Il gioco delle coppie

giocoE’ un gioco tra pieni e vuoti l’ultimo film di Olivier Assayas. Opposti che cercano una sintesi che trasformi una dialettica a tratti sterile, ferma, impantanata, in un sistema rassicurante che allontani lo spettro della vacuità. Il gioco delle coppie è un titolo italiano che rinvia sin troppo alla commedia caciarona degli equivoci tra adulti mancati, faremo riferimento quindi al titolo originale francese, Doubles vies, ovvero doppie vite. Le doppie vite dei protagonisti e la doppia vita dell’editoria, centrale nel film di Assayas, divisa tra passato e presente, tradizione e liquidità digitale. Ma il film non è nemmeno una meditazione sulla fine del libro cartaceo, quanto piuttosto sulla trasformazione che investe la società all’epoca di internet, modificandone anche le relazioni, in perfetta continuità con i precedenti Sils Maria e Personal Shopper.
C’è un editore di fama (Guillaume Canet), la sua giovane amante (Christa Theret), ambiziosa stratega del web, la moglie attrice di serie televisive (Juliette Binoche), uno scrittore che romanza le sue esperienze e che ha una relazione con la moglie dell’editore (Vincent Macaigne), la compagna dello scrittore (Nora Hamzawi) che invece non ha relazioni extraconiugali e lavora come assistente di un uomo politico liberale. Un teatrino alleniano, ma diremmo ormai alla Assayas, riunito in interni – bistrot, salotti, cucine, camere d’albergo – a disquisire di cultura e web, di marketing e politica, di pubblico e privato, di superfici e profondità, di trasformazioni epocali e di scarti generazionali, di pieni che si svuotano e di vuoti da riempire, in un flusso ininterrotto di coscienze a confronto. La sceneggiatura si fonda sui dialoghi: il pieno del il-gioco-delle-coppie-non-fictionfilm; ma la sensazione è che girino a vuoto, che il regista conduca lo spettatore in un labirinto semantico dove i significati degli scambi verbali si perdono nell’incapacità di trarre conclusioni apprezzabili riguardo il futuro non tanto dell’editoria (che sembra quasi un McGuffin) ma della comunicazione in senso alto e basso, come espressione artistica di un pensiero intellettuale e come base delle relazioni umane. La moltiplicazione dei canali e delle piattaforme virtuali che sta producendo una distanza abissale tra le generazioni, disorienta i non-nativi digitali i cui sistemi speculativi sono entrati in crisi, messi in discussione dal successo delle semplificazioni: il paradosso del mondo in un Tweet (vincente anche in politica). I protagonisti sono dunque equilibristi alla prova di doppie vite a un passo dalla schizofrenia per il collasso non previsto del mondo reale e a vantaggio del virtuale. Assayas li inquadra senza indugiare sui volti, senza movimenti di macchina avvolgenti, quasi a prenderne le distanza, il che fa sospettare che li senta invece molto vicini, che possano addirittura essere cinque approcci con cui avvicina un demone: Doubles vies sarebbe l’Inside-Out di Assayas, un viaggio mentale non per decifrare le emozioni in un età difficile, ma per comprendere la scissione nell’era digitale.
olivier_assayas-doubles_vies-2Il titolo internazionale, con cui il film sarebbe dovuto uscire anche in Italia (ma Il gioco delle coppie, santocielo!, era una trasmissione televisiva condotta dal baffuto anni80 Predolin!), è Non Fiction. Per nulla un titolo di riserva, ma ulteriore chiave di lettura. Assayas, che niente lascia al caso, depista attraverso la negazione di ciò che mette in scena, perché la dissimulazione è la cifra delle vite di almeno quattro dei personaggi del film: l’editore, la moglie, l’amante e lo scrittore, che vivono relazioni doppie e mascherate. E fiction è la produzione artistica dello scrittore scapigliato abituato a romanzarsi producendo un doppio di sé e delle persone che hanno fatto parte della sua vita, riducendo la scrittura a processo egoistico di rielaborazione personale. Fiction sono i ruoli che l’attrice deve mettere in scena stancamente, stagione dopo stagione, in televisione solo per il piacere di essere riconosciuta in strada. Fiction sembra pure la crisi che attraversa il libro stampato dopo il crollo dell’e-book. Fiction ovviamente la moltiplicazione di profili e avatar sul web, strumenti di promozione individuale destinati ad affogare nell’oceano di informazioni parcellizzate (l’attrice protagonista in Sils Maria, sempre la Binoche, ne era terrorizzata), altrimenti spazio sconfinato per sogni o incubi (come in Personal Shopper). L’editore Alain, che produce finzione, si domanda non se sia peggio l’e-book dal libro da sfogliare e odorare, ma se sarà così bravo a rimanere in piedi in un mondo che non padroneggia e sente ostile.
“Non Fiction” è una terra ormai sepolta da anni, da quando il cinema stesso è diventato medium di massa, guida per i nostri sogni, fabbrica di desideri che la televisione prima e il web adesso non hanno fatto altro che declinare a potenza ennesima. La riduzione del confine tra realtà e finzione è un desiderio che è diventato materia e che adesso ci spaventa (noi di mezza età), perché non si tratta più di un gioco di specchi, ma della vita. Non Fiction potrebbe essere il titolo di un film di Cronenberg o di Haneke, autori che hanno raccontato dell’ignoto dietro la superficie misurabile del mondo reale. Il regista tedesco soprattutto (andate a rivedervi Caché Funny Games), non per niente citato da Assayas, per interposto scrittore che nel suo ultimo libro ha descritto la scena di una fellatio in un cinema in cui proiettavano Il nastro bianco, altro film enigmatico di Haneke, dove la realtà è scalfita da un evento irrazionale che metaforizza il collasso del mondo a un passo dalla Grande Guerra.

Ecco, noi gente del Novecento che ci eravamo emozionati davanti al tragico Qualcosa nell’aria (altra opera di Assayas evocata in Doubles Vies), adesso ci tocca camminare toccando muri e pareti, aggrappati alle balaustre, fingendo che la digitalizzazione della realtà non ci spaventi, dissimulando aperture mentali e disponibilità al cambiamento, declassando a feticci libri e dischi. E se non affermiamo che ci sentivamo più sicuri quando le nostre doppie vite passavano dalla lettura di un romanzo, dal cinema o, al limite, dal letto di una amante, è perché temiamo di sentirci terribilmente vecchi.

Alessandro Leone

Il gioco delle coppie (Doubles vies)

Sceneggiatura e regia: Olivier Assayas. Fotografia: Yorick Le Saux. Montaggio: Simon Jacquet. Interpreti: Guillaume Canet, Juliette Binoche, Olivia Ross, Vincent Macaigne, Nora Hamzawi, Pascal Greggory, Christa Theret, Laurent Poitrenaux. Origine: Francia, 2018. Durata: 108′.

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