Dafne

dafne3Una passeggiata. Un sassolino in una scarpa. Uno stop forzato. “Non c’è tempo!” dice Dafne a sua madre. Il primo breve dialogo del film si chiude con una frase che suona già perentoria, un monito, lo si capirà più avanti.
Dafne (Carolina Raspanti) è una trentacinquenne affetta da trisomia 21, altrimenti conosciuta come sindrome di down, vive con i genitori e lavora in un supermercato. Quando, in vacanza, muore improvvisamente la madre, Dafne si ritrova con un anziano padre (Antonio Piovanelli) sprofondato nel dolore fino alla paralisi: dopo aver chiuso la sua bottega di cornici, chiude se stesso in un pericoloso isolamento. Per questo Dafne gli propone un pellegrinaggio a piedi che li riporti nella casa di campagna amata dalla madre e prossima al cimitero che ne ha raccolto le spoglie, senza attendere che altro tempo passi, che altre giornate brucino nel freddo dell’immobilità. Dafne sarà pure disabile rispetto a una società costruita per le normodotazioni, ma la capacità di guardare dritta negli occhi il padre e di comprenderne il dolore è abilità fuori dal comune, come pure la forza ruvida e gentile al tempo stesso con cui se lo carica sulle spalle perché non muoia dafne_cinequanonschiacciato dalla solitudine, dai ricordi, dal tradimento percepito dopo ogni dipartita non annunciata.

Inganna Dafne, si presenta come l’ennesima parabola sulla disabilità, in forza di una protagonista che in apparenza sembra prendersi il film per costringerlo sui binari di un monologo, con la storia che insegue la performance, per altro notevole dell’esordiente Raspanti; invece la tela su cui lavora Federico Bondi ha un ordito ben più complesso, che il regista svela senza fretta nella seconda parte del racconto, quando rompe la staticità che immobilizza papà Luigi per correre verso uno dei finali più commoventi del nostro cinema in tempi recenti. Dafne non è un film sulla sindrome di down, non è nemmeno il film di una non attrice che diventa segno e significato insieme, come spesso accade in questi casi (la tradizione è lunga): non potendo che portare se stessa, è chiaro che in qualche modo Carolina trovi delle coincidenze con Dafne, ma l’abilità di scrittura di Bondi, coadiuvato da Simona Baldanzi, permette al personaggio di uscire con autonomia attraverso la storia. Succede per questo che lo spunto iniziale, la suggestione a monte del soggetto, ovvero l’immagine di un padre anziano e una figlia down fermi a un semaforo (così come racconta il regista), inneschi un plot che via via dimentica la sindrome per raccontare di un padre e una figlia alle prese con un lutto, il senso di vuoto che ne segue, un’elaborazione impossibile se non nella misura dell’accettazione, legati a quelle tracce visibili e invisibili da trasformare in calore.
Carolina Raspanti e Antonio Piovanelli, un’esordiente e un veterano. Deve aver lavorato non poco Bondi sulla direzione dei suoi attori e sulle direzioni da far prendere loro, così che gli spostamenti emotivi non fossero mai fasulli e credibili le interazioni. Carolina ha interpretato senza leggere precedentemente la sceneggiatura, adattando se stessa e dimostrando rara bravura nel sentire il personaggio. Balla, ride, piange, parla, non smette di parlare mai, come fossero, l’azione e la parola in azione, l’unica via per superare lo sconforto e farsi quasi madre di suo padre, forte di una vitalità eccezionale che non sopporta atteggiamenti arrendevoli.

Bondi sviscera i suoi personaggi senza pietismi o, peggio, cadute nel patetico. I primi piani non sono mai ricattatori o scorciatoie emotive. E quando il film ci porta sulla strada, anzi sui sentieri di un bosco umido, decolla nella messa in scena di due corpi che si riscoprono nel cammino: lui che torna a respirare, lei che torna a farsi figlia, sembra (e forse è) uno scambio di regali. C’è la eco di una delle primissime inquadrature del film, quando Dafne e la mamma scomparivano al tramonto in una pineta estiva mano nella mano, una magnifica inquadratura che faceva da preludio alla tragedia inattesa che di lì a poco avrebbe sconvolto la famiglia di Dafne. Adesso, fedele ai ribaltamenti simbolici, Bondi immerge Dafne e Luigi in una fredda selva invernale che sorprendentemente non separa, non porta il buio, non uccide, ma prepara a nuova vita, senza fretta, prendendosi sì questa volta tutto il tempo che serve.

Alessandro Leone

Dafne

Regia: Federico Bondi. Sceneggiatura: Federico Bondi, Simona Baldanzi. Fotografia: Piero Basso. Montaggio: Stefano Cravero. Musiche: Saverio Lanza. Interpreti: Carolina Raspanti, Antonio Piovanelli, Stefania Casini. Origine: Italia, 2009. Durata: 94′.

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