Cronache da Locarno70: 2-3 agosto

Concorso internazionale

loc1Quante cose strane succedono quando i tedeschi si mettono a girare film, e quante cose strane succedono quando si mettono a girare film per Bratislava. Scommetto che ben pochi di voi saprebbero individuarla su un Atlante geografico. Capre! Si tratta della capitale della Slovacchia, poco distante da Vienna, e forse l’unico grande film che ha saputo omaggiarla è stato Hostel. Non fosse stato per Eli Roth, e non fosse ora per Jan Speckenbach e il suo Freiheit, Bratislava starebbe lì dove si è sempre trovata, immersa in una beata e pietrificante ignoranza. Comunque, la storia è quella di una madre di famiglia soffocata dal marito, che di oppressivo ha soltanto il fatto che sia avvocato come lei. Un bel giorno decide di scappare per Vienna, senza lasciare lettere, cartoline o recapiti. A Vienna si fa una sveltina con un tizio che l’ha abbordata al supermercato, si complimenta per il suo bel pisello ma quando lui le fruga nel portafoglio per accertarsi della sua identità, ecco che la donna scappa senza nemmeno infilarsi le mutandine. Si reca a Bratislava in autostop, e mentre è a zonzo per la città fa la conoscenza di una spogliarellista. Segue un bello show a luci rosse con tanto di pompino al vibratore e conseguente rapporto sessuale (sempre col vibratore). Nel frattempo il marito ha un battibecco a sfondo razziale con un negro amico di famiglia (non c’entra nulla ma è un siparietto che, nella generale atmosfera di tragedia, porta tanta allegria), e infine si consola finendo a letto con la collega amica di mamma. La figlia li sorprende e anche questa signora scappa via senza mutandine. Il film non sarebbe nemmeno male, se non ci fossero troppe lungaggini, troppe vicende di donne che abbandonano seminude il luogo del delitto, e se il regista si decidesse a seguire una strada al posto dell’altra. Invece resta tutto lì, in una zona nebulosa e grigiastra, dove non si capisce bene cosa conduce a cosa, quali siano gli antefatti e quali le conclusioni, cosa c’entri una storia con un’altra e perché siano state inserite proprio in quel punto della narrazione invece che in un successivo. L’unica cosa sicura è che nel magico mondo di Speckenbach, quando una donna è di fretta dimentica le mutandine.

loc2Ta Peau si lisse, Denis Coté, canadese, classe 1973. Documentario geometrico sul bodybuilding, esteticamente preciso, una messa in scena asciutta fino a sfiorare il minimalismo. È un film di forma, il suo, basato sull’estetica, le volumetrie, le convessità del corpo umano, e quindi superficiale, certo debitore (soltanto) nelle intenzioni a Seidl, e comunque sempre capace di mostrare un mondo al limite, esagerato e barocco nelle non poche sfumature che lo compongono. Coté seleziona alcuni culturisti, li filma nella loro quotidianità, il cibo agglutinato di steroidi, la palestra, il sudore e le innumerevoli narcisistiche pose dinnanzi ad amici, fidanzate e famigliari. La vita è come appariamo, non c’è nient’altro. In un mondo dove lo sport è competizione, e vivere è la più competitiva raffigurazione dell’attività agonistica, l’assoggettamento del culturista a un ideale di bellezza (greca?) è quanto di più disperato ma onesto possiamo aspettarci. Alla fine non riesci a non fartele piacere, queste persone: sono fanatiche nel raggiungimento dei loro obiettivi? Né più né meno di tanti altri sportivi. Pensano che la vita sia una passerella attorno alla quale serrare i ranghi in ammirata contemplazione? Né più né meno di chi inonda il proprio profilo Facebook di selfie e autoscatti. Vivono per ammirarsi? L’edonismo è il tratto saliente della nostra cultura. I culturisti non sono migliori o peggiori di noi, e Coté li riprende nella loro strana, contraddittoria innocenza.

Concorso Cineasti del Presente

loc4La rivelazione della giornata è l’esordio  di una giovanissima regista georgiana, Ana Urushadze. Il suo film si intitola Sashishi deda (Scary Mother) e riguarda una donna, casalinga con marito e tre figli, che in gran segreto scrive un libro autobiografico su quello che pensa della propria situazione. Che forse è quella di tante casalinghe loro malgrado, forse è solo la sua, in fin dei conti non importa. Su consiglio del titolare della tipografia sotto casa, la donna decide un giorno di leggere l’incipit del manoscritto ai congiunti che, vergognosamente perbenisti, puritani e digiuni di qualsivoglia forma di letteratura, fanno scoppiare il putiferio. Sì, perché il volume si rivela l’affascinante e diabolica odissea pornografica di una devota, svampita casalinga che, nelle sue torride ma fantasiose pagine, sogna di essere una Bella di giorno dedita a ogni peccaminosa turpitudine. I passaggi più intensi sono dedicati appunto al marito e ai figli, maledetti, vituperati, vilipesi in tutti i modi possibili immaginabili. Il consorte si incazza e brucia il manoscritto, ma quando scopre che il tipografo ne sta facendo tradurre delle copie, tenta di farla passare per matta mettendole contro pure la poco innocente prole. Questo film avrebbe potuto intitolarsi il Male, perché è senz’altro assoluto nella raffigurazione di una famiglia normale, georgiana ma potenzialmente occidentale, alla moda e “integrata”, che sfrutta ogni goccia del proprio essere borghese e tollerante per schiacciare il dissenso intellettuale e letterario. Parrebbe un film femminista, dalla parte delle donne e della libertà, invece no. La Scary Mother del titolo presto si trasforma, pianifica la sua vendetta, sfrutta la propria verve corrosiva per annientare chi l’ha annientata, per rubare, fottere e succhiare quella vita che le è sempre stata sottratta. Entriamo nella psicoanalisi, nel rimosso, nella letteratura come specchio deforme del reale. Siamo dalle parti di Ozon, il mondo come costruzione di noi stessi, la realtà in quanto proiezione del desiderio, ma forse si va oltre, per lidi diabolici, per mari di pura, velenosissima immaginazione. È sbalorditivo il talento di questa regista, una ragazzina stranissima, impacciata all’inverosimile, vestita da uno stilista dadaista sotto assenzio (una camicetta di raso bronzo-dorato direttamente attaccata ai pantaloni di cotone grigio-nero, come una tuta dalle dimensioni sovradimensionate, clownesche). Eppure nella sua testa si nasconde un guerriero, un drago potentissimo, un’abilità demiurgica e visionaria capace di plasmare un capolavoro terrificante e al contempo sublime.

loc3Pure Pedro Cabeleira, portoghese, è un giovanissimo esordiente, ma il fluviale Verao Danado (estate dannata, in italiano) è quanto di più lontano possa esserci dal film della Urushadze. Lisbona è una città che non c’è, resta sullo sfondo, un appartamento, qualche contrada, uno scorcio di provincia, giovani che condividono un appartamento. Studenti, sognatori, perdigiorno, personaggi che entrano in scena, parlano, fumano, si drogano… Cabeleira gira un film lunghissimo, pedante come il ritratto di una gioventù maledetta che di maledetto ha solo il tedio. Fosse almeno il tedio di Moravia, invece è un tedio comune, banalotto, che appunto sfianca e tortura lo spettatore dopo il primo quarto d’ora. Il suo intento è quello di girare un film sull’inutile, e per farlo ricorre a tutti gli strumenti che l’inutile mette a disposizione: dialoghi lassi, ripetitivi, situazioni sciocche, individui senza energia che bruciano di una passione che non c’è in una città che non si nota. Cabeleira è bravo ma disonesto, usa il nulla per raccontare il nulla, e il risultato è appunto un nulla carico e intellettualoide. Certo il nulla si divide in varie categorie: c’è il Nulla in sé, che è motivo di gioia artistica, di bellezza, di intelligenza costruttiva; c’è il nulla che nullifica, come la televisione, oppure il nulla che fa dormire. Ecco, Verao Danado rientra piuttosto in quest’ultima categoria. Lo si potrebbe considerare il Premio Strega di Locarno, quindi è facile che il suo regista torni in Lusitania con qualcosa tra le mani. Ah, dimenticavamo: c’è anche l’orgia. Ma tanto è buio e non si vede… nulla.

loc5Eliza Hittman è una donna che fa un film sui froci. Meno male, il mondo del cinema è pieno di registi maschi che parlano di lesbiche, finalmente una donna che parla di gay. Ci riferiamo a Beach Rats. Ci riferiamo a Brooklyn. Ci riferiamo ad alcuni ragazzini di periferia, belli e dannati, che vivono tra baracconi, furtarelli, autoscontri e tanta droga. Uno scopre di essere gay, dedica i pomeriggi alla fidanzata recuperata al mercatino delle pulci e le notti ad incontri pepati con uomini più grandi di lui. Beach Rats è piacevole, intelligente, non cade nella volgarità ma non rinuncia nemmeno ad alcune brevi, pudiche scene di sesso. Abbiamo qualche pisello (moscio), un pompino simulato e una sveltina a pecora nel bagno di una nave-discoteca. Poco per soddisfare gli estimatori de Lo sconosciuto del lago, pochissimo per chi ancora spera in un singulto di cinema gender alla Greg Araki. Molto invece per chi ama la trasgressione senza trasgressione, moltissimo per chi si fa paladino dei diritti degli omosessuali ma si scandalizza quando vede un gigantesco cazzo bucare lo schermo.

da Locanro, Marco Marchetti

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