Cronache da Locarno70: 4 agosto

cocotEcco una piccola perla da concorso Signs of Life, dritta dalla Repubblica Dominicana: Cocote di Nelson Carlos De Los Santos Arias. Che dire? Cocote non è nemmeno un film, ma un ragionamento rigoroso sul mezzo cinematografico e su come questi possa essere impiegato nei modi più svariati per fare del cinema che è tutto fuorché quello che si vede in sala. La narrazione, che riguarda un predicatore evangelico tornato al paesello per il funerale del padre, morto in agguato durante una specie di faida tra vicini di casa, passa inesorabilmente in secondo piano. Qui si tratta di tecnica più che di rappresentazione, di ricercatezza dell’immagine, di precisionismo di inquadratura. Il regista è tutto impegnato nello scolpire il suo Mosè, una battuta di scalpello, una virata tra formati, un aggiustamento nel tono, nel colore, nel vibrato; insomma parliamo di alto, altissimo (incomprensibile?) cinema, pensato a 4:3 (una rarità che si concedono ormai soltanto rumeni e appunto latinoamericani), ruvido bianco e nero che passa al colore e viceversa. Si racconta di uomini e peccatori, di fedi che bisticciano, l’evangelica del giovane protagonista e quella più intransigente, cattolicheggiante tra animismo e superstizione, dei latinos che ne compongono la praticamente abiurata famiglia. È tutto uno scontro tra lui e i congiunti, un folleggiare di offese, parolacce e volgarità che certo scomodano sempre l’Onnipotente Signore di cui tutti conoscono le volontà, ma della cui esistenza nessuno vuole accertarsi anzitempo. Difficile capire chi sia più fanatico, tra questa gente fatta in gran parte di facce proletarie prese dalla strada, se i protestanti che ululano nelle loro umili, piccole chiese di legno tra formule esorcistiche, rituali di purificazione collettiva, l’onnipresente richiamo al demonio, al peccato, alla corruzione; o invece gli autoctoni, non convertiti alla fede riformata, che si tramandano la religione dei padri e degli antenati attraverso la catena dell’ignoranza, le feste di paese, le visioni misticheggianti di galli annuncianti la parusia, la venuta del Redentore. Sì, è il rigore a muovere l’attentissima mano di Arias, ma è Dio a ossessionarlo prima e più di tutto. Non si sa quale di questi dei gli stia più a cuore, se gli evangelici o tutti gli altri, perché la vita di tale villaggio sperduto tra monte e pianura, mare e foresta, è talmente assuefatta all’invisibile e al preternaturale che, alla fine, Dio lo invochiamo pure noi: che distrugga l’umanità aberrante, lurida e brulicante che per tutto il film ci tocca sopportare in questi siparietti degeneri tra documentario etnografico e incursioni nella narrazione. È la bruttezza a spingere al delitto, una bruttezza contadina, inelegante, solcata da rughe che inaspriscono quelle pellacce di cuoio brunito, fino a renderle oscene, nauseabonde, insopportabili. Cocote è una pellicola (anche documentaria) su ciò che siamo: il Diavolo che necessita di un dio fatto a sua immagine e somiglianza per esorcizzarsi.

da Locarno, Marco Marchetti

969525Il concorso Locarnese continua e propone le prime opere che possono ambire al palmarès. La regista palestinese Annemarie Jacir, giovane e prolifica autrice che ha scritto w diretto oltre 16 film, fra cui Lamma shoftak (When I Saw You, 2012) vincitore del premio NETPAC a Berlino, propone in concorso Wajib (Duty). Shadi fa ritorno nella città natale di Nazareth dopo anni in Itali, per aiutare il padre, un pimpante Mohammad Bakri, a organizzare il matrimonio della sorella secondo l’usanza palestinese. Il compito oggetto del film è la consegna delle partecipazioni e mentre i due fanno il giro delle case per portare gli inviti, emergono visioni discordanti, tensioni, piccoli rancori tra i due. Un conflitto che emerge progressivamente, di casa in casa, ogni volta alimentato da scambi pungenti e piccoli rimproveri, abilmente stemperato siparietti momenti particolarmente divertenti. Il film è semplice, lineare, non è fortunatamente una pellicola a tesi e non ci propone una visione univoca sui soliti macrotemi: il rapporto tra israeliani e palestinesi è presente ma non viene risolto con facili e manichee considerazioni, mentre lo scontro generazionale rimane sospeso nella consapevolezza che una sintesi in questa complessità non sia possibile. Un film forse un po’ ammiccante, furbetto, pensato per un pubblico sensibile da festival e che prevediamo porterà a casa qualche premiuccio.

Tra le proposte fuori concorso viste in questi primi giorni di Locarno segnaliamo il documentario statunitense The Reagan Show di Pacho Velez e Sierra Pettengill, opera già presentata e apprezzata al recente Tribeca film festival. Il film è un disturbante collage di telegiornali degli anni Ottanta e videocassette realizzate dall’amministrazione stessa, un’opera che raccontando la dimensione televisiva del presidente americano ci interroga su quanto di quell’approccio così fortemente mediatico abbia stravolto il modo di fare politica.

La pellicola ripercorre gli anni della presidenza Reagan concentrandosi su alcuni momenti salienti, su tutti i vari meeting con il rivale sovietico Mikhail Gorbaciov, recuperando telegiornali e incontri pubblici e gustosi dietro le quinte. La forza del film non risiede nella banale e ovvia rivelazione che i tanti momenti informali, dalla passeggiata a cavallo ai lavoretti in giardino, sono in realtà costruiti a tavolino per restituirci un’immagine friendly del presidente; colpisce la naturalezza con cui Reagan pone davanti alle camere, si offre per i numerosi ciak suggerendo modifiche al copione. Un presidente spalleggiato dalla moglie, anch’essa ex attrice, che lo consiglia, lo supporta, lo affianca come una qualsiasi coppia della hollywood anni ‘50. La politica non utilizza logiche e strumenti dello show business, si sovrappone ad essa e diventa un tutt’uno. Quando Reagan pronuncia la frase “make the america great again” la gente in sala ride, consapevole che il cerchio si è perfettamente chiuso con Donald Trump, degno erede di quella visione.

da Locarno, Massimo Lazzaroni

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