Il tuo ultimo sguardo

tuo_ultimo_sguardoLa storia abbraccia un arco di 13 anni e si muove avanti e indietro fra continui flashback e episodi personali non strettamente legati fra loro temporalmente, fra il Sud Sudan della più sconvolgente crisi umanitaria attuale, le guerre civili di inizio anni 2000 in Sierra Leone e Liberia e gli scenari rasserenanti e anonimi come un valium di Ginevra, Londra e Città del Capo. Il plot segue in un ampio teatro di guerra senza sviluppo né capovolgimenti, l’amore fra un chirurgo impegnato a salvare vite umane sul campo, Miguel (Javier Bardem) e Wren (Charlize Theron), un’attivista, anch’essa medico, che guida, ma senza davvero sentirsi a suo agio, una grande organizzazione umanitaria di cui ha preso le redini dopo la morte del padre, il fondatore. Fra abbandoni piuttosto artificiosi, separazioni, accuse incomprensibili, problemi esistenziali e ritrovamenti di se stessi piuttosto lacunosi, oltre a immancabili drammi amorosi che ci lasciano uguali minuto dopo minuto, sullo sfondo si delinea la dimensione di insicurezza e di morte, la negazione di un futuro degno e di una vita che abbia le minime condizioni per poterla almeno in senso lato definire umana, di quel pezzo di Africa che Sean Penn, ha cercato maldestramente di descrivere.ultimosguardo
Potremmo chiudere qui le righe dedicate a un film lungo e poco emozionante, che si sforza di essere mainstream, e molto impegnato, senza riuscire ad essere né l’una né l’altra cosa. E spiace per questo regista che comunque abbiamo in passato apprezzato (però vabbeh, si riprenderà); spiace per i due protagonisti (a cui va aggiunto un Jean Reno, probabilmente assunto all’ultimo per trovare una distribuzione nei Paesi di lingua francese, male utilizzato, in una parte assolutamente dimenticabile, che dice due parole scontate e sembra confuso, inebetito), ma anche per loro vien da dirsi: pazienza, si consoleranno; spiace per una produzione che ha creduto, almeno a leggere le dichiarazioni, nel capolavoro di un genio visionario e energico, circondato da una troupe unica (consigliamo moderazione, in questi casi); insomma spiace: avranno anche sudato tanto per farlo questo film, e del sudore e della fatica abbiamo rispetto, senza ironia. Ma al contrario bisogna spenderle due parole in più, perché l’indignazione assuma la forma di una bussola, in questa regione in grande crisi che è il cinema di serie A, così carico di milioni di dollari, e spesso così povero di tutto il resto. Per poter dire che certe cose non si devono fare. Mai.
Cominciamo con il dirci che questo pretende di essere un film cosiddetto impegnato. Cinema politico, di denuncia. Racconta uno dei drammi umanitari più gravi e ininterrotti della nostra epoca… Già ma quale? Il film ci mostra come al telegiornale campi profughi, devastazioni, esseri disumani che fanno cose terribili. Un orrore senza fine così poco dosato, che ci fa subito mettere sulla difensiva. Ma cosa sappiamo davvero dal film di sud-sudanesi, liberiani, e centroafricani che non sapevamo già, anche solo dopo aver visto distrattamente qualche foto da quotidiano? sean-penn-registaQuel mondo rimane impietosamente fuori fuoco, mai specifico, mai di qualcuno veramente, sullo sfondo di questo amore davvero poco sensazionale che occupa la scena indebitamente, perché così deve essere per far contenta una logica da presunto film da botteghino che da botteghino non sarà nemmeno. Aggiungiamo che è anche un film estremamente manicheo, dove ci sono i buoni (gli oppressi) e i cattivi (gli oppressori) comunque tutti africani. Gli altri sono solo benestanti indifferenti (comunque per definizione sbagliati, che poi nella fattispecie sono sempre e solo occidentali, anche qui una figura retorica del passato, come se oggi non ci fossero gravi responsabilità politiche dei paesi arabi o dei paesi dell’Estremo Oriente) come se l’intero mondo fosse popolato fuori dall’Africa da banchieri svizzeri in doppio petto. E tanti saluti alle ragioni storiche, agli errori geopolitici, agli odi etnici e religiosi, alle spartizioni economiche sotto banco, alle responsabilità più generali; ma tanti saluti anche all’umanità degli uomini e delle donne che vivono nei campi profughi africani che parrebbero al centro del film e invece sono solo triste sfondo, massa indistinta, su cui poteva essere davvero spostata la macchina da presa, per raccontare qualcosa di più, anche una sola di queste vite, magari una un po’ più rappresentativa e simbolica delle altre, un po’ più cinematografica, concediamocelo, ma che almeno ci facesse entrare in questa dimensione di vita, per scandalizzarci.
E poi torniamo a riflettere sul linguaggio di questo film, le scelte di casting e il look fotografico. Ha senso oggi fare un film ultra-patinato, con un linguaggio ingenuo da cinema hollywoodiano di intrattenimento, con movimenti di macchina sontuosi, florilegio di riprese steadycam, perfetti make-up e effetti speciali (realistici) per raccontare nel dettaglio, bambini che si sparano o parti cesarei nella foresta? Dove ogni cosa è casa-casa, cattivo-cattivo, senza mai doppi livelli, echi, suggestioni? Ha senso mettere due bellissimi del cinema internazionale a fare la parte degli innamorati turbati nel loro amore e nella loro inesorabile passione dal maremoto della guerra (guerra che vanno a cercarsi loro, e che rimane lì per tutto il film statica, nella sua tragedia infinita)? E poi riempire di frasi fatte questa scatola imbellettata, palle di stracci calciate da bambini sorridenti, turbamenti da uomini e donne ricchi e saccenti, anche nella loro pretesa di essere utili, anzi forse indispensabili, anzi forse eroici? Tutto ciò fa apparire grottesca e maldestra l’opera, al di là di cosa accade.
Ma c’è una responsabilità che non deve sfuggire. Perché il cinema sociale, il cinema di impegno civile richiede responsabilità. Non è un bel gioco da fare nelle pause fra un drink e un’apparizione alla notte degli Oscar. Non è una stellina da aggiungere sul petto. Perché lo spazio della distribuzione per questo tipo di cinema – ancor più su questioni specifiche come le catastrofi umanitarie – è estremamente limitato: chi distribuirà un film di finzione magari di un africano sul Sud Sudan migliore di questo, dopo The Last Face? Chi avrà la forza di produrlo? E poi: chi fra gli spettatori ignari (ammesso che ne esistano) a cui capiterà di vederlo, rimarrà così turbato, così avvinto, da muoversi a un approfondimento, a una vicinanza con quell’umanità disperata? Temiamo nessuno. Come gli spettatori davanti alla tv.

Allora c’è una responsabilità a monte di un film, che va valutata. Produttori, autori, regista e attori si pongano delle domande se possono. Ma c’è anche una responsabilità di chi porta in concorso a Cannes un film come questo, dandogli una visibilità planetaria. Non è accettabile che siano la denuncia unita alla fama di un autore a portare su una piazza del genere un film, levando spazio a atti cinematografici più coraggiosi e forti anche e non solo nel linguaggio, magari da autori meno celebri. E poi lascia di stucco la logica distributiva che porta Rai Cinema con 01 Distribution a appoggiare la distribuzione di una brutta pellicola come questa, fra altri distributori compartecipi dell’operazione (privati). Non si capisce il perché, e forse francamente non si ha nemmeno voglia di capire, ma viene solo da pensare che a decidere in quegli uffici che dicono sì a un film e no a un altro, ci siano persone poco competenti, ma anche e soprattutto: vecchie. Che applicano logiche vecchie del due più due fa quattro. Logiche vecchie sì, ma davvero troppo.

Maurilio Tidano

Il tuo ultimo sguardo

Regia: Sean Penn. Sceneggiatura: Erin Dignam. Fotografia: Barry Ackroyd. Montaggio: Jay Lash Cassidy. Interpreti: Charlize Theron, Javier Bardem, Adèle Exarchopoulos, Jean Reno, Jared Harris, Denise Newman. Origine: Usa,2016. Durata: 130′.

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