FRENCH CONNECTION: IL BELLO CHE NON INCANTA

Marsiglia, 1975. Pierre Michel (Jean Dujardin) è un brillante giudice del tribunale minorile di Metz, che grazie alle proprie doti investigative, l’onestà morale e i metodi poco convenzionali viene trasferito a Marsiglia con il compito di investigare sulla cosiddetta “French Connection”, una spietata organizzazione criminale corso-marsigliese, leader nella distribuzione su scala mondiale di eroina. French connection coverA capo della “French” c’è Gaetan Zampa (Gilles Lellouche), un mafioso di origini napoletane alla cui cinica spietatezza si accompagnano l’eleganza nel vestire e lo spirito del buon padre di famiglia. Tra Michel e Zampa ha così inizio una “sfida” a distanza dal sapore manicheo, fatta di astuzie e reciproci colpi bassi, sotto il cielo di un’assolata Provenza e nel pieno di profondi mutamenti politici. Gli ingredienti del grande poliziesco ci sono tutti: l’investigatore attraente che agisce al limite della legalità, il mafioso astuto e intoccabile, i poliziotti corrotti, la “squadra speciale anticrimine” creata ad hoc per combattere il superbo nemico… Il risultato sa però di posticcio, di contraffatto, un po’ come quei raduni rockbilly, in cui la ricerca del dettaglio originale da parte dei partecipanti, della spilletta rubacchiata a papà, dell’acconciatura brillantinata, dà l’illusione del salto nel tempo solo a coloro che si travestono, ingenui emuli di un passato mai vissuto. E Cédric Jimenez ce la mette tutta per convincere lo spettatore sulla veridicità della messa in scena, investendolo con il suo vintage sovraccarico fatto di Mercedes 450 SE, di Citroën DS, di lunghe basette incornicianti tenebrosi volti latini, di luci psichedeliche discotecare modello Febbre del sabato sera, il tutto condito con piani sequenza di scorsesiana memoria e un montaggio dal ritmo serrato alla Schoonmaker fini a se stessi. La rapida successione di immagini, che fa da contrappunto visivo alla relazione del commissario di polizia sullo stallo delle indagini in corso, ne è l’emblema evidente: più eccessiva di una voice over, più didascalica di uno spot pubblicitario anni ‘80.

French Connection 3Gli attori, a dire il vero, per quanto non possano competere con mostri sacri del calibro di Alain Delon o Jean-Paul Belmondo, sono più che dignitosi nell’interpretare i loro ruoli, a cominciare da Dujardin e Lellouche; e tuttavia qualcosa non convince nel loro muoversi sullo schermo, non suscitano empatia. La verità è che si può benissimo realizzare un film sulla malavita facendo a meno di Lino Ventura e Jean Gabin,  Liotta e de Niro, ma non senza una personalità registica che sappia giostrare i personaggi mostrandone l’ampiezza del respiro: quel respiro leibniziano che sottende la variazione, la possibilità ulteriore e, quindi, la narrazione nella narrazione. Ciò che esce dal lavoro di Jimenez è perciò un prodotto accademico, noiosamente bello nel suo rigore patinato. French Connection 2Niente a che vedere con la carica malinconica dei polizieschi degli anni ‘70 e ‘80 come Il lungo addio o Vivere e morire a Los Angeles, o con l’audacia stilistica, dal finale aperto e amaro, de Il braccio violento della legge, in cui i personaggi ti entrano nell’anima, innescando un riverbero vitale travalicante la trama stessa. Jimenez ci prova a dare una scossa emotiva alla vicenda, ma non bastano la morte per overdose della ragazza eroinomane – alter ego giovanile del giudice Michel, su cui il regista tenta di sviluppare una tematica parallela intorno ai mille volti della dipendenza – o i drammi sentimentali delle famiglie dei due protagonisti per aprire una fessura dolorosa all’interno del quadro. French Connection resta un insieme di scene già viste, un “greatest hits” di brani discomusic mixati col neofita zelo di chi cerca in tutti i modi di far vedere quanto è bravo, ma che non sa dire nulla di più di ciò che mostra. Perché se è vero che nel Cinema – come nell’arte in generale – l’originalità è del tutto superflua ai fini del valore oggettivo dell’opera, è altrettanto vero che la presenza dell’immagine deve saper evocare un’assenza, una continuità potenziale che si irradi nella coscienza narrante fino a splendere di luce propria.

Manuel Farina

French Connection

Regia: Cédric Jimenez. Sceneggiatura: Audrey Diwan, Cédric Jimenez. Fotografia: Laurent Tangy. Musica: Guillaume Roussel. Montaggio: Sophie Reine. Interpreti: Jean Dujardin, Gilles Lellouche, Benoît Magimel, Guillaume Gouix, Céline Sallette. Origine: Francia, 2015. Durata: 135′.

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