Lettera a Filmstudio 90 di Mauro Gervasini, direttore di FilmTv

L’interesse culturale

Con la possibilità di utilizzo della Sala Montanari, e l’annuncio di una attività “on the road”, quindi dislocata in altre zone di Varese, Filmstudio 90 può ricominciare a programmare rassegne e a proiettare film, nonostante i limiti tecnici di luoghi diversi da quello “naturale” di via De Cristoforis. Una soluzione benvenuta, certo, ma parziale, perché non vengono meno la pendenza giudiziaria e lo scenario grottesco, data la sproporzione tra le presunte irregolarità riscontrate dalla polizia locale nella struttura e i provvedimenti conseguenti (sequestro giudiziario e chiusura della sala, denunce penali per il responsabile legale e la proprietà). Quel che sta accadendo a Filmstudio90 è emblematico, però, di una costante difficoltà delle associazioni cinematografiche in Italia. Nonostante la liberalizzazione delle licenze di esercizio cinematografico volute negli anni 90 dall’allora ministro della cultura Veltroni, l’associazionismo resta vulnerabile, suscettibile di interpretazioni circa le reali modalità d’uso delle sale. Voglio dire: se a fronte di un’attività ventennale basta non specificare su qualche manifesto pubblicitario che “l’ingresso è riservato ai soci”, o specificarlo in modo inappropriato, per far sospettare una “finalità commerciale”, vuol dire che siamo lontani dall’avere paletti normativi certi, e le tutele del caso. Anni fa uno storico cineclub italiano, l’Arsenale di Pisa, intraprese la via giudiziaria per vedere riconosciuto il proprio diritto all’attività cinematografica associazionistica, con caratteristiche simili, se non uguali, a quelle di Filmstudio 90. La causa fu patrocinata da Tina Lagostena Bassi, che alla fine vinse. Sembra un precedente passato invano, se oggi bastano incertezze di carattere burocratico per mettere a rischio una realtà consolidata. Il legislatore dovrebbe invece pensare a un quadro normativo certo, semplice (questa magari è un’utopia…) definitivo e specifico, all’interno del quale l’associazione cinematografica possa lavorare con continuità e tranquillità. Intendiamo il termine “specifico” alla lettera: non basta il richiamo alle regole alle quali si sottopongono le generiche sale associative il cui ingresso è riservato ai soci, ma occorre circoscrivere diritti, doveri, esigenze tecniche e di sicurezza delle associazioni che espressamente si occupano di attività cinematografiche, per far venire meno qualunque ambiguità o interpretazione arbitraria circa il loro funzionamento. Oggi un disegno di legge sul cinema, atteso da anni, sta per cominciare il suo (speriamo non vano, e non lunghissimo) iter parlamentare. Il DDL governativo per la Legge sul cinema approvato lo scorso 28 gennaio prevede «il riconoscimento della dichiarazione di interesse culturale per le sale cinematografiche» e non più soltanto per le opere. Speriamo che l’“interesse culturale” di una sala che da oltre 20 anni proietta una determinata tipologia di film sia presto riconosciuto anche per… legge.

Mauro Gervasini

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