Milano Film Festival 2012: sguardi incrociati 3

Toată Lumea din Familia Noastră: una sorpresa

Toată Lumea din Familia Noastră, secondo lungometraggio del regista rumeno Radu Jude, rappresenta senza dubbio una delle migliori finestre su un cinema in evoluzione come quello rumeno, ma soprattutto una chiave d’accesso, dissacrante e impietosa nel contempo, alla natura di quei rapporti su cui si basa la nostra quotidianità.

Presentato a febbraio in anteprima al Festival di Berlino, Toată Lumea din Familia Noastră (Tutti nella nostra famiglia) è una delle occasioni da non lasciarsi sfuggire del Milano Film Festival 2012. Film rumeno, ambientato in Romania, che ci racconta di un giorno qualsiasi di una famiglia qualunque. Chi si aspetta il resoconto della povertà che affligge ancora l’Europa orientale, rimarrà deluso, perché a essere in gioco è qui proprio il modello occidentale di società, che ha preso ormai velocemente piede anche in Romania, con tutte le contraddizioni del caso.
Trama scarna e apparentemente poco interessante. Primo giorno di vacanza, la sveglia suona per Mariusz che sa bene che cosa oggi gli sarà finalmente concesso: vedere sua figlia, Sofia, di cinque anni. Sa bene anche cosa deve e vuole fare: renderla felice, portarla al mare. Si reca dai suoi anziani genitori, non li va a trovare da mesi, il padre non ha ancora accettato la sua separazione e una lite fa emergere le cose dette e non dette di sempre, ma Mariusz riesce infine nel suo intento: farsi prestare l’auto per andare a prendere Sofia. Giunto nella casa che ha pagato lui stesso con anni di lavoro, ad accoglierlo non ci sono né la moglie, fuoricasa, né la figlioletta, ancora a letto, ma la suocera e il nuovo compagno di sua moglie, con cui ha sempre saputo intrattenere rapporti civili. Tutto normale quindi, se non fosse che la situazione precipita in un vortice di incomprensioni, rimorsi e rimpianti, che il ritorno della mamma di Sofia non può che acuire e in cui scambi di battute affettuosi fanno spazio prima all’ironia, poi alla collera e quindi alla violenza. In realtà, nulla di veramente scabroso accadrà: Mariusz sta cercando l’amore di sua figlia e della sua ex-moglie, e allora una porta sbattuta sulla testa del nuovo fidanzato di questa, in fondo non è niente. Come giustificato è, tutto sommato, legare e ammutolire con del nastro adesivo la coppia che si è sostituita al suo matrimonio: Mariusz deve solo evitare che possano farsi sentire dalla polizia, così da non costringere un giudice ad impedirgli di vedere definitivamente la figlia.

Di certo non un film pesante: la tragedia fa posto alla commedia e, come ha notato uno dei selezionatori del Festival, questo lungometraggio si rivela innanzitutto «una sperimentazione tra generi». Senza trama forse o quasi, senza dubbio con una trama semplice come molti dei capolavori del cinema, ma questo accade anche perché vero protagonista del film è il linguaggio, luogo dove ricercare le contraddizioni di una vita “normale”, dove nello stesso tempo nascondere e tradire se stessi. Questa vita è appunto, in fondo, normale. Perché del resto viviamo in una società aperta e liberale, una società che di certo non deve più preoccuparsi di anteporre ai sentimenti, quelli veri, le vecchie e ipocrite regole del vivere in società, quelle di una coppia stabile e del ruolo ben definito dei genitori: una società in cui ognuno ha il diritto di essere felice. A seconda del punto di vista dei personaggi è allora normale che un padre veda quindici giorni all’anno sua figlia, che il nuovo compagno di una donna faccia da padre ad una figlia non sua, che a sua volta un padre abbia fatto fallire un matrimonio perché depresso per i propri insuccessi professionali, che a cinque anni una bambina assista a litigi violenti. Ma soprattutto è normale che questa bambina ascolti parole di rimprovero e di reciproca accusa, parole con cui ognuno nella sua famiglia si giustifica ribadendo il suo amore nei suoi confronti. La normalità si rivela così per quel che è, luogo in cui si nasconde la sofferenza più tremenda, quella che è difficile da cancellare perché appartiene a dei legami, come quelli familiari, a cui è impossibile dire basta.

Con sobrietà, ironia e sguardo disincantato, Radu Jude riesce quindi in uno dei compiti più difficili, quello di consegnare allo spettatore il ritratto lucido di rapporti che occupano la nostra quotidianità, di svelare quelle giustificazioni dietro cui nascondiamo a noi stessi le nostre colpe. Si accusano gli altri per dimenticare le proprie responsabilità. Si finisce per giustificare se stessi dietro lo schermo dei buoni sentimenti, di quei sentimenti che ognuno dei personaggi, e ognuno di noi, è sempre “sicurissimo” di provare. Ci si illude di aver trovato una normalità alternativa che è in grado di regalarci la serenità, ma l’imprevisto precipitare degli eventi in un giorno come tanti altri ci risveglia dal sonno in cui ci si preferiva rifugiare. E allora allo spettatore non rimane altro che ridere, ridere per non piangere. Già, perché il regista sa anche offrirci il sorriso, l’antidoto migliore per rendere sopportabile qualcosa che rischia di riguardarci troppo da vicino. A restare dopo la visione è tuttavia un’amarezza che è solo l’ultimo merito di un film pienamente riuscito, perché non è altro che l’invito più forte a guardare e ascoltare di nuovo, questa volta la nostra quotidianità. In fondo tra noi e i quei personaggi così biasimabili non c’è molta differenza: come suggerisce il titolo del film, siamo tutti nella stessa famiglia.
In concorso nella sezione Lungometraggi.

dal MFF, Luca Scarafile

Sezione The Outsiders

Scorrendo i film inseriti nella sezione The Outsider, che raccoglie pellicole non distribuite, poco viste, inedite, l’attenzione cade inevitabilmente su un film di Volker Schlöndorff. La mer à l’aube, ultima opera di un grande regista che ricordiamo per film indimenticabili come Il tamburo di latta, è la storia dell’esecuzione di un gruppo di prigionieri politici voluta da Hitler in risposta all’uccisione di un generale nazista. Si racconta delle riserve nutrite da parte del governo collaborazionista, delle contrattazioni per risparmiare almeno i più giovani, dell’intransigenza tedesca, ma anche del dramma dei prigionieri ingiustamente sacrificati, del loro dolore, e quindi della loro fierezza e del loro coraggio davanti alla morte. Indubbiamente un film interessante, che ci racconta una vicenda realmente accaduta e sconosciuta ai più, quella storia ai margini della storia che è sempre buona cosa andare a scovare, per sottrarre il meno possibile alla nostra memoria. Ben realizzato, di certo completo e rigoroso, al di là della vicenda in sé e dell’interesse strettamente storiografico, il film non sembra aggiungere niente di nuovo. È forse proprio per colpa del suo rigore che il dramma risulta ben poco drammatico, il distacco della narrazione non scava le vite dei suoi personaggi, e alla fine l’esito auspicabile di un coinvolgimento dello spettatore fallisce: restano la compassione e l’indignazione suscitate dalla storia in sé, ma nessuno riesce a soffrire con i protagonisti. In breve, potremmo dire, questo film senza carenze o difetti evidenti, composto ed esauriente, finisce col restare molto in superficie e ci fa quasi lo stesso effetto di un buon manuale di storia. Per essere l’ennesimo film sulle atrocità del nazismo, ma anche solo per essere opera di un regista come Schlöndorff, possiamo con certezza dire di aver visto di meglio.

dal MFF, Monica Cristini

Milano Film Festival 2012: sguardi incrociati 3, 8.9 out of 10 based on 11 ratings

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