Grande cinema a Venezia tra Welles, Assayas e Cuaron

I primi giorni della Mostra hanno regalato grandi film, sicuramente il più atteso era The Other Side of the Wind di Orson Welles. Sì, Orson Welles… è l’ultimo film mai finito e mai montato dal mitologico regista americano: le riprese iniziarono addirittura nel 1970 con un cast di grandi nomi, tra cui John Huston, Peter Bogdanovich, Susan Strasberg e Oja theothersideofthewindKodar, la compagna di Welles di quel periodo. La produzione durò fino al 1976 afflitta da problemi finanziari che la fecero diventare leggendaria tra gli addetti ai lavori, senza comunque essere terminata né distribuita. Più di mille rulli restarono abbandonati in un deposito di Parigi fino a marzo 2017, quando il produttore Frank Marshall (che era direttore di produzione con Welles al tempo delle prime riprese) e Filip Jan Rymsza riunirono gli sforzi affinché il progetto di Welles fosse completato, a più di trent’anni dalla sua morte. Ora il film ha avuto finalmente la luce, il montaggio è stato realizzato da Bob Murawski seguendo le indicazioni scritte ai tempi da Welles, mentre è stata invece composta una nuova colonna sonora dal premio Oscar Michel Legrand. The Other Side of the Wind è ovviamente un film biografico, difficilissimo da sintetizzare e da analizzare, racconta del famoso cineasta J.J. “Jake” Hannaford che ritorna a Hollywood, dopo anni di esilio volontario in Europa, con l’idea di finire un folle e innovativo film che segnerà la sua rentrée. Davanti ai nostri occhi abbiamo la sua storia ma anche il suo dissennato film nel film, ci sono spezzoni di vari documentari che stanno girando sul regista. Sulla falsariga di F for fake, altro capolavoro di Welles, ci sono tre e più livelli di testo per una satira del classico sistema degli studios ma anche un’affascinante macchina del tempo che ci fa immergere in un cinema ormai lontano. È il capitolo finale della grande opera di reinvenzione del cinema compiuta da Welles, sempre ostracizzata e mai veramente capita. È un film che uscirà su Netflix e che personalmente attendo di rivedere, fermare, rivedere e riprendere in tutto il suo fascino. Sulla pellicola, sul come è stato trovato il girato, montata e finita torna anche un bel documentario presente alla mostra, They’ll Love Me When I’m Dead di Morgan Neville, che racconta gli ultimi quindici anni di vita di Welles attraverso testimonianze di amici, attori, registi, un ritratto di uno dei più grandi autori che questa arte abbia mai incontrato.

romaGrande sorpresa di questi primi giorni è Roma, il nuovo lavoro del regista messicano Alfonso Cuarón a cinque anni di distanza dal campione di incassi Gravity. Il film racconta un anno turbolento della vita di una famiglia borghese degli anni Settanta a Città del Messico. Roma è il nome di un quartiere della enorme città messicana: le domestiche Cleo e Adela, di discendenza mixteca, lavorano per la famiglia guidata da Sofia, che deve fare fronte all’assenza del marito. Cleo affronta invece una notizia devastante che rischia di distrarla dal prendersi cura dei quattro figli di Sofia, che lei ama come fossero suoi. La loro vita scorre su uno sfondo sociale e politico decisamente delicato. Il Messico, nel pieno boom caotico post mondiali di calcio del 1970 riprodotti da un manifesto nella casa dei bambini, è un paese che si sta arricchendo e dove le differenze di classe esplodono in modo possente: non c’è l’acqua in campagna mentre in città si vive nel lusso, il 1968 che ha visto i morti per le strade è vicino e le violenze ci sono ancora.
Roma è indubbiamente il film più personale mai realizzato da Cuarón che si è ispirato alle donne della sua infanzia. È un film che è piaciuto a tantissimi qui a Venezia, sontuoso, emozionante, trascinante, è girato in 70 mm in un luminoso bianco e nero che affascina con lunghe panoramiche e visioni di insieme che ricordano la grande arte. Ma al contempo il regista messicano cita il nostro neorealismo e riesce così ha realizzare un onestissimo ritratto dei conflitti interni e della gerarchia sociale al tempo della sua adolescenza, un periodo nella storia che ha lasciato cicatrici in lui e in tutta la società messicana. Roma è per Cuarón, come dice lui stesso, il tentativo di catturare il ricordo di avvenimenti che ha vissuto quasi cinquant’anni fa ed è “soprattutto un ritratto intimo delle donne che mi hanno cresciuto, in riconoscimento al fatto che l’amore è un mistero che trascende spazio, memoria e tempo”. Un grande film, prodotto anche questo da Netflix, che uscirà però anche al cinema. Da vedere e emozionarsi.

nonfictionOlivier Assayas è un regista che amo dai tempi dei suo primi lavori, Desordre e L’eau froide, perciò attendevo Non Fiction (Doubles vies) con impazienza. È un film apparentemente leggero che racconta di amori e letteratura ai tempi della rivoluzione digitale e a tutto quello che questa comporta, ma in verità è un film che prosegue tutto il percorso di doppi, realtà e non realtà che il regista parigino sta compiendo negli ultimi vent’anni. La trama è banale: un editore nutre grandi dubbi sul nuovo manoscritto del suo autore Leonard, un testo autobiografico che ricicla la sua storia d’amore con una starlet. Ma Selena, moglie di Alain e nota attrice teatrale e televisiva, la pensa diversamente. Nel contempo la rivoluzione dell’editoria fa pensare a delle nuove edizioni di e-book e altro per seguire la moda del momento. Come in un film di Rohmer le coppie scoppiano e si riaccoppiano, si ride e si riflette con un cast che comprende il serio ma ironico Guillaume Canet, la fantastica Juliette Binoche, l’enorme mostro di simpatia Vincent Macaigne e poi Nora Hamzawi e Christa Théret. Il titolo Non Fiction è significativo e il film non deve essere visto con una lettura superficiale, dietro al testo di dialoghi e conversazioni che facciamo tutti i giorni anche noi; c’è invece un discorso profondo che va da Irma Vep a Demonlover, da Clean a Personal Shopper. Tutto il suo cinema parla di un mondo che è sempre stato e sempre sarà in costante cambiamento. La sfida che ci propone Assayas da vent’anni è quella di tenere d’occhio questa mutazione continua, capire cosa c’è realmente in gioco, e successivamente adattarsi o meno. La digitalizzazione del mondo ci sarà ma sarà un cambiare per poi mantenere tutto come prima? O sarà un cambiare per portarci da un’altra parte? Il regista francese non vuole parlarci delle insignificanti dinamiche della new economy ma vuole osservare in che modo tutte queste domande ci assillano, a livello personale, emotivo e anche comico. Il suo cinema infrange le regole e ci fa mettere in dubbio tutto ciò che di più stabile e solido sembra esistere nella società e nella realtà. Il film in Italia sarà distribuito da I Wonder Pictures.

da Venezia, Claudio Casazza

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