L’AMORE TRADOTTO – LOST IN TRANSLATION

Sin troppo facile, per Lost in Translation, cadere nel gioco di parole suggerito dal titolo; a indicare ciò che va perso nella traduzione comunemente intesa, ciò che è intraducibile, ma anche lo smarrimento del soggetto che si trovi a voler significare i propri sentimenti di fronte agli altri certo, ma in primis dinanzi a se stesso. Sostenuta da un tono lieve e misurato, e dalla delicata naturalezza del fluire narrativo, il film di Sofia Coppola -ora vincitore del Golden Globe come Migliore Commedia- appare anzitutto come una piacevole ricognizione fenomenologica del concetto di ‘traduzione’. Traduzione nei 3 sensi di Jakobson, di operazione intra-(meta)linguistica, e quindi gioco interno alla lingua stessa; di traduzione inter-linguistica, ossia da una lingua ad un’altra (il livello più ovvio ed immediatamente fruibile nella vicenda in questione); di trasmutazione, ossia di trasduzione da un linguaggio artistico all’altro (dalla parola al gesto, dalla parola all’immagine, e via dicendo).

Tutti questi tre livelli sono presenti qui, insieme ai più triti luoghi comuni sulla ridondanza dei messaggi offerti dalla metropoli postindustriale e alla più profonda solitudine della comunicazione mercantilizzata e robotizzata, seppure osservati ora da uno sguardo malinconicamente ironico e lucido, alieno da moti di protesta o condanna.

Accanto a questi più prevedibili sviluppi, e oltre essi, ciò che il film sa dirci con rara delicatezza è il turbamento di un uomo di fronte all’insorgere di un sentimento fin troppo prezioso per essere esternato.

Non saranno dunque a colpirci tanto le macchiette, che pure fanno sorridere, di giapponesi falsi e servili che si piegano a 90°, non lo sarà il naufragio della polisemia in un inglese koinè standardizzata e lingua ‘mezzana’ al servizio dello scambio simbolico di beni e servizi.

Coppola esplora anche e soprattutto le possibilità di comunicazione all’interno di una stessa lingua condivisa dai personaggi. La parola anche in questo caso appare duplice, ambigua. È il sentimento disinteressato che la deve supportare- sembra dirci la regista- se l’intento è quello di raggiungere un reale scambio affettivo. In questo senso, il tema del film sarebbe non tanto l’incomunicabilità, ma la qualità della comunicazione stessa.

Fino a quale punto è possibile esprimersi con pienezza? Al momento di ‘tradurre’ in atti e parole un sentimento confuso eppure crescentemente pressante, il protagonista Bob (un grande Bill Murray), prova quasi un sussulto di pudore, un ritegno che per ciò stesso rende il messaggio ancora più carico e significativo. Se comunicare significa anzitutto oggettivare un qualcosa a se stessi, l’incertezza di quest’uomo in crisi di mezza età ci significa il mistero e l’indeterminatezza della vita, di fronte a cui egli si trova dopo anni di successi, perdendocisi per un attimo.

Ciò che ci tocca il cuore è l’incontro tra un uomo e una donna, si direbbe un Adamo ed una Eva ultimi portatori di una visione umanista -a pensarci bene, gli unici esseri umani incontrati in tutto il film!- nel bel mezzo del deserto di Tokyo.

Imparare a parlare e camminare: è così che i figli di Bob diventano nelle parole del padre “le creature più deliziose che si possano immaginare”. Al confronto, il sentimento tra Charlotte e Bob ha forse solo il tempo di balbettare appena e mettere i primi passi.

A livello di ‘trasmutazione’ filmica, restano impresse le fantastiche acrobazie ‘traduttorie’ e i doppi sensi di Bill Murray, costretto a rendere in gesti goffi e innaturali messaggi non del tutto comprensibili in partenza, e istruzioni fondate su luoghi comuni e lo sfruttamento di icone-prostitute.

Particolarmente efficaci, oltre alle inquadrature frontali, ‘a specchio’, sui personaggi, quelle a mezzo busto che vanno però a tagliare quasi il collo agli attori e in cui i protagonisti sembrano affiorare e quasi arrampicarsi sul bordo del fotogramma, quasi a ritagliarsi uno spazio rappresentativo non del tutto scontato, di contro a sfondi che tendono continuamente ad annullarli.

Charlotte, in particolare, è accompagnata spesso dallo sguardo della camera in controluce sulla skyline di Tokyo. Tra lei e la distesa brulicante di cemento e formiche umane, un vetro spesso, sicuramente anti-riflesso, anti-calore, anti-rumore, anti-comunicazione. I luoghi chiusi del resto proteggono i protagonisti in una gabbia dorata, la ‘prigione’ da cui Bob vuole evadere, quella della propria solitudine.

Di fronte a questo tappeto di loghi, insegne, palazzi, finestre, semafori e strisce pedonali, il sentimento non è più certo quello del sublime romantico. Non c’è né orrore né attrazione, il nostro essendo invece un soggetto anestetizzato ormai dall’interiorizzazione degli shock conoscitivi della sua esperienza quotidiana.

Un soggetto alla ricerca, nel caso di Bob, ormai di un ‘vivi nascosto’ appena increspato in superficie dagli ultimi sussulti del dubbio una volta coltivato; nel caso di Charlotte, molto più giovane ed inesperta, della realizzazione di un agire comunicativo, seppur declinato in forma minimalista, a cui la regista affida le sue speranze. Charlotte, che non a caso ha una laurea in filosofia, da buona analitica non sa ancora cosa farà nella vita, non sa come definirsi. Eppure, come dice Bob, non ci preoccupiamo per lei. Abbiamo idea che la sua saggezza la salverà.

Sergio Scavio

(Pubblicato sul n°23 della versione cartacea del marzo 2004)

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