La storia nelle immagini Racconto di un rapporto predatorio

Dove abito si è costituito un organo di censura preposto a valutare e selezionare le immagini televisive, al fine di evitare la diffusione, in ambiente domestico, di materiale video violento, pornografico o in qualche modo lesivo della sensibilità del fruitore. Chi scrive vive solo e da tempo ha passato la maggiore età. Inutile riferire che è drasticamente diminuito il quantitativo di teleimmagini propagate dal mio apparecchio. Del resto c’è in gioco il candore, la percezione un po’ naif della “vicenda umana”, la dimensione fiabesca che ne caratterizza anche le pagine più buie.

Vengo al punto, nella speranza di chiarire i motivi che mi hanno spinto alla drammatica scelta.

Il cinema illustra la storia

Una delle conquiste più significative del nostro immaginario è senza dubbio l’essersi impossessato di un catalogo immenso di illustrazioni, utili a dare un profilo alla storia degli uomini. Tralasciando pittura e affini, gli strumenti grazie ai quali ciò è stato possibile sono stati, timidamente nell’800, la fotografia, clamorosamente nel secolo passato, il cinema. Se non si è docenti universitari, la Storiaraccontata dai libri di testo, che abbiamo imparato ad apprezzare come vero resoconto di eventi passati, non è altro che una selezione parziale di accadimenti cronologici, un conto alla rovescia che porta lo studente verso il presente. Una sorta di romanzo avventuroso, dove politica ed eserciti si muovevano sullo sfondo della microstoria della gente comune, impegnata in un percorso d’evoluzione sociale.

Questa lettura semplicistica, ma non del tutto strampalata, è rafforzata proprio dalla meravigliosa macchina narrativa che è il cinema, quando attinge alle pagine dei cronisti d’ogni epoca. È pratica frequente l’utilizzo da parte degli insegnanti di pellicole storiche, che non solo riferiscono in un linguaggio accessibile dei Cesari come dello sbarco dei Mille, ma soprattutto illustrano. Ergo, Giordano Bruno ha il volto di Volontè; Giovanna d’Arco quello della Falconetti; nonostante Gibson, l’immagine del Cristo Crocefisso è quella di Zeffirelli. Il cinema ha sfogliato la storia, l’ha immaginata regalandoci delle icone,  incrociando spesso il documentario: i cinegiornali, gli operatori del Luce, riportavano in “tempo reale” la cronaca bellica come il lavoro delle mondine, confezionando materiale utile allo spettatore chiamato a vivere l’Attualità, ma al tempo stesso ispirando nuove pellicole storiche. Storia contemporanea chiaramente.

Così oggi l’Italia partigiana vive in noi grazie a Rossellini, la Germaniadel dopo guerra è l’anno zero di Edmund, il Vietnam è quello di Cimino e Stone; fino ai recenti film di Bay e Monteleone, che una volta per tutte ci raccontano come andò a Pearl Harbor e ad El Alamein.

Illustrazioni di una storia che adesso possiamo figurarci e che involontariamente chiediamo al cinema di costruire, sacrificando (ma il processo è irreversibile) la magica facoltà di fantasticare il passato.

I new media immaginano il presente

La disponibilità crescente di immagini rende sempre più precoce la resa dell’immaginario. Il bambino che ricontestualizza tutto ciò che osserva per impossessarsene attraverso l’elaborazione di nuove “visioni” (il fantastico appunto), cede via via alla forza portentosa di quel che arriva dal grande e dal piccolo schermo. Il cinema è però percepito ancora come occasione eccezionale e spettacolare per sognare mondi mirabolanti, il discorso cambia per televisione e rete.

Se il cinema storico ha influito sulla nostra percezione della storia più o meno lontana nel tempo, e le videocronache, dagli anni ‘60 in avanti, sull’attualità di guerre lontane nello spazio, oggi viviamo in diretta la violenza tragica di un conflitto che tocca tutti. Dalla prima guerra del Golfo in poi, passando per i Balcani, fino alle mostruosità del nuovo millennio, i terminali domestici dell’informazione ci proiettano in battaglia, attraverso una partecipazione psicologica.

Le immagini del Luce (ormai repertorio) girate sui campi di battaglia non erano così dissimili, dalle riprese effettuate con mezzi tecnologicamente avanzati che permettono le dirette digitali di una Baghdad a ferro e fuoco. La differenza sta proprio nell’annullamento del gap temporale e nella platea, vastissima, raggiungibile anche attraverso la rete.

La decapitazione di un ostaggio è suggerita dalla Tv che rimanda alla rete per i dettagli orrendi della lama che affonda la carne. Fingendo di possedere un codice deontologico e “apprezzabile” quanto ipocrita autocensura, l’informatore invita alla responsabilità personale della scelta del cosa vedere: tra Tv via cavo, satellitare, il neodigitale terrestre, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Una semplice consolle d’ora in avanti ci permetterà di costruirci, come in un collage, la nostra attualità, ponendoci al centro di un conflitto che si va sempre più globalizzando.

Il cinema storico di domani dovrà tenerne conto, perché non si tratta più di riempire un vuoto iconografico, ma di rivaleggiare con un immaginario già saturo, con un processo di storicizzazione in divenire e che attinge giornalmente da un bacino immenso e che nulla ci risparmia.

Per adesso la mia Tv rimarrà spenta.

Alessandro Leone

(Pubblicato sul n°24 della versione cartacea, settembre 2004)

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