Figlia mia

Figlia miaFiglia mia è un film che fluttua in continuazione, capace di penetrare in profondità nelle esistenze dei suoi personaggi sfiorandone la pelle con la delicatezza della macchina a mano, per poi stonare improvvisamente e risalire bruscamente in superficie. È profondo nella rappresentazione dell’amore di una madre, quello di Tina (Valeria Golino), che si smarrisce nel terrore doloroso di perdere l’affetto di una figlia. Così come è delicato e duro nello stesso tempo quando si tratta di scrutare i sentimenti contrastanti e incoerenti di Angelica (Alba Rohrwacher), che la figlia ha invece deciso di abbandonarla quando era ancora in fasce. Le due donne non potrebbero essere più diverse: se Tina è devota alla propria famiglia e completamente assorbita dai suoi doveri verso di essa, la fragile Angelica passa la sua esistenza fra occasionali rapporti sessuali e serate alcoliche nel bar del paese. Ciò che lega Tina e Angelica (oltre al fatto di essere intimamente legate alla loro terra di origine, la Sardegna) è però proprio il fatto di essere madri, e in particolare di essere madri della stessa bambina: si tratta di Vittoria (Sara Casu) che a dieci anni scopre di avere una seconda madre biologica. Ma il patto che Angelica strinse con Tina dieci anni prima, quando decise di abbandonare la piccola Vittoria alle cure della donna in cambio di un continuo aiuto economico, minaccia di infrangersi di fronte alla progressiva presa di coscienza della bambina. Perché il secondo lungometraggio di Laura Bispuri (il primo è Vergine giurata del 2015) è – o vorrebbe essere – anche, se non soprattutto, questo: un racconto di formazione in cui una bambina (peraltro sola ed emarginata dalle compagne di Figlia mia 1classe) trova la forza per uscire dal mondo dell’infanzia e proiettarsi in quello dell’adolescenza proprio grazie allo scontro drammatico fra due madri in cui lei è l’oggetto conteso.
In questo senso l’incipit è illuminante, splendido, massimamente efficace: la macchina da presa segue da vicino – vicinissimo – i passi sperduti di Vittoria che si trova in un rodeo; la bambina in un primo momento incappa in Angelica che, nascosta in un angolo mentre fa sesso con un partner di passaggio, la caccia malamente; Vittoria allora scappa, corre, fino a quando non trova le braccia di Tina che, al contrario di Angelica, sono pronte ad accoglierla. Il film, dunque, presenta subito i suoi personaggi e le dinamiche dei loro rapporti: due donne, una pronta ad accogliere, l’altra a respingere; al centro una bambina di dieci anni che, paradossalmente, deciderà in un secondo tempo di sciogliersi dall’abbraccio che inizialmente l’aveva avvolta per andare a ricercare il calore di chi invece l’aveva trattata con freddezza. Ma c’è un’altra cosa che l’incipit ci dice: il primo punto di vista sulla vicenda è quello di Vittoria, è lei che osserva i comportamenti delle due donne, lei che cerca il conforto della madre Tina. Ed è questo stesso punto di vista che nel corso della storia si stempererà progressivamente, sovrastato dalla forza dei due personaggi adulti (una forza che talvolta sconfina rendendo la recitazione un po’ sopra le righe), quasi annullando in questo modo il racconto di formazione in sé. Vittoria finisce così per assomigliare a un personaggio secondario, evanescente ed effimero, semplice pedina utile a far risaltare il dramma principale giocato da Tina e Vittoria. Il venir meno del racconto di formazione rende il film della Bispuri molto simile a una promessa mancata o a una scommessa persa, dove alle ottime premesse di partenza non seguono adeguate conclusioni.

Peccato, perché gli elementi positivi non mancherebbero, a cominciare dalla bella fotografia di Vladan Radovic che sfrutta l’arcaica aridità del paesaggio sardo mettendolo splendidamente in relazione con i corpi delle protagoniste che, quando sono inquadrate in campo lungo, si integrano alla perfezione con gli elementi naturali e non naturali compresi nell’inquadratura. Ciò che rimane è una sensazione di armonia che si acuisce in quelle occasioni in cui i personaggi rimangono avvolti dalla polvere alzata da alcune moto in transito, come se la terra stessa avvolgesse i suoi figli in un caldo abbraccio, rivendicando anche lei il suo ruolo materno e proponendosi come la terza madre del racconto. Peccato, appunto.

 Michele Conchedda

Figlia mia

Regia: Laura Bispuri. Sceneggiatura: Francesca Manieri, Laura Bispuri. Fotografia: Vladan Radovic. Montaggio: Carlotta Cristiani. Musiche: Nando Di Cosimo. Interpreti: Valeria Golino, Alba Rohrwacher, Sara Casu, Michele Carboni, Udo Kier. Origine: Italia/Svizzera/Germania, 2018. Durata: 96′.

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