Il genio di Keaton in una nuova versione di The Blacksmith

Certe storie di cinema si innestano in maniera sotterranea nelle trame riconosciute della storia ufficiale senza la pretesa di revisionarne i capitoli fondamentali, ma semmai per riaprire, con giusta causa, ragionamenti su autori e film. Ne sanno qualcosa a Pordenone, dove dal 1982 alle Giornate del Cinema Muto riemergono dai coni d’ombra estesi sui primi decenni del Novecento registi che pensavamo marginali, film di cui non si sospettava l’esistenza, segmenti di pellicola che ricompongono disegni cinematografici inaspettati.
blacksmith-7Nel 2013, proprio a Pordenone, fu proiettata la copia Pathé Baby di The Blacksmith (girato da Buster Keaton nel 1922) ritrovata in una cineteca privata di Buenos Aires dallo studioso argentino Fernando Peña, che evidenziava delle consistenti differenze con la versione fino ad allora conosciuta del cortometraggio.
In The Blacksmith Keaton lavora in un garage-rimessa. Quando una giovane donna (Virginia Fox) porta il suo cavallo bianco per “ricalibrargli” i ferri, Buster inavvertitamente lascia sul manto candido impronte di olio nero. Nella versione presentata da Peña, invece di rimanere all’interno del garage e sporcare il cavallo, Buster esce in esterno compiendo una serie straordinaria di azioni comiche, andando a modificare in parte anche il finale del film.
Francesco Ballo, tra i massimi studiosi di Keaton, ha analizzato lungamente questa versione del film, cercando di posizionarla su un’ideale time-line keatoniana. Stiamo parlando di quattro/cinque minuti (dipende dalla velocità con cui viene proiettato il film) che non è possibile integrare con la versione conosciuta di The Blacksmith. Come afferma Ballo “o si sceglie Buster che resta in interno e sporca il cavallo bianco, o si opta per le sequenze in esterno che sono assolutamente splendide e fantastiche, perché spostano l’attenzione in un altrove che diviene perno e centro di una comicità innovativa, deviante e ritmata sul fortissimo”.

Il 21 febbraio a Milano, Francesco Ballo ha mostrato una terza variante del film che ha montato con la collaborazione di Federico Frefel, integrando alla versione presentata a Pordenone da Peña l’inizio bellissimo con l’attore nelle vesti del fabbro sotto un’altissima palma, già presente nel Blacksmith circolato in questi anni (e che è possibile visionare qui).
Ballo ha presentato un’analisi profonda, attraverso l’uso dello split screen in cui ha messo a confronto alcuni fotogrammi, per dimostrare che la sequenza in cui Buster rimane nella rimessa e sporca il cavallo è stata girata precedentemente ai gag in esterno che caratterizzano la copia riportata in vita dallo studioso argentino. Di conseguenza, afferma Ballo, Keaton deve aver avuto un ripensamento, rigirato parte del rullo è montato una versione nuova che per qualche motivo è francesco-ballo-cavallorimasta lungamente tra le pagine nascoste delle storie di cinema. Ballo argomenta la sua ipotesi analizzando frame by frame un momento del film: “proprio quando Buster salva Virginia Fox nel finale prendendola fra le braccia, nell’inquadratura mostrata nelle due versioni parallele e vicine in split screen, ho notato che questo brevissimo frame è lo stesso nelle due differenti versioni: il lato destro del cavallo bianco è sporco di nero sia nella prima sia nella seconda. Questa inquadratura diventa decisiva per determinare che la copia di The Blacksmith ritrovata da Fernando Peña è l’ultima realizzata da Keaton con Mal St.Clair: quella del 1922″.
Ma cosa mostrano le nuove brevi sequenze in oggetto? In sostanza Keaton, dopo aver lavorato sui ferri del cavallo bianco, esce dalla rimessa inseguito dal suo capo (interpretato da Joe Roberts). Gli esterni diventano il nuovo teatro di ingaggio di cinque magnifici momenti comici: nel primo Keaton è alla guida di un’automobile ma rimane con il volante in mano, incocciando subito dopo su Roberts; nel secondo Keaton si nasconde al suo antagonista appendendosi ad una fune collegata ad una grossa porta in legno che si apre su un cortile: il suo movimento sull’asse verticale determina l’apertura della porta stessa; nel terzo momento, in un crescendo strepitoso, Buster si mimetizza con la sagoma pubblicitaria di un’automobile: sembra che faccia parte della sagoma nelle vesti di autista dell’auto, in realtà è a cavalcioni su una trave di legno che spunta da un camioncino che poi parte improvvisamente rendendo manifesto l’inganno. Il quarto momento è forse quello più sorprendente: la corsa-inseguimento si blocca davanti a una finestra dalle cui tendine interne, in controluce, risalta la silhouette di una donna che si spoglia dei suoi abiti. Infine, nel quinto, i due girano intorno ad un piccolo edificio in legno (la Camera di Commercio) fino a quando Buster – che nel frattempo tenta di dichiararsi alla bella ragazza del cavallo bianco – con un geniale inganno riesce a chiudervi dentro Roberts (vedi il contributo filmato sopra).
Sono brevi sequenze in cui pulizia estetica e poesia convivono nella confezione di gag strepitosi. Se è vero che nei primi tre e nel quinto gag ritroviamo attraversamenti, ambiguità spaziali, fuori tempo che spostano l’attesa dell’esplosione comica, lo strip della donna ci folgora come folgora Keaton e Roberts, che per un attimo si concedono una tregua, siedono su una cassa di legno e godono di una visione che è puro eros. Se non è una novità nel suo cinema, poco ci manca. Ricordiamo il bagno della splendida Sybil Seely nel corto One Week, quando costruita casa con il coniuge Buster, rilassata in una vasca colma d’acqua, si sporge fuori per afferrare una saponetta mentre la mano del regista copre parzialmente l’obiettivo come fosse un otturatore. In questa versione di The Blacksmith la sensualità del corpo in penombra è inaspettata, improvvisa, direi extradiegetica, quindi più accattivante; il voyeurismo di due fanciulli che dimenticano le bizze per accordarsi su un desiderio condiviso, e noi con loro, si tematizza per pochi istanti senza volgarità. L’inquadratura è studiatissima, centrata com’è sempre nel cinema di Keaton, la finestra diventa uno piccolo schermo pre-cinematografico, uno spettacolo di ombre cinesi con due spettatori (film nel film come sarà in Sherlock Jr. due anni più tardi). E sorprende ancora di più ripensando all’amore timido, quasi asessuato, che Keaton ha sempre messo in scena con la sua maschera.
Nel contributo visivo di Francesco Ballo che pubblichiamo in questo articolo ci sono poi i due finali a confronto, consequenziali e coerenti alle rispettive versioni del film, dove nella prima Buster riceve del denaro da Virginia per il lavoro da fabbro sul suo cavallo: sul rifiuto di quel denaro Keaton costruisce la sua proposta di matrimonio. Nella seconda, più poetica, Keaton, che ha già tentato di strappare un sì a Virginia durante l’inseguimento intorno alla Camera di Commercio, non fa altro che sfilarle un anello dal dito della mano destra per infilarlo nell’anulare della sinistra.
Quale delle versioni si fa preferire? Sono arrivato alla conclusione che di Keaton non si può buttare via niente. The Blacksmith è un film che si sdoppia e ci spiazza, che funziona come il corpo di Buster quando attraversa gli spazi e sconfina in un altrove che non credevamo esserci. Il film si trasforma e vive un’esistenza parallela dopo uno sliding doors, facendo di un doppio un film diverso e, a mio parere, ancora più comico. Ripenso nuovamente a Keaton prima di diventare Sherlock che si lascia risucchiare dallo schermo magicamente e salta da un inquadratura all’altra come esplorasse tutto il cinema e le sue potenzialità: genio creativo che avrebbe potuto bucare ogni sua inquadratura per costruire all’infinito spazi perfetti per gag perfette.

Alessandro Leone

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