Hitchcock e l’Arte: coincidenze fatali?

Ndr: l’approfondimento di Walter Rosas prende spunto dalla mostra Alfred Hitchcock et l’Art: Coincideces Fatales, tenutasi al Centre Pompidou di Parigi dal 6 giugno al 24 settembre 2001.

Il cinema considerato nella sua molteplicità espressiva è un ponte verso il grande e multiforme mondo dell’Arte. E quando il cinema “la settima arte” entra in un museo passando dalla porta principale, vengono alla mente idee e riflessioni che da tempo buona parte della cultura moderna sostiene e teorizza.

Al Centro Pompidou di Parigi, nella stupenda mostruosità architettonica di Beaubourg, alcuni intellettuali quali Dominique Païni, Direttore della Cinémathèque française di Parigi e Guy Coceval, Direttore del Museo delle Belle Arti di Montreal, consci del rischio corso nel compiere simili iniziative, mi hanno dato la possibilità di esplorare il cinema di Sir Alfred Hitchcock in un inedito modo: illustrando l’influenza delle maggiori correnti di pittura, dal classicismo al simbolismo al modernismo e di una buona parte della letteratura dell’ ‘800 e del ‘900 nei film del regista inglese.

L’esposizione nel suo complesso è stata concepita ed articolata secondo tre punti di vista: documentaristico, centrato sui film e sugli archivi inediti del cineasta inglese; scenografico, diviso in diversi ambienti per far cogliere le caratteristiche artistiche della elaborata messa in scena dei film ed infine quello tematico scomposto in aree concettuali: “fissazione erotica”, “baci mortali”, “inquietudini mute”, “legami fatali” etc. mostra le influenze nella visione e nella immaginazione di Hitchcock da parte della letteratura e delle opere d’arte figurativa.

Penso che nella mostra siano state affrontate in modo molto incisivo le connessioni reali, nascoste o ipotetiche tra l’arte e la letteratura del diciannovesimo e ventesimo secolo e il lavoro trentennale di Hitchcock. Personalmente mi sarei spinto ancora più in là, proponendo una suggestione in più: la grande anticipazione tecnico ed artistica e più in generale l’influenza dell’opera di Hitchcock non solo nei filmakers, ma anche negli artisti contemporanei.

Vorrei far subito alcune considerazioni che vadano oltre il carattere provocatorio di questa esposizione: Hitchcock non si è mai proposto come “artista”, era un appassionato d’Arte, un intenditore che collezionava opere di Rouault, Klee, Rodin, Avery, Dalì, De Chirico, un raffinato conoscitore delle arti plastiche, dei movimenti artistici a lui contemporanei ed un assiduo lettore di Edgar A. Poe, di Wilde, Chesterton e tanti altri.

Le mirate incursioni dei suoi film in tutte le discipline artistiche Hitchcock le compose con la padronanza ed il gusto di chi conosce approfonditamente la materia e vive con sentimento i propri interessi, non limitandosi alla riproduzione, ma trasformandone e stravolgendone la struttura, a volte persino violentandone il messaggio estetico finale, è l’esempio di Uccelli (1963).

E’ stato dunque un piacere osservare durante la mia visita al Centro Pompidou come il cineasta londinese abbia genialmente rappresentato nei suoi film (56 intotale), l’inquietudine metafisica delle opere di Bocklin, Turner, De Chirico (le sue famose arcate e colonne compaiono nei film L’inquilino, 1929, e L’altro uomo, 1959). O ad esempio notare la fascinazione subita da Hitchcock dell’arte surrealista di Picabia, Magritte, Ernst; pensiamo al gioco delle forme simboliche, degli oggetti, degli animali presenti in opere come Psycho (1960) e Marnie (1964).

Sir Alfred ha compiuto nelle sue opere non solo innovazioni stilistiche, ma una vera ricerca sulla natura intrinseca dell’Arte abbracciandone la varietà, fondendone con genialità le spinte avanguardistiche del XX secolo con la tradizione artistico-letteraria dei secoli precedenti.

Basta vedere i suoi film per accorgerci che nell’insieme dei ritratti ipnotici, nelle storie bizzarre vi sono tantissime inquadrature che non restano imprigionate nel fotogramma, nella liquidità chimica della pellicola, ma si avvicinano allo stile compatto di un quadro o seguono l’andamento multistrutturato del romanzo.

Alla luce di quanto ho potuto vedere a Parigi l’arte di Hitchcock non è solo suspence, il regista di Vertigo e Rebecca ha applicato, rielaborato per lo schermo le idee e i concetti proprie di diverse correnti di pittura, scultura e persino di architettura. Ne consegue che il cineasta londinese non è stato solo un innovatore del linguaggio filmico, ma anche un grande assimilatore e trasformatore, nonché testimone dei cambiamenti radicali e repentini, nell’arte e nella scienza avvenuto nel secolo appena trascorso.

L’esposizione del Centro Pompidou, mi induce a riflettere che cercare di cogliere le coincidenze tra il Cinema e l’Arte può essere un’opera azzardata, eppure dopo aver visto la mostra il rischio a mio avviso è stato giusto correrlo. Nel caso specifico, possiamo interrogarci a lungo su come si fa a stabilire con certezza la volontarietà di molte scelte del regista inglese, come si può affermare ad esempio che l’immagine del terribile Hotel Bates di Psycho non sia un’idea venuta a qualcuno dello staff di Hitchcock dopo un incubo notturno o come molti testi biografici affermano, l’ispirazione sarebbe essere stata la villa allegra e inquietante della famiglia Addams, allora pubblicate da Chas Addams sulla rivista americana “New Yorker”, o forse ancora una più diretta fonte proveniva dalla tela datata 1925 House by the Railroad di E. Hopper, il melanconico ritratto di una casa con la mansarda esposto al M.O.M.A. di New York.E’ indubbio che il regista avesse una cultura enciclopedica, costantemente aggiornata sulle nuove mode e tendenze; sappiamo che gli amici e i collaboratori che visitarono la sua casa si sorpresero non poco nel vedere moltissime opere d’arte e, nota biografica che non sorprende, nella sua biblioteca personale ricca di ogni sorta di testo vi era persino un enorme sezione dedicata a riviste di grafica e architettura estremamente specialistiche e di settore che solo pochi addetti ai lavori con buona probabilità possedevano in quegli anni.

I dubbi restano, eppure mi conforta il fatto che Hitchcock, come ogni artista eclettico, ha avuto un talento inquieto che seppur celato dietro un comportamento formale si è sfogato in linguaggi differenti. Nella mostra v’è qualche forzatura, resta però la possibilità della scelta e del giudizio che ognuno di noi può mettere in campo con i dovuti dati di riferimento. Quel che ci resta oggi dell’arte hitchcockiana è la testimonianza di un modo “altro” di vivere il cinema, ispirandosi al proprio vissuto e all’amore per l’Arte che molti registi ci hanno trasmesso e tanti ispirati dal buon vecchio Sir Alfred continuano, memori della sua tecnica e del suo pensiero, a proporci ancora oggi. Ma se il cinema entra nei Musei resta vivo per noi tutti il solito, vecchio dilemma: il Cinema la più sublime forma d’arte del 20° secolo è veramente Arte o sono tutte sempre e solo coincidenze fatali?

Walter Rosas

Di seguito, in breve, alcuni riferimenti alle opere e agli autori presi in considerazione nella mostra parigina:

-   per le architetture esterne (“Psyco”, “Sotto il capricorno”, “La congiura degli innocenti”, etc): Carel Willink, Novelle désastreuse, 1932; A. Langdon Coburn, La Maison Haintée, 1904; Edward Hopper, Lighthouse Hill, Giorgio De Chirico, Piazza d’Italia.

-   per i “baci mortali” (“Vertigo”, “Notorious”, etc): E. Rudolf Weiss, Le Baiser, 1899, G. De Chirico, Ettore e Andromaca; August Rodin, Le Kaiser; Vuillard, La Nuque de Misia; altre opere di Munch, Teige, Bayer, Picabia, Grosz.

-   per le figure femminili: (“Psyco”, “Vertigo”, “Caccia al ladro”, etc): J. Margaret Cameron, Alethea, 1872, Domenico Gnoli, Cheveaux roux bouclés, 1969,

-   Per le immagini-effetto (“L’inquilino”, “Vertigo”, “Frenzy”, “Io confesso”, etc) : Lèon Spilliaert, L’Escalier, 1909; Alberto Martini, Autoportrait, 1929; Eldon Carnet, No, 1997; le opere di Dalì, Magritte, Kubin, Vallotton, Sickert.

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