suona il rock, e tutti che prendono a godersela in pista. Un incrocio tra un servizio per Top Girl e aspiranti Barbie sotto anfetamina.

locar3Molto più interessante Romeo e Giuletta di Massimo Coppola, fuori concorso. Siamo in un campo rom alla periferia di Roma, tutto è sporco, lurido, ci sono i sorci che scorrazzano nella spazzatura. Il regista fa la parte di se stesso mentre cerca di filmare la tragedia di Shakespeare con giovanissimi attori, quasi tutti semianalfabeti. Il canovaccio segue Cesare non deve morire dei Taviani, ma tutto è fatto con meno soldi e meno “autorialità”. Il che non è certo un difetto. Gli zingari non studiano, non lavorano e vivono di soldi dello stato (proprio come Salvini, direbbe qualche voce maligna), ma al contrario delle camicie verdi hanno un’innocenza pasoliniana che ormai è andata perduta. Guardate le loro facce, in questo film: sono dure, spigolose, a tratti strafottenti, intrappolate in un’adolescenza irrequieta, fatta di omertà, valori tradizionali, antiche usanze che nessuno, né il regista né i ragazzi che le subiscono, riescono a comprendere fino in fondo. Coppola, che tra l’altro fa recitare un bravissimo Valerio Mastandrea, riesce a riprendere tutto questo, con una semplicità a cui i vari servizi di Quinti colonna ci hanno disabituato. E alla fine questi zingari cattivi, volgari e puzzolenti riescono persino ad apparire belli. In tutti i sensi, anche e soprattutto fisicamente.

locar 2Primo film del Concorso: James White, di Josh Mond, produttore (è lui che ha stanziato i fondi per La fuga di Martha, 2011). La storia è quella di un ragazzotto di venti e passa anni, (Il James White del titolo, alias Christopher Abbott) che non vuole crescere, ma è costretto a farlo quando il padre muore e la madre si ammala ancora di cancro. Il regista lavora per sottrazione, cioè costruisce un personaggio che non accetta il dolore, e fa di tutto per dimenticarlo sbronzandosi, andando a donne o uscendo di matto quando la tensione psicologica sale alle stelle. Nel tempo libero, cioè quando non beve, non va in vacanza o non scopa, il nostro porta la madre all’ospedale, salvo scoprire che non c’è altra soluzione che tenersela in casa ed accudirla con morfina e palliativi. Chi è James White, questo individuo così egocentrico da meritarsi il titolo del film? Difficile dirlo: non è un eroe, non ha il fascino dell’antieroe, non ha abbastanza fegato per dirsi una persona matura. È un coglione come tanti, nel senso buono del termine, uno che probabilmente fa e farà sempre l’eterno adolescente perché incapace di comportarsi altrimenti. Mond non ce lo spiega, né ci fornisce molti indizi a riguardo. Forse è questa la pecca principale di un film che comunque funziona e regge bene le sue premesse: l’ambiguità. Lo spettatore non riesce a farsi piacere fino in fondo il protagonista, così come non è capace di odiarlo. C’è tanta abilità registica, tanta bravura tecnica, tanto virtuosismo stilistico: movimenti di macchina che tentano, come sempre, di imitare il cinema europeo, qualche piano sequenza, lo zoom sul sentimento… Ma che ci vuol dire questo regista? Dove vuole andare a parare con una vicenda dai contorni slabbrati, senza un messaggio più o meno visibile, magari anche in filigrana, che fa riflettere ma fino a un certo punto? Chi scrive non l’ha capito. A voi l’incombenza.

Da Locarno, Marco Marchetti

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