My Generation

covermd_homeWorking Class Hero! Ci fu un tempo in cui la lotta di classe passò attraverso una rivoluzione inattesa che vide protagonisti i giovani londinesi. Erano i favolosi anni ’60, quando la capitale inglese divenne centro di irradiazione di un movimento culturale destinato a incidere, ben oltre il decennio, sulla cultura occidentale e, dopo il disgelo tra i blocchi, di attraversare l’Asia e raggiungere il Far East. Fu battezzato Swinging London e raccoglieva certe suggestioni della Beat Generation per portare nelle strade un’idea di libertà senza compromessi, impensabile solo qualche anno prima. Musicisti, stilisti, fotografi, artisti figurativi, poeti, attori, impattarono sull’establishment con la potenza delle avanguardie negli anni ’10 e ’20. Molti di questi, come l’attore Michael Caine, arrivavano da famiglie di lavoratori, la working class discriminata dagli aristocratici conservatori e pure dalla middle class. Non si trattò solo di una trasformazione dei costumi che contagiò mezzo mondo, ma di un mutamento profondo che in Inghilterra modificò i rapporti di forza tra classi sociali e liberò i giovani nati durante la seconda guerra mondiale del giogo soffocante dei padri (leggi: custodi di una condivisa Way of Life che stabiliva ruoli sociali distinguendo ceto, genere, inclinazioni politiche). my-generation_michael-caine
Michael Caine traghetta lo spettatore nel mare colorato dei sixties londinesi, diretto dal regista e produttore David Batty, e guardandosi bene dall’imboccare stucchevoli vene nostalgiche. Diviso in tre capitoli, My Generation è una spettacolare ricognizione nella prima vera esplosione di cultura pop, l’epoca della Swinging London, quando la consapevolezza di poter mettere in discussione retaggi atavici convinse migliaia di giovani a scommettere sul proprio presente. Abbattuti miti stantii e moralismi ipocriti, un’intera generazione scendeva nelle strade per liberare voci e corpi: un esercito di ventenni che, sulle note dei neonati Beatles, Rolling Stones, The Who, Cream, Animals, grida il proprio desiderio di inventarsi il futuro, partendo dalla moda e dalle arti, che diventano loro malgrado armi politiche. Trasgressione e disobbedienza assurgono a parole d’ordine, nascono le radio pirata offshore (su tutte Radio Caroline), le gonne si accorciano, i capelli si allungano anche per i maschi, artisti e musicisti consumano sostanze psicotrope per alterare la percezione del sé.
Non c’era ragazza o ragazzo che non desiderasse essere a Londra, di incontrare eroi del rock e modelle famose. Nasceva quella che Debord definirà in un saggio del 1967 “La società dello spettacolo”.
Caine, figlio di un pescivendolo e di una donna delle pulizie, ovvero un proletario, un cockney, parte dalla sua storia personale per allargare il raggio quando, raggiunta con sacrifico la fama, si troverà al centro della scena inglese con Mike Jagger, Marianne Faithfull, John LennonPaul McCartney, Roger Daltrey, Twiggy, tutti immortalati dagli scatti di fotografi come David Bailey o Brian Duffy, che la Swinging London l’hanno raccontata (e forse creata). Musicisti, scrittori, stilisti, brillano come stelle polari a indicare direzioni, comportamenti, modi di essere, confiscando vecchi apparati filosofici in nome dell’edonismo e di un ottimismo sfacciato. I Feel Free insomma, non senza rischi. Zone d’ombra avvolgono i più fragili, non tutto è a fuoco, piccole tragedie rimangono sullo sfondo. Antonioni ci vede Blow Up.

Costruito come un puzzle di voci, fotografie e filmati d’archivio in bianco e nero e a colori, My Generation funziona come una macchina del tempo che, in un flusso di materia visiva e fantasmi, sovrappone presente e passato, riporta in vita corpi forse mai morti, tenendo compatto il racconto corale pur passando, in soli 85 minuti, dal quadro politico ai risvolti sociali ai fenomeni di costume alle rivoluzioni musicali alla tragedia delle droghe, correndo da Hyde Park alla pista di Ad-Lib, dalle vetrine di Biba ai set dei film con Caine. La musica la fa da padrona e non potrebbe essere altrimenti, ma a rimanere in memoria è l’atmosfera di un’epoca irripetibile in cui non bastava sognare, bisognava farlo in grande.

Alessandro Leone

My Generation

Regia: David Batty. Sceneggiatura: Dick Clement, Ian La Frenais. Fotografia: Ben Hodgson. Montaggio: Ben Hilton. Interpreti: Michael Caine. Origine: GB, 2017. Durata: 85′.

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