Lost River

lost locaOltreconfine: i film che non ci fanno vedere

Lost River

Regia e sceneggiatura: Ryan Gosling. Fotografia: Benoît Debie. Montaggio: Nico Leunen, Valdís Óskarsdóttir. Musica: Johnny Jewel. Interpreti: Christina Hendricks, Iain De Caestecker, Saoirse Ronan, Matt Smith, Barbara Steele, Eva Mendes, Ben Mendelsohn. Origine: USA, 2014. Durata: 95 min.

Ne hanno parlato tutti così male che passava la voglia di vederlo. Eppure Ryan Gosling non poteva aver diretto un film così brutto, non con l’esperienza maturata in tutti questi anni, non con quel cast stratosferico (tra cui una rediviva Barbara Steele) che tifava per lui. E infatti Lost River è una di quelle pellicole che meriterebbero d’essere sdoganate su suolo patrio, e che prima o poi qualcuno si deciderà a importare. Il titolo si riferisce a una cittadina americana dove tutto è lost, perduto, abbandonato, dimenticato all’oblio e alla negligenza: la crisi finanziaria ha messo in ginocchio un’intera comunità, costringendo i più disperati a trasferirsi altrove e i più tenaci a una sorta di impavida resistenza al degrado. Avete presente quelle belle costruzioni zuccherose uscite da un dipinto iperrealista di Ralph Goings o Edward Hopper? Bravi, soltanto che ne restano le vestigia arse dal fuoco, quartieri fantasma infestati di erbacce, cortili svuotati, palazzine incrostate di graffiti a bomboletta, il bosco che lentamente avanza con le sue bocche fameliche. Billie (Christina Hendricks) è una vedova con due figli dalla sua, un lavoro che non c’è e il mutuo da pagare a quel lestofante di Dave (Ben Mendelsohn). Suo figlio maggiore Bones (Iain De Caestecker) è un ragazzotto come tanti, niente sogni e tanta noia dalla sua. Siccome ha bisogno di soldi, trascorre le giornate a rubare il rame nei sobborghi disabitati del villaggio per rivenderlo a un’impresa di costruzioni. Purtroppo un giorno fa incazzare il perfido Bully (Matt Smith), un tizio con una giacchetta piena di lustrini e un’imponente Cadillac bianca, e tra i due scoppia la guerra.

lost1Lost River è un film strano, curioso, indefinibile. Nei suoi novanta minuti scarsi, riesce a condensare tutte le suggestioni, le fantasie, le visioni che il giovane regista ha saputo assorbire dai suoi mentori cinematografici. È come un grande affresco sotto la cui superficie si nascondono le stratificazioni di lavori precedenti, in un caleidoscopio magmatico dove niente è come sembra e non esistono confini tra realtà e immaginazione, realismo e superamento dello stesso. Si tratta insomma di una pellicola in divenire, che poteva durare cinque ore o cinque minuti ma il risultato sarebbe stato il medesimo. La lunghezza del metraggio era un ostacolo contingente, qualcosa entro cui ingabbiare l’opera per poterla presentare a Cannes, dove è stata accolta freddamente da un pubblico impreparato o comunque troppo frettoloso. Strano, perché Gosling fa le cose per bene, arrangia la sua sinfonia assemblando pezzi di film diversi, dalla dilatazione temporale di un Nicolas Winding Refn alle tortuose insinuazioni di David Lynch. Lost River non è però un film di giustapposizione, uno schermo su cui vengono lanciati gli stereotipi del cinema che fu come i colori sulla tela di un astrattista. È al contrario una pellicola ragionata, estremamente attenta alle particolarità, al dettaglio, e che costringe il fruitore a fare uno sforzo aggiuntivo di comprensione, a leggere tra le righe di una sceneggiatura ben congegnata per lasciarsi assuefare alle piccolezze. Non sono ammesse distrazioni, Gosling realizza un film poetico tutto giocato sugli scorci di paesaggi abbandonati, personaggi privi di futuro e intrappolati in un presente che non c’è, vittime di un passato senza storia o concretezza. Insomma, non è la macchina narrativa che interessa al nostro regista, ma il senso della memoria collettiva, quella di un posto di provincia, una sonnolenta cittadina ormai destinata a scomparire con la fine dei suoi disgraziati abitanti. C’è molto Terrence Malick qui dentro, molto crepuscolo degli ideali.lost 2
A Lost River nessun incontro può dirsi abbastanza strano. La vicina di casa di Bonnie si chiama Rat perché alleva un ratto come se fosse un animale domestico. Sua nonna è Barbara Steele, una vedova in nero con le sue gramaglie che trascorre l’esistenza ammaliata da vecchi filmini di famiglia in super 8. C’è persino spazio per un trucido locale sadomaso, dove un’irriconoscibile Eva Mendes tenta di resuscitare i fasti di un parigino Grand Guignol: donne accoltellate, facce scorticate a colpi di bisturi, strani macchinari per il soffocamento di giovani donne… Certo è tutto finto, studiato a tavolino, attentamente inscenato. I personaggi di questo film vagabondano alla ricerca di un’identità irrecuperabile, progettano di andarsene pur sapendo di essere legati a Lost River proprio come le ferite che si portano dentro. Tra un uomo a cui sono state estirpate le labbra, una negra pazzoide che arringa i passanti nell’anonimo parcheggio di una stazione di servizio, Bonnie e Rat capiscono che forse il senso di tutto questo degrado, di questo grande e vorace nulla, si nasconde sul fondo del lago, ammantato dalle alghe e dalla fanghiglia. Non c’è altro da fare, per sopravvivere alla solitudine, che affondare nel passato per decifrare gli enigmi del presente. Soprattutto quando non restano altro che polvere e ricordi dolorosi.

Marco Marchetti

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