Le cinquine 2015 di Cinequanon

Anche quest’anno ci siamo divertiti a selezionare le nostre parziali cinquine. Ma se il lettore volesse aggiungere le proprie, avallare o contestare quelle che seguono, non deve fare altro che pubblicare le proprie opinioni in merito sulla nostra pagina facebook.

Matteo Angaroni

caligariNon essere cattivo di Claudio Caligari. Perché “al raffinato e al sottoproletario spetta la stesa ordinazione gerarchica dei sentimenti: entrambi fuori dalla storia, in un mondo che non ha altri varchi che verso il sesso e il cuore, altra profondità che nei sensi. Dove la gioia è gioia, il dolore dolore” (Pier Paolo Pasollini, La ricchezza).
Corn Island di George Ovashvili. Sei vuoi sapere cos’è il cinema ma hai solo un paio d’ore e Bazin magari un’altra volta.
Hungry hearts di Saverio Costanzo. Di come possiamo andare alla deriva, delle volte. Inspiegabilmete e fino in fondo.
Dheepan di Jacques Audiard. La prossima vota che incontri uno di quei ragazzi sorridenti e gentili, pieni di rose e accendini e cerchietti che si illuminano, ricordati soprattutto di una cosa: non farli incazzare. Mai.
Mad Max – Fury Road di George Miller. Mettiti comodo e goditela.
Menzione speciale: Star Wars – Episodio VII di J.J. Abrams. La forza è tornata e scorre in tutta la galassia! (e poi ci sono Han Solo e Chube sul Millennium Falcon, cosa vuoi di più?).

NO grazie
Youth di Paolo Sorrentino. Quando fai un film così, mandare tutto in vacca è un attimo. Poi magari all’EFA fanno finta di niente, ma quella è un’altra storia.

Claudio Casazza

Mad Max – Fury Road di George Miller. Reinventa il genere con lirismo e divertimento totale.
Il figlio di Saul di László Nemes. Forse il film più sbalordente e innovativo degli ultimi tempi.
Citizenfour di Laura Poitras e L’eau argentee di Ossama Mohammed. Oltre a raccontare come nessuno il mondo contemporaneo sono due enormi esempi di come il documentario sia più cinema della finzione.
Inside Out di Pete Docter. La pixar è sempre la pixar e… oltre a piangere con i loro film che si può fare?
Non essere cattivo di Claudio Caligari. Con Caligari c’è la vita, il respiro che proviene dallo schermo. Ed è quello che dovrebbe fare sempre il cinema.

NO grazie
L’attesa di Messina. L’esordio più vecchio degli ultimi cinquant’anni.

Monica Cristini

Leviathan di Andrei Zvyagintsev. Un ritratto impietoso, severo e sottile di quelle logiche di potere capaci di rubare all’uomo anche il suo stesso Dio.
Un piccione seduto su un ramo riflette sul senso dell’esistenza di Roy Andersson. Un affresco di malinconica poesia, sulle piccole insensatezze e sulle piccole brutture quotidiane, sulla vita, sulla morte, sulla vanità di ogni cosa.
Whiplash di Damien Chazelle. n film sui grandi maestri e sull’importanza di saperli seguire.
La legge del mercato di Stéphane Brizé. Uno scorcio pulito e crudo su una realtà fin troppo vicina.
Operazione U.N.C.L.E. di Guy Ritchie. Un pezzo di puro virtuosismo: divertente, agile, acuto, ritmato, intrigante.

NO grazie
Io e lei di Maria Sole Tognazzi. Uno sguardo grottesco, una manata un po’ volgare su un tema quanto mai delicato che avrebbe meritato di meglio.

Nicola Falcinella

L’altra Heimat – Die Andere Heimat di Edgar Reitz.
Inherent Vice - Vizio di forma di Paul Thomas Anderson.
Francofonia di Alexandr Sokurov.
National Gallery di Frederick Wiseman.
Il racconto dei racconti di Matteo Garrone.

NO grazie
The Lobster di Yorgos Lanthimos e I sogni del lago salato di Andrea Segre.

Manuel Farina

Mustang di Deniz Gamze Ergüven. Il gioco di specchi trasforma l’angoscia della costrizione in un nuovo “Io” cui tendere per spingersi oltre la cruda realtà.
Mad Max – Fury Road di George Miller. Finalmente un remake capace di dare lustro al soggetto originale, senza aderirvi in toto e senza distanziarvisi eccessivamente.
Inside Out di Pete Docter. La complessità dei processi cognitivi si convertono in narrazione dando origine alla coscienza.
The Lobster di Yorgos Lanthimos. Quando il grottesco svela l’ipocrisia tanto di una società fondata sulla vuota ritualità, quanto del sedicente spirito “alternativo”, che il più delle volte nasconde un conformismo ben peggiore.
The fighters – Addestramento di vita di Thomas Cailley. Una profonda esperienza iniziatica prende forma nella banalità di un amore adolescenziale di provincia.

NO grazie
Star Wars – Episodio VII di J.J. Abrams. Adesso è davvero ora di dire basta alle saghe, ai prodotti privi di vitalità e fantasia, il cui scopo è solo quello di creare aspettative che spezzano i cuori dei quei ragazzini ingenui che fummo noi quarantenni mai cresciuti completamente.

Massimo Lazzaroni

Mad Max – Fury Road di George Miller. Un Ombre rosse all’estrogeno, dove il deserto non è percorso da una carovana ma da un blindocisterna. Capolavoro.
Non esser cattivo di Claudio Caligari. Descrive la borgata senza mai risultare retorico o scadere nel facile racconto criminale.
Corn Island di George Ovashvili. Piccolo ma potente gioiellino cinematografico lungo un fiume tra Georgia e Abcasia.
Babadook di Jennifer Kent. Dall’Australia uno horror psicologico ottimamente recitato, capace di costruire tensione e paura senza facili espedienti sonori e visivi.
pianeti polverosi e caccia imperialiStar Wars – Episodio VII di J.J. Abrams. Bastava poco a farlo finire nella cinquina, ma Abrams ci ha regalato qualcosina di più.

NO grazie
Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio. Due racconti distinti attaccati con lo scotch, il secondo rappresenta il punto più basso del cinema di Bellocchio. Film tristemente infarcito di pippozzi femministi e letture sociologiche di un’imbarazzante banalità.

Alessandro Leone

cornCorn Island di George Ovashvili. Primavera, estate, autunno, inverno e… ancora primavera, nonostante l’uomo.
La Isla Minima di Alberto Rodrìguez. Sembra la storia di una caccia al serial killer e invece ti ritrovi nei labirinti infernali della Storia recente.
Foxcatcher di Bennett Miller. Sembra una storia sportiva di gloria e fango e invece ti ritrovi nei labirinti mentali di un miliardario in fase anale aggrappato alla bandiera americana.
El Club di Pablo Larrain. Perché doveva uscire a novembre, ma gli scandali Vatileaks hanno suggerito un sereno rinvio. A pensar male…
O Menino e o Mundo di Alê Abreu. Perché seppur in ritardo di due anni è arrivato nelle sale italiane. Pura poesia.

NO grazie
Chiamatemi Francesco di Daniele Luchetti. Non per il film in sé, ma perché ho la sensazione che questo film abbia reso impossibile la compresenza in sala di El Club. a pensar male…

Vera Mandusich

Mustang di Deniz Gamze Ergüven. Un esordio folgorante.
Inside Out di Pete Docter. Finalmente una rappresentazione confortante del cervello umano.
Sicario di Denis Villeneuve. Discesa agli inferi.
Wolfpack di Crystal Moselle. Il cinema in una stanza.
The Tribe di Myroslav Slaboshpytskiy. Senza parole.

NO grazie
007 Spectre di di Sam Mendes. Adesso vai a far meglio di di Casino Royale e Skyfall!

Marco Marchetti

A Blast di Syllas Tzoumerkas. Atene che brucia. L’Europa che brucia. Il mondo che brucia.
Mad Max – Fury Road di George Miller. Il Dies Irae. Il Vahalla. Il Caos.
Foxcatcher di Bennett Miller. Lo sport. Il potere. La sopraffazione.
Run All Nighdi Jaume Collet-Serra. Le colpe dei padri, le colpe dei figli.
Suburra di Stefano Sollima. Un romanzo italiano.

NO grazie
Taxi Teheran di Jafar Panahi. Retorica e primi piani. Retorica in primo piano.

Samuele Perrotta

EX-Machina di Alex Garland. Ritorno ad una fantascienza seria e ragionata che si fonde col thriller psicologico. Un risultato di cui anche il maestro Kubrick sarebbe orgoglioso.
Il racconto dei racconti di Matteo Garrone. Un’esplorazione di genere anomala nel panorama del cinema italiano. Garrone con coraggio riesuma Basile e prova efficacemente a rianimare il bambino assopito nello spettatore, sfruttando le location e luoghi d’arte che da sempre la nostra bella Italia ci regala.
Giovani si diventa di Noah Baumbach. Scrittura e messa in scena di una commedia sprizzante, riflessiva e originale. Un Woody Allen 2.0?
Non essere cattivo di Claudio Caligari. Un’opera sentita e passionale per un autore che aveva ancora molto da dire e da donare al cinema italiano.
Mad Max – Fury Road di George Miller. Una buona dose di novità e qualità nel sempre più monotono e scontato genere action/post-apocalittico.

NO grazie
Ritorno alla vita di Wim Wenders. Accanto agli ultimi successi riscossi nell’ambito documentaristico, si nasconde un Wim Wenders che ha perso il dono della storia. Spero possa ritrovare l’Ispirazione e riacquisire la delicata arte del sapersi esprimere.

Giulia Peruzzotti

Mustang di Deniz Gamze Ergüven. Cinque donne, declinazioni di libertà e di devozione. Le cinque evidenze della nuova sensualità turca.
Taxi Teheran di Jafar Panahi. Un taxi poco pratico delle strade di Teheran, che attraversa la città e le sue contraddizioni. La voce soffocata di un artista limitato dalla censura, che si limita a sorridere di fronte all’evidenza delle sue “occasioni” narrative. Titoli di coda privi di titoli.
Me and Earl and the Dying Girl di Alfonso Gomez-Rejon. Cinefilia digerita, rielaborata al servizio delle storie comuni. Quel pizzico di Sundance che non deve mai mancare nella cinquina.
Whiplash di Damien Chazelle. La spietatezza al servizio del talento, il talento al servizio della narrazione. Ritmi frustranti, rullate e piatti cornstressati per comprendere il limite della volontà umana.
Mustang_2Youth di Paolo Sorrentino. Perché sì, ne abbiamo parlato, e riparlato. L’abbiamo analizzato, e criticato. E proviamo piacere nel soffocare un talento che si nota, che inevitabilmente scrive una nuova pagina del cinema italiano.

NO grazie
Star Wars di J.J. Abrams. Un successo basato esclusivamente sul marketing – sebbene il risultato tecnico sia ottimo. Un no in difesa di tutto il resto del cinema mai scoperto.

Giulio Rossini

Deephan di Jacques Audiard. E’ il migliore di Audiard? Non è il migliore? è un ottimo film

The lobster di Yorgos Lanthimos. Originalità, fine ironia, sottile violenza, malinconia, in fusione perfetta

Miss Julie di Liv Ullmann. La forza selvaggia della seduzione in un film avvolgente

Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Contro i soprusi e le oppressioni

This changes everything di Avi Lewis. Dal libro di Klein, verità di cui abbiamo bisogno

NO grazie

Tutti pazzi in casa mia di Patrice Leconte. Una vera delusione!

 

Mattia Serrago

Run All Night di Jaume Collet-Serra. É un riuscitissimo esperimento di fusione tra la rappresentazione del sentimentalismo familiare e l’action americano. Un prodotto che sa alternare profondi spunti di riflessione a una narrazione dinamica e avvincente.
L’ultimo lupo di Jean-Jacques Annoud. Una piccola perla. Una splendida riproposizione del romantico concetto di “sublime” che, dall’ambito pittorico, sembra reincarnarsi in una fotografia sbalorditiva e capace di ritrarre a pieno l’indomabile mondo naturale.
Still Alice di Richard Glatzer e Wash Westmoreland. Un colpo al cuore. Una storia d’amore e di speranza che strugge e rianima, nella sua disperazione, la voglia di combattere per una normalità che, purtroppo, spesso non consideriamo preziosa.
Whilplash di Damien Chazelle. Una pellicola che rimanda al concetto di leggenda, all’immortalità di un talento e alla forza del potere creativo nella sua forma più grezza e plasmabile. Un prodotto sinceramente bello, vero e onesto.
In the Heart of the Sea di Ron Howard. Un romanzato e bellissimo ammonimento alla presuntuosa convinzione umana che quanto sia in questo mondo sia di nostro possesso per diritto naturale.

NO grazie
Fantastic Four di Josh Trank. Un reboot che giustifica con la riscrittura degli eventi una massiccia mancanza d’idee in casa Marvel, una penosa riorganizzazione della storyline del fumetto e un’ancor più tragica demolizione dei fondamenti base e intoccabili dei protagonisti. Un disastro su tutta la linea.

Infine…
dove mettiamo The Walk, 45 anni, La bugia bianca, Corpi, Un mondo fragile, American Sniper, e altri film che abbiamo amato? L’anno prossimo una sestina!

@redazione

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