L’isola dei cani di Anderson

isle_dogsTorna Wes Anderson al suo amore per il cinema di animazione a passo uno. Ancora una volta una storia che mette gli uni contro gli altri animali e uomini. Se nel precedente Fantastic Mr. Fox alla base c’era una breve novella di Roald Dahl, questa volta soggetto e sceneggiatura sono originali. Siamo nel 2037, arcipelago giapponese, prefettura di Megasaki. Una misteriosa influenza canina ha colpito i migliori amici dell’uomo. Il sindaco decide così di confinare i cani in un’isola poco lontana, un grande immondezzaio in cui gli animali sopravvivono a stento. Atari, dodicenne orfano pronipote del sindaco, partito per l’isola a bordo di un piccolo aeroplano alla ricerca del suo cane Spots, atterra in emergenza a causa di un’avaria. Un gruppo di cinque meticci aiuta il ragazzino nella ricerca, mentre a Megasaki il sindaco deve fronteggiare l’opposizione di uno scienziato, che ha trovato l’antidoto contro l’epidemia, e di un manipolo di studenti capitanati da un’agguerrita studentessa americana.

isoladeicaniSi potrebbe partire dalla semplice sinossi per farsi l’idea di un film politico, l’ennesima metafora sui nuovi confini, sui muri che fermano (o dovrebbero) gli indesiderati, sulla divisione forzata delle genti; addirittura sulla scientificità delle persecuzioni e delle epurazioni di massa. Ma Anderson non è un regista politico, e se critica sociale c’è, nei suoi film arriva sempre in seconda battuta, mettendo alla berlina vizi, idiosincrasie, psicosi degli americani, senza rinunciare all’umorismo e amando sempre i suoi personaggi stralunati. Anche i villain. Anderson per evitare facili metafore sposta la narrazione in Giappone in perfetta coerenza con la sua filmografia, basti pensare a Budapest, al Darjeeling, agli abissi oceanici, viaggi verso immaginari lontani, forte della sua tavolozza cromatica, del suo progetto linguistico, del suo personalissimo approccio affabulatorio fatto di stravaganze, di flashback annunciati, di camera look e io-narranti che si appropriano improvvisamente della storia. Ma forse, a guardare i suoi film, in lisola_dei_caniokGiappone Anderson prima o poi doveva arrivarci. Architetto (e geometra) dell’inquadratura, Anderson costruisce i suoi interni su assi perpendicolari come faceva Yasujirō Ozu, creando scatole su misura degli attori (veri o di plastilina non fa differenza), creando coincidenze tra azione/interazione spazio-personaggi: i Tenenbaum/la casa dei Tenenbaum, Steve Zissou e ciurma/il sommergibile, Mr Fox/il sottosuolo, Suzy e Sam/la casa di Suzy, il bosco e la spiaggia in Moonrise Kingdom, ovviamente il Grand Budapest Hotel e i suoi ospiti. Ozu/Anderson, suggestivo ma non forzato, a parere di chi scrive, nonostante l’eccentricità a volte un po’ snob del regista americano. Poi c’è Kurosawa, a cui L’isola dei cani guarda con rispetto e reverenza. L’epica nipponica rivisitata da eroi (o antieroi) tragici e comici sembra un punto di riferimento nella fantasia andersoniana.
Chiaramente animare una favola in Giappone non può non tener conto della cultura iconica che vede in Hokusai il principe e nelle anime le derive pop. Le splendide stampe del maestro si popolano umoristicamente di cani, ma fanno anche da sfondo agli interni “imperiali” del sindaco di Megasaki in contrapposizione con lo squallore dell’isola/discarica che sembra non aver trattenuto nulla della meraviglia cromatica degli inchiostri splendidi di Hokusai, parente semmai delle montagne puzzolenti di Wall-E. L’avventura di Atari (sì, proprio come la casa produttrice di videogiochi), piccolo uomo contro cani robot, rinverdisce le avventure di tanti giovanissimi eroi pavidi dei seriali nipponici. Per forzare la distopia ci vuole un ragazzino e un manipolo di animali antropomorfi che sanno amare (non solo il padrone di turno) e che parlano inglese, e non perché siano americani, ma perché sono cittadini del mondo.

Atari si fa paladino dei giusti più che per difendere un ideale (come la studentessa americana, che pare un scheggia sparata dalla storia delle proteste americane tra i ’60 e i ’70), per reclamare il suo unico compagno di vita, il cane Spots. Non si pone più il problema dei legami familiari, del conflitto intergenerazionale che alimentava il plot di altre pellicole del regista. Ancor più che in Fantastic Mr. Fox la contrapposizione è tra uomo e natura, dove gli uni e gli altri sembrano dover fare i conti con istinti e pulsioni, per gli uomini diremmo: bassezze.

Vera Mandusich

L’isola dei cani

Sceneggiatura e regia: Wes Anderson. Fotografia: Tristan Oliver. Montaggio: Edward Bursch, Ralph Foster, Andrew Weisblum. Musiche: Alexandre Desplat. Origine: Usa, 2018. Durata: 101′.

Commenti

commenti