Il Pardo alla Varda

È la curiosità il tratto principale del carattere e della poetica di Agnès Varda. Una cineasta cui sono state assegnate molte etichette, “nonna della nouvelle vague” è solo la più nota, e che nei giorni scorsi ha ricevuto il Pardo d’Onore Swisscom dal Festival di Locarno. È Agnes-Vardala seconda volta in 26 anni che il prestigioso riconoscimento alla carriera va a una regista, la prima fu l’ucraina Kira Muratova nel 1994. Il premio locarnese arriva doveroso per una cineasta che è stata apripista in molti ambiti, ha anticipato stili, tematiche e tecniche. Di origini greche e francesi, nata a Bruxelles nel 1928, parigina da sempre, è una donna minuta, indomabile e creativa. Una donna che ha iniziato come fotografa, per cimentarsi con il cinema già negli anni 50, affermandosi con tenacia tra i grandi registi. Anticipò la nouvelle vague con un film indipendente e libero come La Pointe Courte realizzato nel 1954, cogliendo in seguito (e fino ad oggi) il mutamento dei tempi con largo anticipo: il cinema come arte, il cinema in coincidenza con la vita, poi le opportunità del digitale come strumento per raccontare in modo diverso e originale. L’ultimo lungometraggio, Les plages d’Agnès del 2008, è un’autobiografia filmata (scritta, l’aveva già pubblicata nel 1994) a carte scoperte, nella quale si racconta senza censure o quasi. Là, per la prima volta, rivela pubblicamente la malattia, l’Aids, che portò alla morte il marito Jacques Demy, scomparso nell’ottobre 1990 quando ella aveva appena terminato le riprese di Garage Demy – Jacquot de Nantes, primo di tre film dedicati all’amato (gli altri sono Les demoiselles ont eu 25 ans del 1993 e L’univers de Jacques Demy del ’95).
La produzione di Agnès Varda è vasta, variegata e sfuggente alle definizioni, è passata dalla fiction al documentario, dal cortometraggio al lungometraggio, dai lavori di ispirazione letteraria a quelli che non possono fare a meno dell’immersione nella realtà. Varda, che debuttò come fotografa a fine anni ’40 al neonato Festival di teatro di Avignone, diventando celebre per i ritratti del divo Gérard Philipe, è sempre stata curiosa, rigorosamente in avanscoperta. In Cina a fine anni ’50, nella Cuba post-rivoluzionaria cleo dalle 5 alle7(Salut les Cubains è uno dei suoi corti più curiosi), negli Usa delle battaglie per i diritti civili, delle libertà e delle Black Panthers, poi il femminismo, l’arte di strada e così via.
A Locarno sono proposti sette lungometraggi, dal suo più celebre, Cleo dalle 5 alle 7 del ’61, a Les plages d’Agnès del 2008, proiettato la sera del 10 in Piazza Grande in occasione della consegna del premio. Ancora saranno proposti il cortometraggio Uncle Yanco (1967) e i cinque episodi della serie Agnès de ci de là Varda (2011), a oggi il suo ultimo lavoro. Un’opera difficile da classificare che parla di viaggi tra festival, incontri, ricordi, sempre tra pubblico e privato, la cifra della sua produzione, in particolare quella più recente. La formula è debitrice de Les plages: accostamenti arditi, calembour, fotografie, riprese video, opere del passato e del presente, dissertazioni pittoriche su Danae e sull’Annunciazione. Tra i momenti significativi, il sorprendente e divertente incontro schermistico con il grande portoghese Manoel de Oliveira, al tempo già ultracentenario (ne ha fatti 105 a dicembre) e con un lontano passato da atleta e da schermidore. O ancora la chiacchierata con il regista messicano Carlos Reygadas con il quale parla del film Japon o con Alexander Sokurov per guardare l’Hermitage e Arca russa.
Con sfacciataggine, intuito e un indubbio talento, Varda compensò l’inesperienza quando realizzò l’opera prima La Pointe Courte (dal Senza_tetto-ne_legge_1985nome del quartiere di pescatori di Sète che aveva conosciuto da sfollata durante il conflitto mondiale) che, pur con debiti verso il Neorealismo (anche se l’autrice ha più volte dichiarato di aver visto i film italiani solo a posteriori), anticipava quel che sarebbe venuto qualche anno più tardi. Mettendo insieme William Faulkner e Piero della Francesca, facendo debuttare sullo schermo Philippe Noiret e con il montaggio di Alain Resnais, girò un film allora non del tutto compreso se non dal grande André Bazin e pochi altri.
Cleo dalle 5 alle 7 resta, insieme a Senza tetto né legge, Leone d’oro a Venezia nel 1985, il suo lavoro più noto. La storia di una giovane cantante, filmata quasi in tempo reale, mentre si muove per Parigi attendendo i risultati di un esame medico, è pura nouvelle vague, anche se la regista visse quel movimento un po’ dall’esterno. Alcuni elementi a suffragare la tesi: la protagonista che va a vedere al cinema un cortometraggio con Anna Karina e Jean-Luc Godard (a definire i punti di riferimento); l’apparizione del compositore Michel Legrand nel ruolo del pianista, a confermare la vicinanza anche poetica con Demy, del quale il musicista fu fido collaboratore; o ancora la passeggiata di Cleo con un giovane soldato in partenza per l’Algeria, con cui condivide l’attesa, a dimostrare un’attenzione sempre vigile dell’autrice per ciò che accade intorno a lei e nel mondo.
La Mona (una Sandrine Bonnaire giovanissima) protagonista di Senza tetto né legge, vent’anni dopo Cleo, è invece il prototipo delle ragazze libere, rabbiose e indipendenti (una per tutte la Rosetta dei fratelli Dardenne) del cinema là da venire. La giovane fa una brutta fine e il film investiga, nel racconto di chi l’ha incontrata, l’ultimo periodo della sua vita.
Quasi un instant movie sulla libertà e la fama, e con al centro lo smarrimento per l’uccisione di Bob Kennedy, è Lions Love (… and Lies), girato nel ’69 a Los Angeles, mentre Varda accompagnava Demy in trasferta americana. Un altro film poco considerato che varda e le patateLocarno ripropone, proprio nelle settimane in cui nelle sale francesi vengono riproposti i suoi film del periodo americano. Poco considerato è anche Les créatures, ambizioso thriller psicologico ambientato sull’isola di Noirmoutier e non del tutto riuscito. Michel Piccoli è uno scrittore che immagina storie sugli isolani, mentre Catherine Deneuve è la moglie muta in attesa di un figlio.
Nell’omaggio locarnese figura un altro lavoro fondamentale, il documentario Le glaneurs et la glaneuse, in questo caso quasi un auto-ritratto. Varda si rivede negli spigolatori che vanno a recuperare il grano rimasto sul campo dopo il raccolto o le patate scartate. La regista si identifica in chi recupera prodotti apparentemente di poco valore. E nel filmare i poveri che frugano tra i resti di verdura e frutta dei mercati coglie nuovi e vecchi bisogni che si ripresentano nella società. E il tocco ironico e sentimentale fa capolino inaspettatamente, per esempio quando filma le patate a forma di cuore. Al tubero,  così popolare e così importante, Varda è legata anche dall’installazione Patautopia che portò alla Biennale di Venezia, cimentandosi con l’arte contemporanea, vestendosi con un costume “da patata” e rivelando l’ennesimo lato della sua creatività.

Nicola Falcinella

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