La fratellanza

fratellanza1Diciamo subito che non siamo in Serie B. Ric Roman Waugh non scrive e non gira per posizionarsi sull’intrattenimento di genere ma per lasciare una traccia autoriale. Certo con La fratellanza siamo nel territorio dei prison-movie, codificati dal punto di vista narrativo. Waugh però “dietro le sbarre” non ci finisce per caso, ma ci arriva quasi da antropologo. La fratellanza è il terzo film immerso nella squallida realtà dei penitenziari di Stato, dopo Felon Snicht – L’infiltrato. Il regista il contesto ambientale, la cultura che lo caratterizza, le dinamiche relazionali, li conosce bene, avendo lavorato, sotto copertura e per due anni, come agente volontario in California, e dunque osservato dall’interno la materia che trasforma in racconto. Ciò che vi ha trovato è violenta sopraffazione, trasformazioni progressive della psiche, in barba ai programmi di riabilitazione e rieducazione alla socialità. La prigione di massima sicurezza, centrale nell’ultimo film di Waugh e ispirata alla Old Main Prison di Santa Fe (in parte location per il film), è un luogo dove non c’è spazio per la debolezza, dove sopravvivere significa entrare a far parte di una gang, perché le guardie – quando non sono corrotte e compiacenti – arrivano a controllare fino a cancelli e perimetri, non oltre.

fratellanza2Il regista si domanda allora cosa accadrebbe se un colletto bianco, con rispettabile posizione sociale, una bella moglie e un figlio di otto anni che lo adora, finisse in uno di questi inferni. La risposta è La fratellanza, che rispetto ad altri film limitrofi si discosta per l’acutezza dello sguardo, tanto sui meccanismi di causa-effetto quanto sulla psiche del personaggio principale, l’uomo d’affari Jacob. Questi dopo aver bevuto un bicchiere di troppo in una cena con moglie e coppia di amici, non rispetta un rosso e finisce travolto da un’altra auto. Muore il suo migliore amico; è omicidio colposo. La pena minima si tramuta in una lunghissima permanenza tra le braccia dello zio Sam, perché per sopravvivere Jacob (Nikolaj Coster-Waldau) dovrà patteggiare con il diavolo, fino ad uccidere un uomo.
Waugh, per evitare di ripercorrere la consunta parabola del buono corrotto dal male che dopo l’espiazione arriva alla meritata redenzione, rinuncia alla linearità, porta lo spettatore in media res, quando Jacob sta lasciando il penitenziario per buona condotta. Ha da tempo costretto la moglie e il figlio ad abbandonarlo e ora si trova invischiato nella stessa guerra territoriale che combatteva in carcere, obbedendo allo stesso Shot Caller: ovvero il leader della gang, l’uomo “con le chiavi”, colui che da una cella di massima sicurezza ordina e gli altri eseguono, quello che regola anche gli spostamenti di una mosca.
Alcuni flashback di tanto in tanto si incuneano nella trama, mostrando ciò che ha preceduto il fattaccio che cambierà la vita di Jacob e della sua famiglia. Il regista si affanna ad annunciare un plot che viene in parte disatteso volutamente, a volte ci riesce meglio di altre, rischiando sempre di cadere nello stereotipo, anche nella definizione di un personaggio che via via reclama spazio, un poliziotto con gli attributi al punto giusto, che fatica a uscire da un certo schematismo di funzione. La metamorfosi di Jacob, i momenti salienti che ne sanciscono l’evoluzione verso terre buie e senza ritorno, costituiscono turning-point inequivocabili, svolte obbligate che rafforzano l’impossibilità di scelta. Non si tratta di scegliere il bene o il male liberamente, ma tra sopravvivere o morire, anche perché Jacob sa bene che una mossa avventata potrebbe avere ripercussioni su moglie e figlio. Su questo filo, l’uomo d’affari in carriera diventa guerriero e si scopre capace di pianificare un escalation che lo porterà ai vertici della fratellanza. I tatuaggi diventano segni evidenti del passaggio del tempo e del ruolo sempre più importante acquisito all’interno dell’organizzazione.

In definitiva Waugh, senza portare numeri sulla drammatica situazione delle carceri statunitensi – quelle di Stato e quelle gestite dai privati (business che capitalizza il massimo riducendo i costi di gestione con conseguenze catastrofiche) – con la trilogia, e soprattutto con quest’ultimo film, consegna allo spettatore uno spaccato inquietante che avvicina le carceri americane a quelle messicane, dichiarando esplicitamente che in America, se commetti un solo errore difficilmente qualcuno tutelerà la tua vita, finendo indiscriminatamente rifiuto tra i rifiuti.

Vera Mandusich

La fratellanza

Regia: Ric Roman Waugh. Fotografia: Dana Gonzales. Montaggio: Michelle Tesoro. Musiche: Antonio Pinto. Interpreti: Nikolaj Coster-Waldau, Jon Bernthal, Lake Bell, Emory Cohen, Jeffrey Donovan, Benjamin Bratt, Jessy Schram. Origine: Usa, 2017. Durata: 121′.

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