Milano Film Festival 2012: sguardi incrociati 1

China Heavyweight al Milano Film Festival: 
il buongiorno non si vede dal mattino

Concorso lungometraggi, concorso cortometraggi, vetrina The OutsidersIncontri italiani, focus Colpe di stato, e fermiamoci perché gli eventi collaterali riempirebbero la pagina: si pesca al buio per entrare nel clima del festival.
Purtroppo, forse per nostra scarsa oculatezza nella scelta del primo film da vedere, non si può dire che l’impatto iniziale con la 17a edizione del Milano Film Festival sia stato dei migliori. L’accoglienza di una sala cinematografica semivuota non era di certo ciò che ci aspettavamo, ma avrebbe potuto essere un indizio significativo di ciò che ci attendeva, se avessimo saputo e voluto coglierlo. Con un po’ di testardaggine non abbiamo però voluto fidarci delle poco promettenti apparenze e abbiamo deciso di affrontare coraggiosamente la visione di China Heavyweight, seconda opera del regista emergente Yung Chang, in concorso per la sezione lungometraggi.

Ben 89’ minuti di film documentario, non troppo film, non abbastanza documentario, sulla storia di due giovani boxeur cinesi e del loro maestro, alle prese con le illusioni, le difficoltà e i sacrifici di una carriera agonistica. Indubbiamente non mancano elementi di interesse: uno scorcio nitido su una Cina ignota ai più, su una disciplina che riscuote un ampio successo nonostante la messa al bando trentennale da parte del regime comunista, una metafora di quello che lo stesso regista ha descritto come un vero e proprio «contrasto tra nazionalismo e individualismo». Ma forse queste poche note di interesse non sono che il frutto di un fascino esotico che tutto ciò che ci è ignoto esercita su di noi, specialmente se si tratta di un paese distante, complesso e in fin dei conti per noi poco comprensibile come la Cina. Tolto questo, resta ben poco: buona la fotografia, ma non eccezionale, scarsa la trama, un po’ troppo scontato il finale, eccessivamente lungo e monotono lo svolgimento. Il messaggio del regista emerge con ben poca convinzione e con fin troppe contraddizioni, l’occasione di riflessione è per lo meno confusa, divisa tra un invito alla perseveranza e la realtà del fallimento, tra un incoraggiamento a inseguire un sogno e la disillusione cocente dell’impossibilità di raggiungerlo. Forse l’esito è dovuto alla natura stessa del documentario, ma ciò non toglie che possa dirsi per lo meno poco felice. Se poi a tutto ciò si aggiunge, per noi poveri spettatori del Festival, l’audio in cinese con doppi sottotitoli in inglese e italiano, nonché alcuni problemi tecnici verificatisi nel corso della proiezione, di certo non potremo dirci soddisfatti.

da Milano, Monica Cristini

FOCUS ON
We are Legion: attivismo nell’anonimato

Giovedì 13 settembre il Milano Film Festival 2012 ha presentato per la sezione Colpe di stato  l’attesissimo We are legion: The Story of the Hacktivists di Brian Knappenberger, docufilm che per primo tenta di indagare quell’isola virtuale di attivisti informatici, affascinante e contraddittoria nel contempo, che si è indentificata a partire dal 2008 con il movimento di Anonymous e che spesso negli ultimissimi anni ha saputo attirare su di sé l’attenzione dei media internazionali.

Regista e scrittore ormai affermato, Knappenberger vanta collaborazioni prestigiose con National Geographic e Discovery Channel, nella sua vasta produzione da documentarista ha spaziato dalle tensioni derivate dalla guerra in Afghanistan ai cambiamenti climatici che stanno sconvolgendo il nostro pianeta. Pochi temi sanno però forse attrarre per la loro attualità e respingere per l’impossibilità di una loro interpretazione definitiva come quello scelto in occasione della sua ultima fatica. Del resto, si sa, è spesso proprio l’indecifrabilità di un fenomeno ad attirare, e Anonymous si rivela un movimento affascinante proprio per questo, come conferma la varietà impressionante di opinioni che è riuscito a suscitare. Da giovani capaci di scorgere in esso la speranza più viva di una concreta rivoluzione, a strenui difensori del funzionamento del “sistema” che vedono in esso l’ultimo pericolosissimo spettro di una libertà caotica che rischia di sfociare in anarchia, a opinionisti più equilibrati capaci di distinguere in esso l’impegno etico da alcune derive socialmente poco accettabili, per la sua intrinseca contraddittorietà Anonymous non lascia indifferenti. A tentare di offrire all’opinione pubblica un utile strumento di comprensione ci prova questo documentario, e lo fa scegliendo la strada più adeguata e difficile nello stesso tempo, tentando cioè di tenere unite le inevitabili contraddizioni immanenti a quel «prisma dalle molte facce» che è l’universo dell’hacktivism.

Con un intento quasi didattico che non risulta mai eccessivo, si comincia col tratteggiare il concetto stesso di hacktivism, nonché quelle che ormai sono le nozioni-base di questo mondo virtuale e che tuttavia risultano ancora ignote ai più. Con un ritmo che evita la noia e con un tono scanzonato connaturato all’argomento, il regista americano ripercorre quindi in modo esaustivo la storia di Anonymous dai suoi primordi nel 2003, al boicottaggio di Scientology che l’ha portato alla ribalta della cronaca mondiale, dalle azioni capaci di mandare in tilt i siti di Paypal e Mastercard, al sostegno offerto a Wikileaks, fino all’azione determinante nella Primavera araba e a Occupy Wall Street. L’esaustività e la precisione informativa del documentario non viene così mai messa in dubbio. Knappenberger va a caccia dei giovani hackers e ne consegna allo spettatore le voci. Ma la storia di Anonymous non è solo una sequenza delle azioni che lo hanno reso celebre, ma anche e soprattutto la continua evoluzione dello spirito che le ha animate. Veniamo allora a sapere che le origini del movimento si radicano in una sezione senza alcuna censura del sito 4chan, dove ognuno, sotto la protezione dell’anonimato, scrive commenti e carica foto che proprio nulla hanno a che fare con l’impegno civile. Dunque non ci sono origini gloriose per il movimento che tramite la rete saprà far tremare il mondo: i primordi di Anonymous, sui quali il lungometraggio giustamente insiste, confermano infatti piuttosto il fascino del disgusto e la voglia mai appagata di «cazzeggio» di un gruppo di nerd poco pensante e socialmente disagiato. Ma l’anonimato, anche nel più completo disimpegno sociale di questa comunità virtuale, diventa alla fine spirito di appartenenza, chiusura in se stesso del movimento, che in modo molto azzeccato viene allora definito «una massoneria con il senso dell’umorismo». E non solo: l’anonimato diventa la condivisione di interessi comuni, una socialità forse più reale di quella reale. In una parola: identità.

È proprio la descrizione di questa paradossale identità collettiva nell’anonimia il filo rosso che We are legion sa ben rappresentare. Dalle prime “trollate”, serie di messaggi irritanti o semplicemente insensati che mirano a disturbare la comunicazione di altri utenti della rete, l’anonimato diventa la forma rassicurante per scoprire opinioni comuni e progettare azioni collettive di disturbo nei confronti di uomini politici indesiderati o di sette religiose fortemente ostili al web. L’azione contro Scientology, oltre a dare notorietà al movimento, segna il passaggio dalla semplice azione virtuale alla prima manifestazione reale: è la consapevolezza raggiunta della realtà della virtualità. La maschera, o meglio il volto Guy Fawkes, reso popolare dal film V per Vendetta, diventa il simbolo di Anonymous, e un gruppo di ragazzi che sembrava capace soltanto di trovare conforto in una società virtuale, scopre in internet, nell’utopia della perenne libertà d’espressione offerta dalla tecnologia, l’impegno morale, la tutela dei diritti civili, la possibilità di far tremare il sistema socio-economico occidentale mettendo in discussione le sue leggi. Il documentario affronta così il tema delicato della disobbedienza civile, sempre però con leggerezza e umorismo. E non manca del resto neanche la lucida denuncia della presenza di settori “deviati” del movimento, hacker che continuano a fare propria la filosofia dell’ «attacco per l’attacco» e che anzi mal sopportano la piega etica assunta da Anonymous.

Dal punto di vista informativo nulla di essenziale manca quindi al lavoro di Knappenberger, così come pregevole è l’intento di narrare con leggerezza la complessa e ancora incompiuta evoluzione psicologica e morale dei sostenitori del movimento. Un buon lavoro, chiaramente rivolto ad un pubblico giovane e alle possibilità di cambiamento che ai giovani sembra oggi offrire il mondo del web. Un documentario dinamico nel suo sviluppo, fruibile e non per questo banale nel filo rosso che ne definisce lo sviluppo. Tutto bene allora, o quasi. Tutto funziona fino all’ultimo quarto d’ora, quando il regista perde più di una buona occasione per giungere alla naturale conclusione del film, ma dove soprattutto esce allo scoperto, dimentica la sua neutralità espositiva, e sbatte in faccia allo spettatore la sua opinione, finora efficacemente soltanto suggerita. La cultura sarà anche fatta per prendere posizione, ma c’è modo e modo per farlo, e soprattutto nel cinema spesso la propria opinione risulta più convincente se lasciata emergere di sbieco, piuttosto che esibita esplicitamente. Non è questa la scelta di We are legion, o almeno non è questo il risultato degli ultimi lunghissimi minuti del film, che ci sottopongono attivisti costretti a subire il martirio dei primi processi e sui quali si decide di calare un’aurea di eroismo poco coerente con lo sviluppo complessivo del documentario.

Un finale troppo “americano”, per un’opera comunque da vedere, perché parlare di Anonymous significa toccare l’attualità più stringente e – cosa ancor più importante – chiamare in causa un tema di sempre, un tema da affrontare e riaffrontare come quello della disobbedienza civile. È proprio una riflessione attenta sul significato che la disobbedienza civile detiene ancora nell’epoca della virtualità, ciò che ci sembra la chiave di volta per giungere ad un fondato giudizio sull’hacktivism, nonché la via interpretativa che del resto Knappenberger sembra indicarci quando, all’inizio del film, attraverso le parole di uno dei suoi intervistati ci ricorda una celebre frase di Bob Dylan: «Per vivere fuori dalla legge bisogna essere onesti».

 da Milano, Luca Scarafile

We Are Legion: The Story of the Hacktivists – Trailer

http://www.youtube.com/watch?v=gn9-80ObGA8

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