Oro Verde – C’era una volta in Colombia

oro_verdeOggetto misterioso e affascinante Oro Verde – C’era una volta in Colombia. Un gangster movie ambientato in paesaggi western, ma con venature antropologiche che ne fanno quasi un trattato sulle trasformazioni che stanno gradualmente cancellando tradizioni millenarie in America Latina.
Diviso in cinque canti, Oro Verde è un’epopea familiare che abbraccia quasi dodici anni. 1968, la giovane di etnia wayuu Zaida (Natalia Reyes) dopo un anno di isolamento è pronta a prendere marito. Si fa avanti Raphayet (José Acosta) che prima corteggia Zaida e poi la chiede in sposa. La madre Ursula (Carmiña Martínez) pretende per la figlia una consistente dote, una vera e propria sfida per Raphayet che con il socio Moises (Jhon Narváez), un alijunas, mette in piedi un business legato alla vendita di marijuana. I due si sposano, donna Ursula, capoclan capace di vedere nei segni della natura i destini degli uomini, non perde di vista quelli che sono gli interessi familiari. In poco tempo la ricchezza derivata dal narcotraffico modifica i rapporti sociali e Raphayet, dopo aver fatto fuori l’amico, colpevole della sommaria esecuzione di due gringos legati ai mercati statunitensi, si allea con una famiglia di lontani parenti ma oro_verde_colombiaconcorrente sul territorio. Sul finire degli anni 70 un futile sgarro del fratello minore di Zaida innesca una terribile guerra fratricida. E a nulla serviranno antiche tradizioni e codici fondati sul rispetto della parola di fronte a un mondo che si trasforma sulla spinta del capitalismo.
Dopo il fortunatissimo L’abbraccio del serpente (che seguiva due film in cui già emergeva un talento registico fuori dal comune, La sombra del caminanteThe Wind Jorneys), Ciro Guerra e Cristina Gallego (che del film precedente non era stata solo produttrice, avendolo arricchito con un consistente apporto creativo) raccontano la fine di un mondo e la nascita dei cartelli colombiani. Un solo decennio per distruggere retaggi che si pensavano intoccabili, potenti, intimamente radicati negli uomini; una cultura antica fatta di spiriti della Terra e del Cielo, di leggi ataviche e superstizioni che governavano allo stesso modo gli elementi e le società tribali, di ruoli che definivano comportamenti femminili e maschili. E per farlo scelgono un approccio etnografico, quasi alla Flaherty, tanto da mettere in dubbio nei primi dieci quindici minuti di film di trovarci di fronte ad attori: Zeida danza la yonna, Raphayet la segue sotto gli occhi della tribù e alla fine, in lingua wayuunaiki Ursula definisce i confini fuori dai quali il pretendente non potrà sposare la figlia: 30 capre, 20 mucche, 5 collane e 2 muli. Il primo canto, “Erba selvatica”, è proprio la definizione di un territorio esotico ma che ben presto diventa un lamento doloroso. Come dicono i registi “doveva essere una brezza rinfrescante e invece è diventata una tempesta devastante”, che ha reso arido un paradiso, la Penisola della Guajira al confine con il Venezuela, che nei secoli ha resistito ai pirati e alle invasioni barbariche europee. I canti che seguono sono un viaggio inesorabile verso il limbo e seguono meccanismi assai simili ai tanti racconti cinematografici che hanno delineato ascese e discese di imperi criminali, sempre con un occhio alla tragedia greca, che hanno avuto negli italoamericani Scorsese e De Palma i migliori interpreti.
Oro Verde ne è il controcampo, sicuramente abbraccia il genere con sfrontatezza, ma proprio grazie all’incipit e il continuo ricorso a sequenze oniriche – a dimostrazione di quanto la cultura animista e la lettura esoterica dei segni (gli uccelli estivi a cui fa riferimento il titolo originale: Pájaros de verano) siano parte integrante delle tribù – ci attraversa, per lasciare amarezza, rimpianto, forse una disperata nostalgia.

Guerra e Gallego compiono un capolavoro di sintesi nell’associare pulsioni contraddittorie, istanze che si negano le une alle altre, confondendo con vento e sabbia i confini aerei e terrestri di morali antiche e avidità moderne. I riti sono profanati, lo spettro di un nuovo, subdolo, colonialismo aleggia e si fa presagio di morte. Al di là delle montagne i cartelli di Medellin stanno per compiere il salto definitivo, la legge della ricchezza a tutti i costi alimenta modelli estranei che presto conquisteranno democraticamente (sic!) l’immaginario delle genti del sud. Per dirla con le parole di Kapuściński a chiusura del magnifico Ancora un giorno, che con libertà potremmo accompagnare alla visione di Oro Verde, è l’inizio del Terzo Mondo.

Alessandro Leone

Oro Verde – C’era una volta in Colombia

Regia: Cristina Gallego, Ciro Guerra. Sceneggiatura: Maria Camila Arias, Jacques Toulemonde Vidal. Fotografia: David Gallego. Montaggio: Miguel Schverdfinger. Musiche: Leonardo Heiblum. Interpreti: Carmiña Martínez, Natalia Reyes, Jhon Narváez, José Acosta, José Vicente, Greider Meza. Origine: Messico/Colombia/Danimarca, 2018. Durata: 125′.

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