Lo chiamavano Jeeg Robot

Corri ragazzo laggiù
vola tra lampi di blu
corri in aiuto di tutta la gente
dell’umanita’.
Corri e va, per la terra,
vola e va, tra le stelle,
tu che puoi diventare Jeeg.

Enzo Ceccotti, un disperato di borgata, dopo esser entrato in contatto con una sostanza radioattiva scopre di aver acquisito una forza sovrumana che utilizza inizialmente per continuare la sua carriera di ladruncolo. Sarà l’incontro con Alessia, svitata vicina di casa cresciuta con il mito di Jeeg robot d’acciaio, a ridare senso e queste nuove abilità.
Un esordio cinematografico quello di Gabriele Mainetti che non stupisce chi ha già visto i suoi premiati cortometraggi dove cinema di genere, drammi di periferia e manga si intrecciano: in Basette Valerio Mastandrea fa il verso a Lupin III, mentre in Tiger Boy un bambino trova la forza di affrontare il suo nemico dopo aver visto lottare sul ring il wrestler “Uomo tigre”.

jeegLo chiamavano Jeeg Robot mescola sapientemente gli elementi già presenti in questi corti: una robusta e lineare sceneggiatura di Guaglianone e Menotti, un immaginario comune a tanti quarantenni cresciuti a pane , nutella e robot, un gruppo di attori assolutamente in parte, una contestualizzazione popolare efficace. Siamo infatti a Tor Bella Monaca, dove i grigi palazzoni che sprofondano nella campagna romana possono rimandare al cinema di Pasolini o all’Ostia di Caligari. Ma il vero riferimento di Mainetti paiono piuttosto essere i Manetti bros, artigiani italiani che hanno rianimato un cinema di genere italiano dato per disperso. Senza i loro L’arrivo di Wang e Song’e Napule forse non sarebbe potuto esistere un azzardo produttivo come Lo chiamavano Jeeg Robot. Se i fratelli romani hanno riportato in auge fantascienza e polizziottesco dati ormai per sepolti, Mainetti esplora un genere raramente toccato prima in Italia (se escludiamo il malriuscito Il ragazzo invisibile di Salvatores): il superhero movie.
Lo fa costruendo una grande fiaba classica con un eroe che necessita di una principessa, la vicina di casa Alessia, sorprendentemente interpretata dall’esordiente Ilenia Pastorelli, per ricollocare il suo potere in una narrazione accettabile, fornendo un racconto che renda sensato quanto sta accadendo. Solo accettando il suo esser anche Hiroschi il nostro Enzo potrà scagliarsi contro il regno delle tenebre della regina Himica e del ministro Amaso. Il ragazzotto di periferia dovrà affondare una seconda volta, nel dolore della perdita e nel fetido Tevere, per riemergere eroe animato dall’obbligo morale di mettere i suoi superpoteri al servizio della tanto disprezzata “gente”. A far da contraltare a Santamaria, dando vigore al film con un’interpretazione sopra le righe da vero caratterista, è un magico Luca Martinelli, italico joker che irrompe nel film cantando Un’emozione da poco di Anna Oxa. Grazie alla superba prova di questi tre attori il film riesce ad avere la necessaria fluidità per scartare costantemente dall’action movie al dramma romantico, dal fumettone alla black commedy restando integro, ironico ma non eccessivamente cazzaro.

Non stiamo parlando di un capolavoro assoluto ma di un’opera prima che ci regala un briciolo di speranza, un miracolo produttivo da contrapporre ai tanti sopravvalutati “esordi autoriali” del cinema italiano che ancora imperversano nei festival. Andare a vedere Lo chiamavano Jeeg robot significa affermare con forza “un altro cinema in Italia è possibile”, un cinema che sappia correre sulla terra e volare tra le stelle.

 Massimo Lazzaroni

Lo chiamavano Jeeg Robot

Regia: Gabriele Mainetti. Sceneggiatura: Nicola Guaglianone. Fotografia: Michele D’attanasio. Montaggio: Andrea Magulo. Interpreti: Claudio Santamaria, Luca Marinelli, Ilenia Pastorelli, Stefano Ambrogi, Maurizio Tesei. Origine: Italia, 2015. Durata: 112′.

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