Da Cannes: Euforia, Valeria Golino

Dopo lo spagnolo, il francese e addirittura il persiano e il turco, abbiamo avuto l’occasione (e la fortuna, considerata la corsa contro il tempo per assistere alla proiezione delle 14.15, alla Sala Debussy) di vedere il nostro primo film in italiano: img-20180516-wa0011Euforia, diretto da Valeria Golino, nella sezione Un Certain Regard.
Roma. Matteo (Riccardo Scamarcio), giovane e di successo, ospita in casa sua il fratello Ettore (Valerio Mastandrea), affetto da una malattia, della cui gravità è tenuto all’oscuro. I loro mondi entrano in collisione: se Matteo, omosessuale, è abituato agli agi della bella vita, al consumo di droghe e alla compagnia di amici frivoli e superficiali, Ettore, ordinario professore di provincia, affronta ora una crisi famigliare e coniugale con cinismo e sarcasmo. Tra scontri e incontri, schiaffi e carezze, insulti e confidenze, attraverso la convivenza, il legame che unisce i due cresce sempre di più, rivelando una sintonia sincera, un’amicizia e un affetto, spesso inutilmente celati dietro rancori e bugie.
Valeria Golino utilizza le figure antitetiche di questi due personaggi per raccontare in modo delicato e poetico la malattia, male che insegna ad apprezzare i piccoli gesti (come due dita che sfiorano, dettaglio più volte ricorrente nel corso del film). Attraverso la malattia, viene affrontato il vero tema del film: la morte e come l’uomo la vive. Se da un lato Matteo si sforza di non prendere neanche in considerazione l’inevitabile perdita del fratello e tenta di riempire con il sesso o con la droga il img-20180516-wa0009tanto temuto vuoto che lo assalirebbe se ci pensasse, dall’altro Ettore ha la consapevolezza della propria condizione e la accetta con serenità. La morte è conclusione necessaria della vita, così come lo è l’ultimo pezzo del puzzle a cui spesso si dedicano i protagonisti del film, ad eccezione di Ettore. Il film strappa più di un sorriso al pubblico, ma riesce anche a commuovere ed emozionare nella sensibilità con cui affronta il progredire della malattia e il perenne stato di insoddisfazione, senza però scadere nel patetico. La bellezza del film sta proprio nella sua delicata capacità di mostrare direttamente e senza filtri tutte le sfumature più profonde dei personaggi che, sebbene a tratti stereotipati, risultano comunque caratterizzati ed esplorati nei loro più intimi aspetti. L’euforia del titolo, lasciata implicita nel film, è spiegata da Valeria Golino nelle note di regia del Cahier de Presse: “L’euforia è quella sensazione bella e pericolosa che sorprende i subacquei a grandi profondità, sentirsi pienamente felici e totalmente liberi. E’ una sensazione che deve essere immediatamente seguita dalla decisione di raggiungere la superficie prima che sia troppo tardi, prima di perdersi per sempre negli abissi”. La scena iniziale e quella conclusiva regalano allo spettatore due differenti visioni di questa sensazione: da una parte la sensualità di un corpo nudo che danza, dall’altra la bellezza di un semplice stormo in volo.

Garçons de Cannes

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