Morto Stalin se ne fa un altro

morto-stalinMosca, 1953. Stalin è morto. Inizia la grande crisi di potere che porterà all’ascesa di Nikita Kruscev come Segretario del PCUS e alla cosiddetta “destalinizzazione”. I libri di storia questo ci raccontano: di Kruscev e della sua denuncia dei crimini staliniani, del famoso “rapporto segreto”, del XX congresso e così via. Ma prima, prima che Kruscev passasse alla storia come il “volto buono” dello stalinismo, prima che diventasse effettivamente il leader indiscusso dell’Unione Sovietica, che cosa accadde? Che cosa accadde quella prima notte del marzo 1953? Il film di Armando Iannucci, ispirato alla graphic novel di Fabien Nury e Thierry Robin  La morte di Stalin, ricostruisce proprio il tragicomico incalzare degli eventi di quella notte e dei tre giorni successivi, quei tre giorni su cui tanto si è mormorato, stalin-mortoipotizzato, fantasticato, e su cui ancor oggi ben poco si sa. Fu forse avvelenamento? Oppure un’emorragia cerebrale? Morì dopo tre giorni, oppure tre giorni furono il tempo che ci misero i suoi fedelissimi a decidere di rendere pubblica la notizia? Forse non lo sapremo mai e la versione ufficiale, quella divulgata dai comunicati, stride con la testimonianza dello stesso Kruscev, rilasciata a dieci anni dalla scomparsa dell’uomo d’acciaio.
La scelta del regista prende le mosse proprio da questo stridore e lavora sull’effetto comico provocato dal ritrovamento di un uomo in agonia che nessuno ha il coraggio di curare o che, meglio ancora, nessuno vuole ammettere sia già cadavere. Una commedia, quella di Iannucci, capace di raccontarci neanche troppo di sfuggita le atrocità del regime stalinista, le liste di proscrizione, le torture, le uccisioni indiscriminate dirette a regola d’arte dal macellaio di Stalin, Berja (Simon Russell Beale), il tutto però con una buona dose di ironia, rinunciando ad ogni intento moralizzatore per insistere piuttosto sugli esiti paradossali di un sistema infetto. E qui Iannucci spazia dalla necessità di riunire l’intero comitato per decidere se chiamare o meno i soccorsi, all’impossibilità di trovare un medico che curi Stalin, dopo che tutti i bravi medici dell’Unione Sovietica sono stati internati nei gulag, rivelando la natura grottesca di una burocrazia troppo complessa e di un regime di terrore che non lascia spazio all’eccezione (e se stiamo a quanto raccontò Kruscev anni dopo non è fiction nemmeno questa).

Grazie anche e soprattutto alla bravura di autori brillanti e mai stereotipati quali Steve Buscemi nei panni di Nikita Kruscev e Jeffrey Tambor nei panni di Malenkov, il film di Iannucci, confermando il virtuosismo registico di In the loop, non perde ritmo né scade mai in comicità circensi, insegnandoci che per raccontare la storia non sempre serve prendersi troppo sul serio e puntare sul dramma pedagogico, perché anche una commedia, se ben costruita, se ben calibrata, può raccontare dei fatti, senza per questo rinunciare a insegnare anche un certo tipo di sguardo sui fatti.

 Monica Cristini

Morto Stalin se ne fa una altro

Regia: Armando Iannucci. Sceneggiatura: Armando Iannucci, David Schneider, Ian Martin. Fotografia: Zac Nicholson. Montaggio: Peter Lambert. Musiche: Christopher Willis. Interpreti: Steve Buscemi, Michael Palin, Jeffrey Tambor, Jason Isaacs, Simon Russell Beale, Olga Kurylenko. Origine: Francia, 2017. Durata: 106′.

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