Gli Amici miei lontani quarant’anniluce

Cinespazio 1915/1975 – 2015

Cento anni fa nasceva Mario Monicelli; quarant’anni fa firmava Amici miei, ereditando un’idea di Pietro Germi. Cinque anni fa salutava la vita con un salto nel vuoto per nulla eroico ma certamente spettacolare, autoriale, irriverente.
Volo fuoricampo, invisibile come il commiato di un Birdman, l’ultimo film di Monicelli nasce e muore cult, pensato scritto girato montato monicelliproiettato e dissolto in uno spazio e in un tempo inaccessibili al pubblico, sottratto all’ingordigia della critica, che per una volta toglie il cappello e china il capo in segno di rispetto. Non di lutto. “La morte è comica” – ripeteva, riferendosi soprattutto a veglie, funerali, sepolture, rituali dall’alto potenziale comico. Si pensi alla tragicommedia ferreriana La grande abbuffata (1973) o ai Fantozzi di Salce (e poi Parenti), il cui primo capitolo arriva nei cinema nel 1975, proprio come Amici miei, che si chiudeva con i quattro amici sghignazzanti dietro il feretro dello compagno di zingarate Perozzi. Memento mori: non per questo rinuncio a ridere.
Monicelli l’Italia l’aveva raccontata all’inizio come sceneggiatore poi come regista, tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50, in coppia con Steno (otto film) e dirigendo Totò. Nel triennio ’57-’59 già metteva d’accordo pubblico e critica: Padri e figli (Orso d’Argento a Berlino), I soliti ignoti e La Grande Guerra (Leone d’Oro a Venezia), definivano stile e poetica che ne faranno uno dei padri della cosiddetta commedia all’italiana, genere che, senza mai trovare una sistematicità teorica, forte al contrario della disomogeneità estetica e della libertà creativa dei suoi tanti interpreti, ha fotografato un paese sfaccettato, storicizzando un cambiamento affatto indolore, caratterizzato nel secondo dopoguerra dal lento percorso che trasformò un’economia rurale in industriale: ovvero verso una modernità che – affermava Pasolini – stava omologando e massificando gli italiani, uccidendo le specificità culturali, facendo Amici_mieisprofondare in un baratro il sottoproletariato, a vantaggio di una borghesia ignorante e bigotta.
Abile nel costruire storie popolari perfette nella struttura e graffianti nei dialoghi, con maestri della sceneggiatura, quali furono Age, Scarpelli, De Bernardi, Pinelli, Suso Cecchi D’Amico, Mario Monicelli mette in scena speranze e disillusioni, vizi e virtù, miserie e coraggio, gioia di vivere e paure ancestrali. Basti pensare alla sgangherata Armata Brancaleone o ancora agli “amici suoi”, ma anche a Totò e Magnani nel malinconico Risate di gioia, o a un altro gruppo di perdenti in Vogliamo i colonnelli. È il cinema realizzato in squadra, fatto di idee, invenzioni folgoranti, attenzione all’attualità a volte camuffata in chiave comica, mai manipolata. L’artigiano – come amava definirsi – firma dei capolavori ineguagliabili, tratteggiando i suoi personaggi, a volte sfrontati, con amore e rispetto, mettendosi su un gradino più basso per comprenderne l’agire nella tempesta, da I compagni, meraviglioso affresco sul mondo operaio delle fabbriche, a Un borghese piccolo piccolo, definito dal regista «la pietra tombale sulla commedia all’italiana».
amicistazioneAmici miei, di cui celebriamo i quarant’anni, rivisto a distanza sembra un reperto archeologico a cui dedicare ogni tanto attenzioni e restauri, avvicinando l’occhio al dettaglio per ricondurlo all’insieme, non solo all’insieme-film ma all’insieme-filmografia monicelliana. Ambientato nella città degli Uffizi (idea quanto mai azzeccata del regista, perché Germi lo aveva pensato in Emilia) il film è l’immagine sgranata della società post: post-bellica (si diceva), post-boom, post-sessantotto, e terribilmente invischiata nelle lotte interne e bombarole tra terroristi e istituzioni. Gli zingari monicelliani non sembrano interessarsene, così apparentemente scollati dal contesto, impegnati semmai in una continua e fanciullesca collisione a-morale con il presente, infischiandosene dei valori borghesi nonostante l’estrazione borghese o addirittura nobiliare: il conte Mascetti/Tognazzi, quantunque caduto in disgrazia, poi un architetto, un primario di fama, un commerciante, un giornalista di redazione di un importante quotidiano. Elegia del cameratismo maschile, che trova nella zingarata il suo apice, ma che in sottotraccia rivela il tentativo illusorio di sfuggire alla noia dei ruoli sociali e, in ultima istanza all’annichilimento di corpo e spirito (creativo) più che alla morte fisica, il film graffia con palese crudeltà. Questi adulti sono pessimi mariti, pessimi padri, pessimi professionisti (il primario/Celi molla un’operazione chirurgica per scappare con tognazzigli amici); non hanno contatti con la generazione che li ha preceduti; non sanno ascoltare i giovani (Perozzi/Noiret e il figlio si disprezzano reciprocamente: “pensare che è carne della mia carne mi fa venir voglia d’esser vegetariano”; mentre il Mascetti se la fa con una diciottenne di cui non conosce che il corpo); la famiglia è un puro accidente, al limite un luogo di comodo, un patto da rinegoziare nel momento in cui si infrangono le regole; mentre, fuori casa, tutto è ridotto a un parco giochi dove infierire per sentirsi vivi, ma unicamente tra amici, Gli Amici, gli unici a condividere un gergo fatto di supercazzole bitumate e scappellamenti a destra ovviamente antani, che supera abbondantemente per non-sense il volgare reinventato della bislacca combriccola di Brancaleone. Una eco lontana dell’Italia a mano armata tra brigatisti e bande organizzate v’è nella messa in scena del regolamento di conti con i “Marsigliesi”, apice di uno scherzo che nasce da un’intuizione e che poi cresce esponenzialmente, il cui terminale e vittima è un semplice pensionato, avido e antipatico certo, ma pur sempre un signor nessuno amici-miei2che ad un certo punto diventa necessario a convogliare genio e inventiva, l’intuizione che diventa sberleffo, addirittura stile (come lo scatologico Necchi/Del Prete che defeca nel vasino di un bimbetto provocando la meraviglia di genitori e parenti inorriditi da tanta “materia”).
La riflessione, avvitata costantemente sul cosa fare, più che sul perché fare – eccezion fatta per la malinconica voce guida di Perozzi (non a caso la voce di un morto sulla falsariga di Viale del tramonto) che di tanto in tanto pare cogliere l’essenza della zingarata – rivela una resa consapevole, e aggiungerei priva di lacerazioni, di una generazione che vive le contraddizioni del presente senza poterle spiegare: gli zingari, escluso Mascetti che ha sperperato la ricchezza di famiglia, hanno costruito sull’onda del boom economico, convinti presumibilmente della lungimiranza della politica, approfittando delle condizioni favorevoli e inedite di quel paese che si trasformava sulle macerie, per poi ritrovarsi alle soglie di una guerra civile. Per questo l’ultimo baluardo contro la cialtroneria e il malcostume diventano gli amici di sempre, solidali nel tentativo se non di abbattere le fondamenta del sistema organizzato in nuclei omologati e controllabili (la famiglia, la Chiesa, le istituzioni civili), almeno di sfottere la superficie di quel sistema con provocazioni che ne evidenzino gli aspetti grotteschi.
Monicelli non intellettualizza il discorso sul presente con metafore o ricorrendo alla storia recente per mostrare ciò che occhi e cervello non avrebbero voluto vedere, come sempre nel ’75 faceva Pasolini con Salò, girone infernale da cui si originava parte della classe dirigente dell’epoca. A Monicelli basta deformare leggermente uno specchio e accendere la macchina da presa, scappellando un po’ a destra e un po’ a sinistra la supercazzola dell’uomo comune, sempre prematurata. E ci mancherebbe altro.

Alessandro Leone

Commenti

commenti