La tartaruga rossa

Meritatissimo Premio Speciale della Giuria a Cannes 2016, sezione Un Certain regard, La tartaruga rossa porta il marchio dello Studio Ghibli, ma la firma di un regista olandese, l’animatore e illustratore Michael Dudok de Wit, già Premio Oscar nel 2000 con il cortometraggio Father and Daughter (che è possibile visionare sotto).

Suggestivo e oltretutto vincente, il connubio tra la più poetica macchina di cinema d’animazione del mondo e il vecchio continente non è un inedito, se pensiamo a quanto Hayao Miyazaki si sia ispirato in molte sue anime a storie e ambientazioni europee. La collaborazione tra Studio Ghibli e Michael Dudok de Wit si materializza in maniera naturale, per corrispondenza d’amorosi sensi, perché la metrica della sua favola risuona in rima con i più bei racconti animati realizzati dalla Casa di produzione nipponica.
tartaruga_rossa2Semplice la storia. Un uomo è travolto dai marosi, finisce naufrago su un’isola deserta, dove per fortuna non mancano alberi da frutto. Piccoli granchi gli fanno compagnia. L’uomo tenta per tre volte di mettersi in mare con una zattera di fortuna, ma per tre volte viene ricacciato indietro da una grande tartaruga rossa. Quando questa si spiaggia lui la percuote. L’animale sembra morto, quando magicamente il corpo nel guscio si trasforma in una donna. Diventerà la sua compagna, genereranno un figlio, attraverseranno insieme le stagioni della vita.

Sembra arrivare dal nulla il Crusoe di Michael Dudok de Wit, senza un prima che ci informi del naufragio: semplicemente un uomo solo in lotta con un oceano immenso e sublime. Ma che non sia un personaggio di Defoe lo si capisce da subito, perché non tenta di sopravvivere trasformando l’isola in casa, non costruisce capanne, non fabbrica utensili, non caccia animali e non pesca pesci, non ha il piglio del the-red-turtle-studio-ghiblicolonizzatore. Non ha nome e nemmeno identità geografica, l’uomo non parla prima e non insegna un linguaggio alla compagna e al figlio dopo. Il linguaggio è quello di corpi che si adattano all’isola, organismo vivente, in linea con lo spirito Ghibli. La natura trascendentale e magica non filosofeggia con l’uomo ma gli si pone davanti per ciò che è, incontaminato paradiso senza esotismo di maniera. La battaglia iniziale per abbandonare l’isola è un depistamento, perché l’avvento della donna (Eva?) ridefinisce sogni e desideri.
Scritto senza sprecare una scena, asciugando il racconto da qualsiasi orpello, Michael Dudok de Wit e Pascale Ferran (che lo affianca alla sceneggiatura) procedono per ellissi, definendo un percorso di semina e raccolto, quasi biblico, dalla lotta alla compassione, dall’amore alla genitorialità, dal bisogno di ridefinire l’orizzonte del figlio adolescente alla separazione, fino alla vecchiaia: la ciclicità della vita, dall’acqua all’acqua, dall’alba al tramonto, una luna dopo l’altra.
Senza mai eccedere con il commento musicale – ed era il pericolo di un film senza dialoghi – l’emozione esplode di fornte al magnifico spettacolo tartaruga-rossa-1della natura pastello, della luce del tramonto che trafigge l’isola, dei notturni stellati, della delicatezza dei corpi che si fanno respiro.
Quando Isao Takahata nel 2006 contatta Dudok de Wit per proporgli di realizzare con loro il suo primo lungometraggio, folgorato certamente da Father and Daughter ma anche dal precedente The Monk and the Fish (1994), scommette su un talento visionario, un costruttore di racconti delicati e struggenti, dove protagonista è l’essere umano di fronte al passaggio del tempo, alla perdita, alla morte. Ed è curioso che tanto nella storia di una figlia che non smette di cercare per tutta la vita il padre, lì dove lo ha visto perdersi quando ancora era piccina (Father and Daughter), tanto nell’impari lotta di un uomo contro la natura, prima di accetterne le leggi e riconciliarsi con la vita, il tempo perde di importanza, a favore di una dimensione che sfugge a qualsiasi coordinata. Il tempo, imperituro, semmai, è quello dell’isola, non misurabile nella sua linearità, quanto nella ciclicità delle tempeste e della distruzione prima del rinnovamento (altro tema caro a Miyazaki, Takahata e Suzuki).
E in perfetto stile Ghibli è anche il mistero, quale entità fondativa di mitologie moderne, presente senza soverchiare la storia, perché l’elemento fantastico non dilegui la poesia, rendendo credibile anche una creatura femminile donata in un guscio di tartaruga per rendere meno penoso l’isolamento di un naufrago.

Questo poema sonoro è allora elogio della speranza in ogni infrangersi di onda, negli scrosci di pioggia battente, nel muoversi indifferente della foresta, nel commovente dimenarsi dell’uomo da uno sperone all’altro dell’isola, come nel suo abbandonarsi placido, infantile, primo e ultimo figlio del Creato. Fragile nella carne, perenne nell’anima.

Alessandro Leone

La tartaruga rossa

Regia: Michael Dudok de Wit. Sceneggiatura: Pascale Ferran, Michael Dudok de Wit. Montaggio: Céline Kélépikis. Origine: Francia/Giappone, 2016. Durata: 80′.

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