Incavolato… verde

La trappola è pronta: cadere nell’equazione che vuole (per partito preso) perfetta identità tra film d’azione a base di effetti speciali e film di bassa qualità e dai contenuti dementi. Più che delle americanate ben confezionate per sbancare il botteghino, stanca la supponenza di chi certi film li marchia come “la solita americanata hollywoodiana”. Non se ne può più. Di chi dimentica, voglio dire, che il cinema è cultura ma anche uno spettacolo straordinario. Da sempre una magia. Il sottoscritto ama lo stile e l’impegno dei Dardenne, i viaggi di Tony Gatlif, gli ultimi Garrone e Crialese, come le lezioni di Sokurov o i fuochi d’artificio di Kitano (per rimanere all’oggi). Per questo sento il bisogno di scrivere quanto mi sia divertito sulle spalle del gigante verde “videocomandato” dal joistik di Ang Lee (proprio quello di Mangiare, bere, uomo, donna).

Queste mega produzioni dell’industria cinematografica statunitense probabilmente sono finalizzate all’incasso (e vorrei anche vedere, visti i costi di produzione), ma realizzano altresì il desiderio di fantastico che ci appartiene, e di cui letteratura e cinema soprattutto si sono sempre fatti veicolo. Ciò che mi stupisce è constatare come sempre più spesso si rivalutino i cosiddetti cult-fantasy, del genere di Matango il mostro, e si snobbi tutto quel che esce dalla bacchetta magica dello specialista degli effetti.

Il cinema nasce come prodotto tecnologico e cresce con la tecnologia. Rohmer lo ha dimostrato senza vergogna. Grazie a queste nuove meraviglie, possiamo godere uno spettacolo prima impensabile. Tanto per rimanere al film di Lee, pensiamo alle immonde trasposizioni in pellicola degli eroi Marvel negli anni ’70. Sarà poca cosa, ma con Raimi Spiderman ha finalmente trovato il modo di raccontare qualcosa anche fuori dalle pagine di un fumetto (miraggio per il ridicolo Uomo Ragno di Satlof nel ’78). Prima di Lee ci sono stati i vari Superman di Donner, i Batman di Burton e appunto Raimi; ma anche prove poco convincenti come gli X-men di Singer, o deludenti come l’ultimo Daredavil. Questo per dire che le enormi possibilità date dalla tecnologia, oggi permettono di realizzare ciò che prima era impossibile, ma che per sfornare un ottimo film bisogna poi che dietro alla macchina da presa (ma anche alla penna) ci sia intelligenza.

La rilettura di Ang Lee del fumetto di Stan Lee (che diede i natali al mostro verde nel 1962) è profonda e appassionata. Cosciente di come, per gran parte del pubblico cinematografico, Lou Ferrigno venga prima del fumetto (in realtà il serial prodotto negli anni ’70 non aveva nulla a che vedere con l’Hulk marveliano), il regista accompagna lo spettatore ad una riscoperta delle origini del mostro, in un percorso narrativo che non trascura di decifrare il suo alter-ego umano e i comprimari, sdoppiando il racconto in due livelli temporali: il presente del dottor Banner che scopre il “mostro dentro”, e il passato del piccolo Banner, che chiude gli occhi sul padre, assassino della madre, cancellando il ricordo per cancellare il mostro in attesa di esplodere.

Il film di Lee vive così su una doppia caccia: quella finalizzata a neutralizzare il mostro, e quella di Bruce Banner, finalizzata a raggiungere e uccidere il trauma (precedentemente rimosso), con l’eliminazione fisica del padre. Facile giocare sugli sdoppiamenti: stiamo parlando di una sorta di Dr. Jekill e Mr. Hyde. La cosa più interessante però è la maniera con cui il regista si sposta tra gli elementi speculari di ogni rapporto binario (uomo-mostro, padre-figlio, passato-presente, normalità-eccezionalità, disperazione-eccitazione, microuniverso cellulare-macrouniverso aereo, vita-morte): il passaggio avviene soltanto sul piano dell’immagine, sfoderando una serie di trucchi ed effetti speciali (che non sono la stessa cosa), degni di un compendio di storia delle magie cinematografiche dal1895 inpoi. Lo stesso schermo pare frazionarsi come se fossimo di fronte ad una pagina a vignette di Todd McFarlane, dove una stessa scena è mostrata da diverse inquadrature e lo spettatore è chiamato a ricostruire l’azione o le parti mancanti della stessa, proprio come avviene nei fumetti.

Ogni immagine pare abbia il dovere di mettere in comunicazione elementi distanti ma appartenenti allo stesso universo, di trasformarli o di fonderli: l’immagine assume la stessa natura del soggetto Hulk.

Banner è costretto a fuggire da se stesso, ma anche dal mondo degli uomini, percorso in lungo e in largo, verso l’alto, nelle profondità marine, nel sottosuolo, tentando di ritrovare la propria identità al di là della mutevolezza della superficie, magari aiutato dall’amore di Betty, l’unica persona capace di vedere oltre (e il ricordo corre a Lupo mannaro americano a Londra e alla sua infermiera).

Se la diversità rende mostruosi, e la mostruosità è perseguitata fino all’eliminazione, Banner, Hulk riscatta finalmente, anche solo per il fatto di rimanere in vita, le tristi fini di tanti mostri di celluloide, primo fra tutti quel King Kong a cui tutti abbiamo voluto bene e a cui tanto assomiglia (volutamente) il dottor Banner quando è verde di rabbia.

Alessandro Leone

(Pubblicato sul n°22 della versione cartacea, novembre 2003)

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