Il cerchio aperto da Manchevski prima della pioggia

La polvere della guerra sfregia lo schermo

I Balcani affogano ancora. Il tempo si è fermato nel fango dell’odio etnico delle popolazioni slave.

In data 17 maggio ’99 la terza rete Rai trasmetteva un documento raccapricciante sulla guerra che imperversava in quel che rimaneva della Jugoslavia. In particolare “svelava” quella battaglia parallela combattuta tra i villaggi, di casa in casa, che altro non era se non la linfa che alimentava la guerra più rumorosa di cui tutti eravamo spettatori.

Le scelte di ripresa, le crude spietatezze del montato, le panoramiche sui monti del Kosovo, l’illusione di finzione attraverso elementi quanto mai reali, mi hanno ricondotto tra i monti macedoni impressionati più di sette anni fa da Manchevski nel suo primo lungometraggio Prima della pioggia. La differenza è che, come in ogni fiction, l’illusione di realtà è il risultato della messa in scena di elementi finti (attori, costumi, scenografie…), ovvero la gestione del profilmico. L’esatto opposto. 

Ciò che veniva rappresentato nel film, apriva prospettive inquietanti sul futuro della Macedonia, preannunciando altri anni di intolleranze e massacri, attraverso una struttura tesa a combinare i destini di uomini accomunati dall’appartenenza ad una progenie destinata alla violenza attraverso:

1)   la rottura netta delle logiche temporali interne al racconto;

2)   la rottura altrettanto netta dei rapporti etnico-parentali, la cui difesa teoricamente è tra le cause scatenanti del conflitto.

 

Manchevski, in quel film “lontano” e attualissimo, creava dei paradossi temporali, costruendo un cerchio di eventi che ad un certo punto parevano naufragare in una storia differente in cui era impossibile accettare l’esistenza stessa del protagonista. Il racconto perdeva così la perfetta e appagante linearità a cui siamo abituati (quasi fosse regola aurea) sgretolato progressivamente sotto i colpi funesti delle armi da fuoco, spaccato cioè nelle logiche spazio-temporali dallo stesso soggetto filmico: l’odio e la tragedia del conflitto “fratricida”.

La guerra in Bosnia ci appartiene, affermava più o meno uno dei personaggi nel film di Manchevski, perché come un cancro arriverà a divorarci, perché la stiamo invitando sbranandoci tra noi. Profetico.

Prima della pioggia regna incertezza e indeterminatezza: tutto può accadere. Così nel ’94 Prima della pioggia si guadagnava il Leone d’Oro, mettendo in scena un’attesa, della pioggia appunto, in cui scompariva l’ultimo residuo d’umanità: l’autodistruzione rappresentata dallo sterminio dei propri fratelli, portava con sé quel che si credeva di difendere: tradizione, religione, folklore. Ovviamente è guerra: l’occasione data all’uomo di esibire gli istinti più squallidi – vendetta, rancore, egoismo, brutalità – trovando sempre una giustificazione “razionale”. Così quando un monaco ricorda ad un macedone che davanti a Dio musulmani e ortodossi sono uguali, replicherà: “E cinque secoli di dominazione turca? … Occhio per occhio, sangue maledetto”; il monaco: “Porgi l’altra guancia”; “l’abbiamo già fatto”.

Eppure in Macedonia il sangue, prima della pioggia, scorreva tra consanguinei, lavato dal corpo morente del fotografo protagonista solo nel finale, lasciandoci incerti sul valore catartico di un’acqua che al contrario sembra ancora alimentare le radici dell’odio.

Così oggi ci risiamo. Quasi che nulla possa cambiare davvero, spettatori, tra guerriglia e missioni di pace, in attesa di altra pioggia.

 Lo spazio perduto nella polvere

Poi c’è anche il cinema. Così capita che a Venezia 2001, dove le profezie di Manchevski furono premiate, il macedone ripeschi con Dust un west mitico, trascinandolo in patria – un modo diremmo per tornare sui suoi argomenti e al tempo riflettere sui meccanismi che generano nello spettatore il racconto per immagini.

Una vecchia morente racconta ad un giovane ladro di un duello infinito tra due fratelli, avvenuto ottanta anni prima, e che gli spinge dall’America alla Macedonia; i due si rincorrono legando le loro vicende ai contrasti tra turchi e cristiani, fino a quando, alla fine, uno solo ne esce vivo, portando con sé una neonata tratta in salvo: la neonata risulterà essere proprio l’anziana narratrice, che però morirà prima di svelarsi: toccherà così al suo interlocutore portare a compimento il racconto, costruendo un finale che giustifichi l’esistenza della donna stessa.

Costruito come spazio immaginario, quinta scenica di uno scontro etnico, il west di Manchevski è spoglio e sopravvive solo nell’efferata violazione dei corpi marci d’odio crivellati da colpi di pistole, fucili a canne mozze e mitraglie. Il tentativo, forse poco riuscito rispetto al film precedente, è ancora quello di isolare le premesse di ogni guerra (avidità, odio fratricida, intolleranza), trattandole come materia narrativa, scomposta in un flusso temporale questa volta ancora più folle. La polvere soffoca gli uomini e le loro azioni, fino a stringere la gola lo stesso racconto, rimasto orfano del narratore, costretto a delegare ad uno sconosciuto l’invenzione di un finale mitico che quasi si autogenera.

Se in Prima della pioggia il regista macedone aveva costruito un meccanismo straordinariamente  imperfetto di incastri, metafora della sconfitta di ogni logica razionale, in Dust la dimensione temporale esplode insieme allo spazio, quasi incapaci di contenere l’assurdità degli eventi narrati. Lo stesso Manchevski sembra perdere il controllo della materia filmica, tanto che alla fine bisogna ritornare al ’94 e raccogliere i ricordi del film precedente, per comprendere la natura della sua operazione. Il regista infatti ribadisce come sia la zona più oscura della natura umana a mandare in corto la percezione dello spazio-tempo, che è alla base della nostra esistenza; ma in Dust sovrappone uno spazio leggendario, il west che rappresenta il cinema, ad una realtà storica, annunciando come il regno dell’immaginario non solo ci offre una rilettura degli eventi passati, ma addirittura se ne appropria nel momento in cui diventano immagini.

Di questo possiamo renderci conto solo adesso, dopo anni in cui la fiction ha esasperato i dati della realtà, fino a far soccombere la realtà stessa a dato di fiction in una violenza di immagini-inimmaginabili (ogni riferimento alle ultime tragedie…). Se per Manchevski il prodotto della guerra è la deriva dell’uomo in un luogo senza leggi fisiche e di conseguenza incapace di comprendere se stesso, oggi pare che le rappresentazioni coincidenti (per contenuti, dinamiche e mezzi veicolatori di immagini) della guerra reale e di quella immaginaria, possano spiazzare i nostri sensi e lasciarci persi in una sarabanda di eventi impossibili da decifrare, inquieti nel pericolo che tutto possa accadere come prima della pioggia, con la differenza che da spettatori stiamo gradualmente diventando protagonisti di una fiction planetaria.

In Dust il racconto cinematografico si fa su due livelli, quello mitico della storia e quello mitico dell’immaginazione, chiedendo allo spettatore di intervenire sul primo livello, di partecipare, di entrare nella finzione per portarla in sé. E’ la via del cinema quando forza la membrana dello schermo, come spettatore desidera; soprattutto è la via del cinema nello spettatore quando la realtà inizia a replicare la fiction e rimaniamo incapaci di distinguere i paradossi temporali nel nostro spazio cinema, perduto nelle polveri della realtà.

Alessandro Leone

(Pubblicato sul n°16 della versione cartacea, settembre 2001)

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