IL RESPIRO DEL CINEMA ITALIANO

Siamo ad un passo dall’edizione 2003 del Festival di Cannes. L’anno scorso nella Settimana della Critica vinse Respiro, opera seconda di Emanuele Crialese e prodotto da Fandango. La pessima distribuzione nelle sale italiane, la scorsa estate, penalizzò notevolmente il film che, dopo aver spopolato in Francia, è ri-uscito a marzo nei nostri cinema (non è assurdo!). Questa finestra di analisi vorrebbe rendere giustizia all’opera di Crialese ed essere di buon auspicio ai lavori italiani selezionati quest’anno a Cannes.

Il tempo immobile di Lampedusa

Film poetico e profondo, quello del regista romano. Profondo è lo sguardo sull’isola e i suoi abitanti, che all’occorrenza diventano attori, dando freschezza alla narrazione. Un po’ alla Pasolini quando tratteggiava profili credibili partendo dalla gente comune. Respiro è un film di luce, che straborda in ogni inquadratura e invade lo spettatore. Luce solare, ma anche la luce della protagonista: una Golino straordinaria e appunto “lucifera”, tanto da essere additata da tutto il paese, incapace di riconoscere nella sua diversità l’occasione di un confronto e di un arricchimento.

La Lampedusadi Crialese è in effetti un luogo senza tempo o, meglio, dove il tempo è immoto, bloccato incredibilmente, come se la realtà (Lampedusa come ponte per clandestini) fuggisse oltre l’orizzonte “aereo-acquatico”. I segni dell’attualità – l’abusivismo edilizio e i cantieri abbandonati, ad esempio – diventano quasi tracce archeologiche di un passato anch’esso indefinito. I monelli seminudi e bruciati dal sole, con le fionde al collo, invece, le testimonianze di un’infanzia lontana e selvaggia (quasi un archetipo).

In tale quadro, Grazia non può che cortocircuitare i compaesani, incapaci di instaurare un rapporto con la donna, giudicata malata più che eccentrica. E Crialese ce la mostra isolata da subito, persa in un mondo inafferrabile, autentica e affettiva solo con chi le dimostra amore: i figli, con cui divide momenti di puro piacere: le corse in Vespa, la siesta pomeridiana, le passeggiate con i cani, il mare soprattutto.

La poetica dell’immersione

L’acqua scura è desiderio di libertà assoluta, senza vincoli precostituiti. I momenti più belli del film sono quelli delle immersioni totali, le riprese subacquee sui corpi abbandonati di Grazia e Pasquale, con cui ha un rapporto privilegiato. L’immersione trasforma la donna in creatura più marina che terrestre, differenziandola ancor di più da tutti gli altri; nelle apnee scompare ogni ansia dovuta ai pregiudizi di chi non comprende la sua alterità, ogni tensione lascia il posto ad una riappropriazione di corpo e mente. Grazia è una viaggiatrice. Le sue traiettorie tendono ad incorporare le profondità della natura, a creare una simbiosi totale. È una folle perché troppo selvaggia? O è folle perché incompresa? Il dato di fatto rimane un’incapacità di adattamento alle regole sociali della tribù, fino a rendere il proprio un corpo sacrificale, quando la fuga la costringe a rinunciare alla famiglia, nascosta come reietta in una spelonca, protetta dal figlio a cui, come madre, dovrebbe assicurare protezione.

Qui Crialese contamina il suo personaggio di dati mitologici, ma di una mitologia popolare (anche se il rimando è alla tragedia greca), dove l’isolata Grazia si trasforma essa stessa nell’isola, centro motore di tutto quel che accade dopo la presunta morte: le preghiere, le veglie, i falò, il ritrovamento che sa tanto di resurrezione miracolosa.

Crialese, che si è ispirato ad una leggenda locale, trasforma la donna in un personaggio esemplare, specchio come non mai dei nostri tempi, dove la trasgressione è sempre posticcia e disonesta, alimentando al contrario l’omologazione. E la donna ne è tanto più vittima, quanto più cerca di emergere dalla mediocrità, modellando se stessa sulle richieste di un universo regolato dal desiderio maschile. Grazia emerge davvero, perché si sottrae a queste logiche. Significativo il momento in cui in preda alla rabbia, libera tutti i randagi dell’isola, rinchiusi in un basso e sporco edificio in muratura, quasi cercasse di affrancare il suo corpo desiderante dalle catene che la vedono prigioniera. Per i cani la fine sarà una triste eliminazione. Per Grazia invece, la speranza di raccogliere attorno a sé, con forza centripeta, tutto il paese, per farne un corpo unico.

Alessandro Leone

(Pubblicato sul n°20 della versione cartacea, dicembre 2002)

IL RESPIRO DEL CINEMA ITALIANO, 8.4 out of 10 based on 5 ratings

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