Gatta Cenerentola

gatta-cenerentola-napoliIvan Cappiello, Marino Guarnieri, Alessandro RakDario Sansone, team creativo che aveva già collaborato alla realizzazione del pluripremiato L’arte della felicità, realizza un altro gioiello in animazione, fuori dai canoni Disney/Pixar, lontano dall’estetica nipponica, incline alla tradizione italiana, guardando però fuori dai confini nazionali. Gatta Cenerentola, presentato nella sezione Orizzonti alla settantaquattresima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, è uno spettacolo per gli occhi e un film davvero ben scritto. L’ispirazione, come già fu per Matteo Garrone, arriva da Lo cunto de li cunti di Basile, e dunque da archetipi della “mitologia” partenopea. Diciamo subito che non è l’ennesima noiosa trasposizione di Cenerentola in sound neomelodico. Semmai la fiaba, rivisitata, diventa pretesto per avvicinarsi a una città complicata e contraddittoria com’è Napoli, rappresentata in egual misura dai due protagonisti maschili: l’ingegnere visionario Vittorio Basile (pronipote di Gianbattista?), che guardando alla città come incarnazione della bellezza, trasforma il transatlantico Megaride in un gattaprodigio della scienza, uno spazio di proiezione di ologrammi che trattengono la memoria del tempo che passa; e il delinquente Salvatore Lo Giusto, detto “O Re”, un capo clan che si serve dell’avvenente Angelica per raggirare Vittorio e ucciderlo, così da ereditarne la fortuna al diciottesimo compleanno della piccola figlioletta, Mia. Basile è l’idea di una città moderna, fiorente, dalla profonda identità culturale e proiettata verso il futuro; Lo Giusto diffonde i veleni della criminalità che generano degrado e alimentano l’ignoranza, facendo sprofondare Napoli – dopo la morte dell’ingegnere – in un presente stagnante, opprimente, plumbeo.
In questo scenario sopravvive dall’età di tre anni Mia, chiusa in un mutismo selettivo e vessata dalla matrigna Angelica e dalle sue sette figlie (sei più un femminiello), mentre fuori, l’ex guardia del corpo del padre, adesso agente di polizia, tenta di incastrare i criminali. Megaride porta vivi i segni della decadenza, gli ologrammi sono fantasmi che inscenano un passato promettente e svilito dalla banalità del male. Il mare sembra ristagnare, deposito per rifiuti d’ogni genere. L’aria è sporcata dalle ceneri del vulcano minaccioso. E in questo teatro degli orrori sono recitati tragicamente i vizi di una classe dominante che delinque con arrogante spavalderia, canta le proprie gesta in linea con la tradizione subpopolare dei neomelodici, sogna di dominare Napoli con i traffici di droga, affondandone la bellezza con spietata volgarità.
Non c’è Gomorra in Gatta Cenerentola, o meglio c’è in una simbologia che ne evoca la presenza. Il piccolo cosmo che galleggia nel golfo è uno scrigno di sogni infranti ma che ancora luccica nelle interferenti presenze degli ologrammi. Il buio degli anfratti in cui si nasconde Mia, sono tagliati di tanto in tanto da schegge di memoria sfuggite all’oblio. Come dire che non tutto è perduto, che sotto il fuoco lavico della camorra c’è ancora vita. La scarpa fiabesca che cerca il piede di Cenerentola può essere veicolo per la cocaina, inganno per la matrigna, un affetto perduto, un legame spezzato, ma anche promessa di cambiamento.

Gli autori hanno il merito di non appesantire mai la narrazione con metafore troppo esplicite o con eccessi di realismo, contrappuntando il racconto con numeri canori (di livello la colonna musicale), lasciando spazio a invenzioni visive e suggestioni poetiche, mitigando l’atrocità del male con la comprensione di chi lo ha perpetrato suo malgrado, regalando al personaggio della matrigna Angelica una pietas inaspettata, perché lì, nei più caldi gironi infernali, ci vuole indulgenza. Lo insegnava Dante Alighieri.

Alessandro Leone

 Gatta Cenerentola

Regia e sceneggiatura: Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone. Origine: Italia, 2017. Durata: 86′.

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