Dalla Berlinale: due film-esperienza da Forum

Da Forum arrivano come sempre i film più inaspettati, complessi e affascinanti. Iniziamo con i primi due film visti nelle prime due giornate di questa Berlinale 2019, sono entrambi due film ambiziosi che ragionano sul privato e sul pubblico abbinando immagini in modo molto interessante.
les-films-hatariPartiamo da Ne croyez surtout pas que je hurle di Frank Beauvais, autore fino ad oggi di cortometraggi e compositore per film di altri autori. Il film è un flusso di immagini infinito, sono i film che il cineasta francese ha visto da aprile a maggio 2016, sono frammenti di ben 400 film che si susseguono in rapida successione. Si tratta sostanzialmente di un saggio di found footage è accompagnato dalla narrazione della voce fuori campo del regista, una sorta di diario che segue con grande velocità questi sei mesi di visioni, un cinema che diventa necessario per superare un periodo di crisi dovuta alla separazione dal suo compagno. Con lui si era trasferito in una remota parte dell’Alsazia anni prima, e ora da solo in un luogo non suo (da buon regista francese non può che essere originario di Parigi), il cineasta vive lì in un isolamento fisico e mentale, senza macchina, senza lavoro, senza futuro. Nel film ci parla di questa esistenza solitaria, della sua depressione e degli attacchi di panico, della sua ossessione per il cinema che diventa al tempo stesso una benedizione e una maledizione, sicuramente una nuova dipendenza. Il diario ci racconta della perdita di suo padre, di una rapida visita in Portogallo dai amici cineasti (i due Joao…) , gli attacchi terroristici a Nizza, la morte di Prince. Ci parla anche di politica, se l’attivismo ha ancora un senso oppure no, c’è spazio anche per il terremoto in Italia e per i rifugiati nel Mediterraneo. La voce narrante prende spunto anche da testi di Hesse, Aragon e Racine, e sicuramente ne esce un film ambizioso che viene accompagnato dalla magia del cinema, tra gli altri ci sono spezzoni di Lizzani, Pasolini, De Seta, Eastwood, Duvivier, Fulci, von Sternberg e tanti tanti altri. Il film è tutto un flusso, spezzato e poi ripreso con un montaggio furioso di immagini, è sicuramente un’esperienza unica.

201912836_2_orgHeimat Is A Space in Time di Thomas Heise è un’altra di quelle esperienze che solo a Forum sono possibili. Sono quasi quattro ore di film di cui la gran parte sono testi di lettere che si spediscono componenti della famiglia di Heise. Come l’originale Heimat di Reitz si parte dagli anni post prima guerra e mondiale e si arriva fino ai giorni nostri, all’interno c’è tutto: le origini del nazismo, la guerra, lo sterminio degli ebrei, il dopo guerra, la Ddr, gli americani, il muro. Cosa rimane della vita di questa famiglia? Hiese ci dice che le vite lasciano delle tracce e allo stesso modo si comporta il passare del tempo. Heise usa i documenti del suo archivio personale, potenzialmente infinito pieno di lettere, fotografie, saggi scolastici, il tutto è letto dallo stesso Heise in voce narrante che così traccia la storia di quattro generazioni della sua famiglia a Vienna, Dresda e Berlino est. Tranne un’inizio a colori nel bosco, quasi immagini da favole con personaggi di cartapesta, poi sullo schermo vediamo solo immagini in bianco e nero, sono spesso gli stessi luoghi menzionati nella corrispondenza filmati però al giorno d’oggi, i segni del tempo sono così evidenti: si susseguono il campo di lavoro a Zerbst, l’ex caserma dell’esercito popolare nazionale, un auditorium universitario, delle case a schiera a Magonza, stazioni ferroviarie, treni. Le lettere invece ci raccontano primi amori, padri, madri, figli e fratelli, la deportazione degli ebrei viennesi, i caduti a Dresda, l’arte e la letteratura, il socialismo della Germania dell’Est. Ne esce un film fiume che sicuramente è faticoso, a tratti eccessivo nei tempi che non concede allo spettatore, ma che riflette come pochi sulla memoria, sulla storia della Germania nel ventesimo secolo.

 Claudio Casazza

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